Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

Bellezza e spirito repubblicano: qualità conciliabili? Per una riflessione sul valore costituzionale del bell’aspetto

Omar Bellicini * - 25.02.2017
Articolo 1 della costituzione

Cosa distingue un regime repubblicano da uno aristocratico, o monarchico? La domanda non dovrebbe generare incertezze neppure fra il pubblico meno avvezzo alle riflessioni politiche: il fatto che ogni cittadino possa concorrere alla gestione della cosa pubblica, con livelli di responsabilità proporzionali alle capacità e all’impegno dimostrati. In altre parole, che i poteri esercitati dall’ individuo derivino da una posizione acquisita per merito e non siano, invece, il frutto di un privilegio ereditario. Fin qui, tutto bene. Il problema sorge, purtroppo, da una constatazione di segno contrario: il conseguimento del successo - o se si preferisce del “potere” - è più spesso favorito, nell’attuale società dell’immagine, da qualità che hanno più a che vedere con l’innata perfezione della fisionomia che con l’applicazione duratura e perseverante del talento. Insomma: la bellezza, nella determinazione delle fortune, è assai incisiva. E cos’è la bellezza se non un “potere” svincolato da qualsivoglia merito? Cos’è se non un “privilegio di nascita”? Ovviamente, non si intende qui la bellezza del risultato artistico, che è sempre il prodotto di un’eccellenza intellettuale: quindi di una capacità raffinata con tempo e  passione; si discute di bellezza fisica, di proporzione estetica del corpo, oggetto di un vero e proprio culto nella società televisiva e post-televisiva dei consumi. Nella nostra realtà di riferimento. Come insegna l’esperienza, la qualità sopra descritta può venire esaltata da accorgimenti legati al gusto (il trucco) o essere sottolineata con metodi che sono una declinazione dell’intelligenza (si pensi alle varie forme di eleganza), ma non per questo muta il suo carattere di attributo arbitrariamente elargito, ad alcuni, e solo ad alcuni, dalla natura. Ciò detto, se una simile “fortuna” fosse relegata alla sfera del privato: nulla quaestio. Ma la bellezza ha sempre avuto una dimensione “pubblica”; ha sempre sottratto spazio e onori, nella vita civile come in quella relazionale, all’acume, alla cultura, alla dedizione, al coraggio. Quel che più inquieta, come già accennato, è che il suo predominio sulle virtù “applicative” si fa sempre più forte e sempre più accentuato, anche in ragione dell’uso che ne fa la macchina pubblicitaria. Se esistesse un legame sensibile fra “bello” e “buono”, come vagheggiato dalla civiltà classica, il problema verrebbe facilmente aggirato. Purtroppo, si tratta di un artificio filosofico: come sarebbe fin troppo facile dimostrare, la gradevolezza estetica non ha ricadute dirette in termini etici. È, per così dire, neutra. Il bello è buono per accidente, mai per necessità. Anzi: in casi non certo rari, porta a sviluppare una pigrizia, se non un’aperta supponenza. Un plateale egocentrismo. Ecco scaturire una domanda, che rappresenta il punto di partenza del nostro ragionamento: in definitiva, l’idea costituzionale di una repubblica costituita sul merito e la mistica del bello possono coesistere? La risposta non può che essere negativa, e pone ulteriori e rilevanti interrogativi sulla direzione presa dal nostro modo di concepire i rapporti sociali. Del resto, non sorprende che sia stata proprio l’Italia ad aver eletto a valore supremo l’avvenenza: una lunga tradizione imperniata sulle rendite di posizione, sull’ereditarietà dei benefici, sui nessi di parentela e sull’importanza preponderante della sorte, ha favorito la degenerazione di un pericolo già iscritto nella profondità degli istinti naturali. Il timore fondamentale è che la conseguenza diventi a sua volta causa, provocando involuzioni ancor peggiori: radicando ulteriormente l’idea di un successo fondato esclusivamente su basi casuali. Salvaguardare la Repubblica, oggi, richiede al contrario che si ripristini il magistero spirituale di quell’articolo, spesso incompreso, che la vuole “fondata sul lavoro”: ovvero sulle pretese del genio e della volontà. Una strada che passa anche dal ridimensionamento del bello; o, per meglio dire, da una sua nuova concezione. Una rivoluzione culturale, fatta di scuola, libri, ed esempi. Una rivoluzione che è bene cominciare subito, perché in questo caso c’è più d’una Bastiglia. A essere precisi, ce n’è una per ogni televisore e profilo social.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.