Ultimo Aggiornamento:
27 ottobre 2021
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Armonia di sesta napoletana

Francesco Domenico Capizzi * - 18.09.2021
Qui rido io

Regia: Mario Martone

Protagonista principale: Toni Servillo

 

L’armonia di “sesta napoletana”, IV grado della scala minore con intervallo di terza e sesta, conclude la bella Mazurca in si minore op.33 n.4 di Chopin composta nel 1838: una delle sue tante innovazioni che traggono ispirazione dalla Napoli capitale della musica, da Alessandro e Domenico Scarlatti a Durante, Cimarosa, Greco, Paisiello con le sue opere buffe, e del teatro dei Cammarano e infine di Salvatore e Antonio Petito. Questo clima avvertito di una decadenza culturale da parte di giovani intellettuali, quali Di Giacomo, Bovio e Croce, pervade l’intero film che vede protagonista assoluto Edoardo Scarpetta, resa marginale la dinastia dei Petito, con la sua ineffabile travolgente forza creativa ed espressiva che dilaga in tutta la città e la pervade, ormai orfana di teatranti, mescolando insieme accenni farseschi, drammi, parodie, pantomime…mentre in un convulso travaglio, a parte, ribollono insieme cinema, teatro, canzoni...

Scarpetta: incoronato o Re da un’intera città che vuol sentirsi immortale, prima ancora che europea, aristocratica prima ancora che dedita al divertimento facile e all’oblio offerto a manate dall’istrionismo del suo beniamino, nonostante sia assunto a evidenti ricchezze e potenze tali da sottomettere ai suoi voleri l’intera sua composita famiglia, ampiamente allargata ed aperta, fino a sfidare direttamente l’ascesa portentosa di D’Annunzio, nientemeno il vate nazionale, mostratosi sempre ampolloso e ambiguo e desideroso di rivalsa, poggiandosi abilmente sul “qui rido io” in cui si riconosce il popolo napoletano. Manca, nell’inventiva di Scarpetta, come rilevato dai tre intellettuali dell’epoca, la riflessione sulle misere condizioni di vita quotidiana e sulle prospettive future, anzi le buffonerie, anche triviali, di Scarpetta si fanno carico di evaporarne la drammatica contingenza per tradurle in sfacciati e grevi drammi amorosi, venialità di ogni genere, miserevoli dolori e anguste gioie che vogliono rappresentare la caricatura della povertà sociale di tanti e della ricchezza nobile di pochi.

Miseria e Nobiltà, appunto, come immagine di sé medesimo riflesso su un popolo divertito e alienato, trainato dal riso prorompente e liberatorio del suo pupillo.

Sarà la pervicace istintiva simpatia e forza popolare a salvarlo, in Tribunale dove era stato portato da D’Annunzio, sempre in cerca di denaro, per la andata in scena parodia a “La figlia di Iorio”, dalla catastrofe economica e familiare.

 

 

 

 

* Già docente di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali “Bellaria” e “Maggiore” di Bologna