Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Coazione a ripetere

Paolo Pombeni - 01.03.2017
Nascita DP

La scissione nel partito democratico farà parte di quelle cose molto difficili da spiegare se si prescinde dagli aspetti psicologici che tengono insieme i raggruppamenti politici.

Dal punto di vista dell’ideologia non si vede bene cosa distinguerebbe l’orizzonte del PD da quella dei “Democratici e progressisti” (DP). Uno dei promotori della scissione, l’on. Speranza, ha detto che consiste nel fatto che il nuovo partito vuole mettere il lavoro al primo posto. Detta così è una affermazione che si ritrova tranquillamente anche nelle prese di posizione del PD, e, per la verità, anche in quelle di partiti del centro destra o nel M5S. E’ piuttosto difficile immaginare che in tempi di democrazia di massa ci sia un partito che afferma di disinteressarsi al problema del lavoro.

Naturalmente si può sostenere che c’è modo e modo di farlo, e ciò è indubbiamente vero, ma è altrettanto vero che DP non ha spiegato al momento in quale modo esso sarebbe in grado di proporre politiche di maggiore successo, né perché queste eventuali ricette se buone dovrebbero essere rigettate dal PD.

Lasciamo ovviamente fuori le lagne su chi è di destra e chi è di sinistra, perché sono autoaffermazioni di legittimità che non hanno alcun senso. Se davvero ci fosse una ricetta semplice ed efficace per farci uscire dal gorgo della disoccupazione e sottoccupazione ci salterebbero sopra tutti. Aggiungiamoci che il refrain di unire in una nuova formazione tradizioni della sinistra ex PCI, di quella cattolica, del civismo e quant’altro è stato cantato e suonato da tutti gli esperimenti che si sono tentati dal 1992 in avanti.

Dal punto di vista della strategia politica quale sia l’obiettivo che si pone DP è altrettanto oscuro. Si parla di riportare al voto milioni di elettori che non hanno più votato per il PD, ma perché ciò dovrebbe accadere non ce lo spiega nessuno. Se davvero la perdita di voti del PD fosse generata da un rifiuto per la sua politica “centrista” non si vede perché questi elettori non si siano rivolti semplicemente a partiti più a sinistra che pure esistono e hanno fatto attiva campagna elettorale. Non sembra neppure che i voti ex PD transitati nella Lega o nel M5S (ce ne sono) possano tornare all’ovile degli scissionisti, considerando quanto radical-populista è stata quella scelta.

La pretesa dunque di rimettere in piedi grazie alla scissione un fronte autonomo e vittorioso della sinistra-centro sembra avere scarse possibilità di realizzarsi. A stare alle proiezioni attuali una alleanza PD-DP e l’ancora ipotetico movimento di Pisapia non sembra in grado di rompere oltre quella quota di circa il 35-37% che ha costituito l’area storica di insediamento della sinistra, per plurale che la si voglia considerare.

Dunque anche su questo terreno è difficile immaginare quali novità possano portare i nuovi progressisti. Per di più al momento affermano di voler sostenere il governo Gentiloni, faccenda piuttosto impegnativa visto che si sono sommati agli scissionisti di Sinistra Italiana, i quali di apparire governativi a tutti i costi non ne vogliono sapere.

Questo è un passaggio oggettivamente difficile, poiché per il loro successo elettorale non possono rinunciare a mettersi al servizio di CGIL,”movimenti” e altra roba del genere, i quali non sembrano molto propensi a sostenere un governo che ad aprile dovrà varare un Documento di programmazione economica e finanziaria (Dpef), propedeutico alla legge di bilancio a fine anno, in cui dubitiamo si possano trovare spazi per le intemerate degli attuali leader DP. Aggiungiamoci che il ministro Padoan ha già fatto circolare qualche notizia sul fatto che lui se non si può fare una manovra seria se ne andrà. In quel caso non solo il governo Gentiloni potrebbe difficilmente rimanere al suo posto, ma si avrebbe una crisi di governo molto pesante.

Che la nascita di DP possa dunque essere vista come una novità positiva per la politica italiana ci pare oggettivamente dubbio. Può darsi che essa riesca a normalizzare la vita del PD, mettendo fine alle tensioni interne fra le tradizionali nomenclature e i renziani, ma neppure questo è detto. Privi della sfida al loro potere i renziani non si sa quanto resteranno uniti. Inoltre, come mostra la candidatura Orlando, qualche desiderio di avere un partito che fa tesoro del renzismo senza però sottomettersi alla sua leadership è più che presente.

Speriamo che non si instauri la coazione a ripetere. Sappiamo come è andata a finire nel 2006-2008 con la sinistra radicale che doveva condizionare il governo Prodi a tutti i costi.