Ultimo Aggiornamento:
18 maggio 2024
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Cina, 500 anni di socialismo!

Piergiorgio Cattani * - 28.06.2014
Qufu

Fin dai tempi di Deng Xiaoping la Repubblica Popolare Cinese sta cercando nuovi fondamenti ideologici a sostegno della grande Cina diventata la prima potenza economica globale. Sarebbe troppo semplice affermare che, in pochi decenni, si è passati dal comunismo maoista al nazionalismo capitalista: in realtà le dirigenze che si sono succedute hanno alternato – almeno dal punto di vista della dottrina – visioni attente di volta in volta a sottolineare sia la necessità di riforme per il consolidamento del socialismo di stampo cinese, sia il bisogno di raccontare la storia secondo i criteri della tradizione, dell’unità e della continuità, tanto cari alla millenaria cultura del Celeste Impero.

Questa operazione di riscrittura del passato, tipica di ogni dinastia regnante dagli albori dell’Impero fino agli odierni “principi rossi”, è imponente, ma nello stesso tempo molto delicata. Ovviamente non si può rinnegare la rivoluzione di Mao, nata nel solco del marxismo europeo seppur interpretato alla cinese; quindi l’unica soluzione è smussare gli angoli, tralasciare alcuni concetti, cercare nella tradizione elementi presenti anche nel dopo 1949. Insomma trasformare gli ultimi imperatori in socialisti riformisti ante litteram.

Sembra una narrazione storica un po’ azzardata, ma la politica culturale del Presidente Xi Jinping, solennemente varata in un documento al Plenum del partito nel 2011, va proprio in questa direzione. Un esempio concreto. Negli anni ‘80, Yu Youjun, protagonista di una ascesa politica fino a diventare governatore dello Shangxi, pubblicava un libro destinato agli studenti universitari di “educazione politica”. Il titolo dice già tutto: “400 anni di socialismo”. Nel 2011 Yu, tornato in auge dopo una quarantena di qualche anno dovuta a uno scandalo sullo sfruttamento di bambini lavoratori proprio nella Provincia dello Shangxi, aggiornava il suo volume aggiungendo per così dire un secolo. Arriviamo così a “500 anni di socialismo”. Si ricerca nelle radici della cultura cinese moderna un’improbabile anticipazione del “socialismo scientifico” di Marx ed Engels, ci si dimentica che la rivoluzione di Mao è stata proprio contro il sistema para feudale perpetuato dall’ultima dinastia imperiale Qing e avanti su questo solco. Ma quella di Mao è stata proprio una rivoluzione? Oppure non è meglio leggerla nel senso della continuità? Occorre abbassare i toni. Anche perché concetti come quello di lotta di classe o di rivoluzione permanente sono aborriti da qualsiasi regime che ha come obiettivo il mantenimento dell’ordine e della gerarchia. Quindi il “Grande timoniere” non è tanto un eroe socialista, quanto il pacificatore e l’unificatore della Cina, nonché il liberatore dalle potenze straniere. Persino Chiang Kai shek , l’acerrimo nemico, viene quasi riabilitato anche nel quadro di un riavvicinamento con Taiwan: anche lui in fondo combatteva per l’indipendenza della Cina.

Per capire quanto la versione di Yu sia avvallata dal potere attuale, basta dire che il libro, destinato questa volta al grande pubblico, è stato distribuito nei mesi scorsi ai quadri intermedi del partito ed è stato trasformato in un documentario televisivo, trasmesso in 50 puntate dalla Tv di Stato. Questa piattaforma storica significa però un chiaro freno alle politiche di riforma e di apertura varate soprattutto dalla presidenza Hu Jintao. Occorre tornare indietro, alla disciplina, alla gerarchia ben stabilita, persino a Confucio. Va detto che Xi vuole riabilitare tutto il maoismo, compresa la Rivoluzione culturale, naturalmente reinterpretata secondo le sue esigenze. L’errore dell’Unione Sovietica, ribadito dal Presidente Xi in un discorso di fine 2013, è stato proprio quello di rimettere in discussione i padri fondatori e di aver rinnegato Stalin che, pur avendo commesso “errori”, tuttavia aveva reso grande il Paese. La Cina non lo ha fatto e per questo ha continuato nel suo incessante e folgorante cammino.

Niente discussioni dunque, niente autocritica. Il Partito ha un glorioso passato senza macchia, garanzia per un altrettanto glorioso futuro. Mao viene visto come innestato nella migliore tradizione cinese, si esaltano le sue doti di calligrafo, di condottiero prudente, di uomo di Stato amante del popolo. Insomma più vicino alla figura ideale del sovrano confuciano piuttosto che al simbolo del ‘68 europeo. Meglio dunque studiare i cinque classici di Confucio e dimenticare il Manifesto di Marx e Engels. Per suggellare questo nuovo corso, Xi Jinping, nel dicembre 2013, si è recato in visita ufficiale a Qufu, sperduto villaggio dello Shangdong luogo di nascita di Kong Fuzi, il nome cinese di Confucio. Là il Presidente ha celebrato i valori eterni del maestro, “che possono giocare un ruolo positivo nella costruzione della nuova era e far sì che il passato sia messo a servizio del presente”. A Qufu era andato anche Gaozu, il fondatore della dinastia degli Han occidentali. Era il 195 a.C. Il cerchio si chiude.

 

 

 

* Giornalista e direttore del quotidiano online unimondo.org, editorialista per il quotidiano Il Trentino, il mensile QT - Questotrentino, il giornale delleAcli Trentine e il settimanale dell'arcidiocesi di Trento Vita Trentina.