Ultimo Aggiornamento:
21 ottobre 2017
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Brexit: qualunque sia il risultato l’Inghilterra è un problema

Gianpaolo Rossini - 22.06.2016
Jo Cox

Alla fine degli anni 80 del secolo scorso a Bruxelles fervono studi e discussioni su come realizzare il mercato unico europeo previsto per il 1 gennaio 1993. L’Atto Unico del 1987 sancisce l’avvio di un radicale processo di integrazione che va oltre la libertà di movimento di beni,  capitali e persone tra paesi membri  contenuta nel trattato di Roma del 1957, che fonda la Comunità Economica Europea (CEE). Il progetto è pionieristico. Stati sovrani armonizzano regole di mercato, requisiti normativi, standard di beni e servizi , sistemi di welfare. Aprono gli acquisti pubblici a tutti i soggetti europei. Riconoscono i titoli di studio conseguiti in ogni paese per favorire mobilità del lavoro intraeuropea. Con il risultato che, a distanza di quasi 3 decenni, oltre 400 milioni di persone vivono in un’ Europa profondamente trasformata e  che poco somiglia a quella  del secolo scorso che le ultime due generazioni  a mala pena  conoscono. Un’ Europa che è diventata il punto di riferimento per tutti i percorsi di apertura e integrazione, dal WTO, al Mercosur, all’Asean, al Nafta.  Il paradosso è che nella progettazione e realizzazione del  mercato unico europeo del 1993 l’Inghilterra ha un ruolo chiave. Anche perché si vuole cancellare  l’idea, che risale al generale De Gaulle, di un’Europa delle nazioni pacifica, ma integrata fino ad un certo punto.  Il mercato unico del 1993 e la creazione dell’Unione Europea va oltre e crea le basi per una unione politica il cui primo mattone dovrebbe essere la moneta unica.  La caduta del muro di Berlino del 1989 però  muta tutto. Nel 2004, a distanza di un decennio dalla nascita del mercato unico l’Europa si allarga ad Est inglobando la maggioranza dei paesi ex “satelliti” dell’ Urss.  Grandi flussi migratori da Est investono l’Europa creando tensioni in diversi paesi. Ma soprattutto l’apertura ad est muta interessi strategici. La Gran Bretagna  assume una forte posizione antirussa e cerca di sottrarre sul piano politico paesi che si stanno legando sempre più alla Germania sul piano economico, come Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria.  L’ ampliamento ad Est è visto dalla Gran Bretagna con gli stessi occhi degli Usa, ovvero come opportunità di espansione della Nato. L’esatto contrario di ciò che vogliono Italia, Germania e Francia. L’Inghilterra  è sempre allineata alle posizioni Usa.  A fine secolo la Gran Bretagna si sfila dal programma euro. Forse perché teme il peso tedesco. Ma soprattutto perché i governi  inglesi non vogliono dispiacere gli Usa, contrari all’Euro perché possibile concorrente del dollaro come valuta globale. Nelle relazioni internazionali l’Inghilterra appoggia senza batter ciglio le politiche Usa in medio oriente, nei Balcani, in contrasto spesso con  Germania, Italia e Francia. Anche di recente. La vicenda Regeni fa  emergere un lato oscuro ed inquietante.  Un cittadino italiano che lavora in Gran Bretagna producendo in Egitto  informazioni riservate per il governo inglese non viene protetto dai servizi segreti di quel paese. Un errore? Una incomprensione o l’ennesimo tentativo di indebolire la posizione italiana nel delicato scacchiere mediorientale e mediterraneo? Una scena  già vista con l’insensata guerra a Gheddafi del 2011 scatenata da Cameron e dall’inconsistente Sarkozy? Forse.

Ora l’Inghilterra è scossa da un delitto politico, non certo degno di un paese che si proclama culla della democrazia. Un crimine che  ha sottratto consensi  alla Brexit facendo presagire una vittoria dei filo europei. E’ stata uccisa la deputata laburista Cox, primo martire della costruzione europea in tempo di pace. Anche in Inghilterra qualcuno si rende conto che recedere dall’Europa di oggi è un salto indietro nel tempo verso un buio che spaventa. E soprattutto verso una Inghilterra isolata che pochi ormai ricordano nettamente. Ma non ci illudiamo. Una Inghilterra che rimane è un dato positivo. Ma i problemi restano tutti e sono dovuti ad una accresciuta distanza della Gran Bretagna dall’Europa . Le scelte politiche dei suoi leader negli ultimi due decenni hanno prodotto una crescente tensione con le tre grandi nazioni continentali. Una Inghilterra dentro l’Unione europea è una presenza critica  che in passato ha anche avuto aspetti positivi. Ma che ora e nei prossimi anni ha ed avrà un impatto corrosivo nei confronti di un processo d’integrazione già arduo. L’Inghilterra continuerà a muoversi per mettere in difficoltà l’euro, come ha già fatto nel corso della recente rinegoziazione di Cameron.  Qualunque sia il risultato del referendum l’Europa deve fare i conti con una Gran Bretagna con interessi  diversi e in contrasto con quelli  dell’Europa continentale, con la quale non intende integrarsi ulteriormente perché ciò implicherebbe perdere un ruolo di primo attore internazionale. Anche se sempre più debole e in via di completo esaurimento. Questo ruolo sarà ancora più flebile in caso di  successo nel lungo periodo dell’euro. Perché ciò limerebbe progressivamente il ruolo finanziario di Londra e indebolirebbe fortemente l’intera economia oltremanica. Ma dipende anche da un miglioramento (possibile) delle relazioni tra Europa continentale e Russia che spiazzerebbe la Gran Bretagna. Infine una forte presenza militare di Italia e Francia nel mediterraneo  trasformerebbe in ridondante quella inglese e farebbe apparire Gibilterra solo il vessillo di un passato coloniale che non vuol morire. Il nodo inglese resta in ogni caso. E’ quello di un paese che soffre di dover condividere un ruolo guida nella politica europea. Un tratto purtroppo comune a filoeuropei e brexitari , come emerge ad esempio dalle dichiarazioni dell’ex ministro Gordon Brown. Insomma, come non mancava di affermare De Gaulle mezzo secolo fa, Albione preferisce un ruolo globale progressivamente di secondo piano, indipendente dai partners europei , ma non dagli Usa.