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17 luglio 2019
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Anticipare le elezioni al vetriolo?

Paolo Pombeni - 24.05.2017
Urna elettorale

La domanda che sembra correre nelle stanze della politica è se convenga o meno anticipare la scadenza elettorale pur sapendo che si tratterà di urne immerse nel vetriolo, ma dando per scontato che tanto questo sarà lo scenario a prescindere dalla data in cui si terranno.

A monte di tutto c’è una specie di riflessione sull’ennesimo “comma 22” della politica italiana. Poiché in autunno si dovrà fare la legge di stabilità (la vecchia finanziaria) non avrebbe molto senso farla fare ad un governo e ad una coalizione che pochi mesi dopo uscirà disfatta dalle urne (e non sapendo se la nuova formula di governo vorrà gestirla). Al tempo stesso è da chiedersi se il governo con relativa maggioranza che uscirà da quelle urne avvelenate sarà in condizione di fare una legge di stabilità con un minimo di credibilità, visto che tutti si aspettano un parlamento frammentato ed ingovernabile, dunque col serio rischio di avere una legge di stabilità che persegue un obiettivo antitetico a quello richiamato dal suo nome.

Come in tutti i casi in cui si ha a che fare con un “comma 22” qualunque sia la soluzione scelta rischia comunque di essere quella sbagliata. Naturalmente si può credere che tutto si risolva con una buona legge elettorale in grado di produrre un parlamento degno di questo nome e una maggioranza ragionevolmente in grado di governare quella che sarà una fase difficile. Ci vuole però qualcosa di più di una buona dose di ottimismo.

Una legge elettorale infatti, con buona pace degli psefologi, non è in grado di andare oltre un limitato raddrizzamento delle situazioni esistenti: non ha il potere di creare quel che non c’è. Ora un paese spappolato dalle lotte di fazione, percorso dai rigurgiti del populismo generato dalla paura del futuro, gravato da una competizione senza regole fra poteri più o meno forti, difficilmente può essere “rimesso in ordine” da meccanismi di manipolazione anche benigna del consenso elettorale. Certo è meglio provare qualcosa in quella direzione che arrendersi all’idea di fotografare il disordine esistente accontentando tutti quelli che pensano solo a consolidare la loro tribù di appartenenza, come avverrebbe con un sistema elettorale a base puramente proporzionale.

Quel tipo di rilevazione del consenso aveva una legittimità quando mirava a verificare la quota di aggregazione di corpi politici, ideologici o quant’altro che strutturavano la società a prescindere dal sistema politico ed elettorale: un quadro che oggi semplicemente non esiste più. Un proporzionale autentico ci consegnerebbe solo una dissestata geografia di gruppi di interesse e di mutuo soccorso politico. Farne confluire almeno una parte in una maggioranza di governo sarebbe la classica operazione che dura per un tempo molto limitato.

Si può naturalmente contare sul meccanismo delle soglie di sbarramento, ma la sua efficacia è dubbia. Tanto per ricordare qualcosa che oggi sembra andare di gran moda, il sistema elettorale tedesco era un tempo accreditato di produrre un quasi bipartitismo proprio grazie alla clausola di sbarramento al 5%. Basta guardare le statistiche elettorali degli ultimi decenni per constatare che il quasi bipartitismo è andato al diavolo da un pezzo e che il sistema fa moltissima fatica a produrre maggioranze secondo il tradizionale spartiacque destra/sinistra.

Neppure il sistema dell’elezione basata su collegi uninominali a maggioranza semplice è da solo in grado di produrre omogeneità lungo la faglia di cui sopra: dare un’occhiata agli andamenti elettorali in Gran Bretagna per credere.

Il problema italiano che nessuno vuole affrontare è che è quasi impossibile avere un esito elettorale soddisfacente se alle urne si va in un clima di guerra civile strisciante, con tutti i pozzi avvelenati da polemiche strumentali, senza un minimo di retroterra comune che chieda ai cittadini di scegliere non fra gli angeli e i demoni, ma fra chi, rispetto ad un obiettivo generale un minimo condiviso, è ritenuto meglio in grado di perseguirlo. Perché questo, è banale dirlo, ma ormai non lo sa più nessuno, sarebbe ciò che garantisce poi che l’opposizione non critica il governo “a prescindere”, ma lo incalza per ottenere dei risultati in quegli obiettivi che almeno in buona parte condivide.

Se non si riescono ad inquadrare le future elezioni in un contesto simile, c’è poco di buono da aspettarsi. Il tasso di veleni in circolazione nel nostro sistema ha superato i livelli di tollerabilità. La spinta ad ottenere dagli elettori degli schieramenti “a priori” fondati su atti di fede in questo o quel leader o gruppo dirigente finirà per essere suicida per tutti. L’opinione pubblica in generale appare stanca delle rincorse a scambiarsi accuse sulle “etichette” (sei di centro, di destra, di sinistra, di nessuna di queste, ecc.) senza che si capisca come davvero si intendono affrontare i gravi problemi che il paese ha di fronte. Di conseguenza si divide fra chi manda tutti al diavolo e chi invece si fa convincere dal voto “di simpatia”. Entrambe sono scelte molto precarie, per cui non si sa mai cosa prevarrà alla fine e come si distribuiranno i voti “di simpatia” in un mercato elettorale affollato e manipolato.

Riteniamo francamente che la scelta di accorciare i tempi per arrivare a questo redde rationem elettorale non sia una scelta lungimirante: bisogna darsi il tempo di disarmare gli animi, ammesso che sia ancora possibile.