Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Come si smonta un partito

Paolo Pombeni - 18.02.2017
Fanfani e Moro

Se fosse semplicemente un caso di studio sarebbe molto interessante, ma purtroppo è una faccenda che riguarda il futuro di questo paese. Stiamo parlando del “cupio dissolvi” che sta prendendo il PD a dispetto del fatto che tutti negano di essere preda di quella sindrome (ma, come si sa, in questi casi proprio la negazione ostinata della presenza della malattia è uno dei suoi sintomi).

Il tema fondamentale non è, a dispetto di tutto, né la linea politica né il programma da adottare per il futuro. Sul primo punto nessuno si sgancia dalle fumisterie del destra o sinistra, cosa vuole il nostro popolo, ci capisce o meno, e via discorrendo (ma, a volte, e via farneticando). Sul secondo tutti fanno più o meno l’elenco degli stessi problemi (disoccupazione, diseguaglianze, crescita economica, scuola, ecc. ecc. ecc.), ma nessuno mette veramente in campo una proposta molto precisa su alcuni interventi imprescindibili, fattibili e sostenibili nelle attuali contingenze.

I discorsi generici da qualunque parte vengano lasciano il tempo che trovano. Soprattutto non sono in grado di risultare veramente competitivi con le proposte “sociali” che ormai fanno tutti, incluso il centrodestra. Si veda l’ultimo proclama di Berlusconi che promette anche lui interventi sociali a man bassa senza dire dove mai troverà le risorse. Una volta la destra accusava la sinistra di essere il partito del “tassa e spendi”. Adesso stanno diventando tutti sostenitore dello “spendi, ma senza tassare”, come se non si fosse visto dove siamo andati a finire con politiche di spesa che non facevano i conti con l’oste detentore delle risorse.

Ma torniamo al PD. Qui la vera, unica questione in campo è la lotta per il controllo di quel che resta di ciò che ci si illuse potesse essere una “gioiosa macchina da guerra”. Si faccia attenzione a qualche frase sfuggita quasi per caso, ma che da il senso della faccenda. Bersani ha detto che bisognerebbe trovare un nuovo Prodi. La metafora è rivelatrice. Servirebbe come in passato un papa straniero che potesse catalizzare consenso senza avere possibilità di controllo sul partito. Questo fu, purtroppo, il Prodi storico, che infatti pagò questa sua condizione facendo vincere la sinistra senza che gli fosse poi consentito davvero di governare.

In realtà se si vuol trovare qualche ammaestramento nel passato è un’altra storia quella che ci può dare qualche spunto di riflessione, e precisamente la rivolta dei dc contro Fanfani nel 1959, quella che portò alla segreteria di Moro e ai Dorotei. Anche allora c’era l’insofferenza verso un toscano (coincidenze) che passava per il De Gaulle italiano e che voleva affermare la preminenza del governo sul partito. I maggiorenti gli si rivoltarono contro (dobbiamo riconoscere con toni più civili di quelli che usano oggi gli avversari interni di Renzi) e scelsero un segretario che a loro giudizio doveva essere un ostaggio dei loro equilibri. Moro, come si sa, fu invece un abile mediatore che ricompose quegli equilibri forzando anche le componenti più restie ad accettare la famosa apertura a sinistra.

Sappiamo però come è andata a finire. La convinzione  di Moro che non si potesse fare una politica di centro-sinistra senza tirarsi dietro tutto il partito (ma allora c’era il dogma della unità politica dei cattolici) e senza preservare ad ogni costo la preminenza della DC nella nuova coalizione diventò poi una prigione che portò allo svuotamento degli impulsi riformisti nell’impossibilità di imporsi sui condizionamenti che venivano da tutte le parti.

Oggi apparentemente il PD avrebbe bisogno di un suo “Moro” che fosse anche in grado di salvare, come allora avvenne, il “Fanfani” dalle buone capacità di governo. Al di là delle imprecisioni che le analogie storiche sempre contengono, questa dovrebbe essere la tattica politica, a cui però vanno unite proposte circostanziate e precise di interventi riformatori come allora avvenne (nazionalizzazione dell’energia elettrica, riforma della scuola e via elencando).

C’è traccia di qualcosa di simile? Non riusciamo a vederla. Domina invece un insano non detto che punta sempre al “pochi ma buoni”, al “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, e altre banalità del genere. Se non si azzera questo cupio dissolvi c’è poco da sperare. Per farlo sarebbero necessari due passaggi: 1) rivedere la “forma partito”, senza cadere nel trabocchetto dove si ritiene che la migliore sia quella dove il professionismo politico può regolare i suoi conti interni senza pensare ad un rapporto dialettico con classi dirigenti che ormai non stanno più dentro i partiti; 2) riconoscere onestamente che in una fase difficilissima come quella che stiamo affrontando bisogna puntare a far convergere il maggior numero di forze possibili su un pacchetto di riforme chiare, delimitate e attuabili su cui chiedere la delega a governare.

Il PD attuale fa quantomeno molta fatica a mettersi su questa linea, nonostante vada riconosciuto che c’è una certa pressione di opinione pubblica che gli chiede di farlo: basta leggere i maggiori giornali per capire che la dissoluzione del PD non è esattamente vista come un guadagno per il nostro paese. Non sarà sufficiente per fermare l’infernale meccanismo della spinta ai protagonismi di tanti, che in verità spesso più che politici sembrano ricordare le famose mosche cocchiere dell’apologo. Ed è un peccato.