Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2021
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Alla prova delle riforme

Paolo Pombeni - 19.05.2021
Calendario riaperture

Draghi incassa un buon successo con la sua road map per le riaperture e il ritorno ad una certa normalità, il che testimonierebbe che la pandemia non è alle spalle, ma dovremmo essere in grado di tenerla sotto controllo in maniera sostenibile. È un passaggio importante, apprezzato dall’opinione pubblica, almeno secondo i sondaggi. Non è però la fine dei problemi di questo governo di una solidarietà nazionale che c’è solo in quota minima.

Adesso si devono fare i conti col passaggio delle riforme, un collo di bottiglia che costringerà tutti i partiti a decidere da che parte stare. Salvini, sempre lesto a cercare di cogliere l’occasione per fare la figura di quello che lo sapeva già, ha buttato lì che questo governo non riuscirà a fare le riforme, soprattutto quelle della giustizia e del fisco. Letta gli ha risposto e fatto rispondere che se non gli vanno bene le riforme se ne vada dal governo. Ma il problema è più complicato e lo sanno tutti.

Le riforme cozzano contro ciò che in un suo discorso Draghi ha pudicamente indicato come “gli interessi costituiti”. Ci stanno dentro quelli di molte corporazioni (se si parla di giustizia, giudici, PM e avvocati, ma non solo), ma anche quelli segnalati dalle numerose bandierine piantate qua e là sul terreno comunicativo e parlamentare da quasi tutti i partiti. Basti pensare alla querelle infinita sulla riforma fiscale, che deve tenere insieme la raccolta di un gettito almeno sufficiente a garantire i servizi essenziali e il funzionamento di stato ed enti vari (incluse le regioni e i comuni), con le pretese di molte corporazioni, ciascuna col suo partitino o la sua corrente di grande partito che fanno da tutore, poco disposte a perdere benefici e privilegi.

Su tutto poi domina la questione, poco sotto i riflettori, ma decisiva, della definizione del modello di “cabina di regia” per la gestione dei finanziamenti del PNRR. Draghi ha scelto una via molto istituzionale e di questo gli andrebbe dato merito. Una struttura piramidale, al cui vertice c’è la presidenza del Consiglio, poi i ministeri, poi le regioni, poi i comuni. Ciascuno sarà per quanto di sua competenza un organo programmatore e attuatore, ma Palazzo Chigi sovraintenderà e coordinerà, riservandosi di intervenire in via sostitutiva se qualcosa non funziona.

Il meccanismo è molto delicato per una classe politica poco abituata a rispondere dei suoi atti. Infatti in questo caso la novità è che su tutto vigilerà la Commissione Europea, che eroga i fondi solo se i “compiti a casa” vengono fatti in maniera appropriata, altrimenti i finanziamenti si bloccheranno. Si può ben capire quante incognite stiano dietro a questo meccanismo.

Iniziamo dal basso. Organi attuatori come Comuni e Regioni si trovano sottoposti ad un regime di responsabilità e di trasparenza a cui non tutti sono abituati. Fare di ogni erba un fascio è sempre ingiusto, ma non si può nemmeno chiudere gli occhi di fronte alle molte esperienze fallimentari coi finanziamenti europei. Per quelli vecchi i controlli erano relativi e soprattutto l’incapacità di concludere non si ritorceva sul sistema generale. Con i fondi del Next Generation EU non sarà più così.

Poi c’è il problema dei vertici, presidenza del Consiglio e ministeri. Adesso ci sono Draghi e la sua squadra, ma quanto dureranno? Improbabile per tutti i sei anni previsti. E siccome molti si aspettano una qualche forma di terremoto alle prossime elezioni, che prima o poi arrivano per forza (al più tardi primavera 2023), c’è da prevedere un bel problema di coordinamento tanto a livello nazionale quanto nel rapporto con Bruxelles. La situazione del quadro politico è sotto gli occhi di tutti e non è tranquillizzante.

Dunque già disegnare come sarà la cabina di regia e con quali regole si opererà non è una questione da poco. Comunque vada alle prossime elezioni, non è che quelle regole potranno poi essere cambiate, perché la UE le considererà vincolanti. Nel frattempo bisognerà varare alcune riforme di struttura entro l’anno: giustizia, fisco, pubblica amministrazione (semplificazioni e via elencando). L’accordo fra i partiti non c’è e non si possono fare senza passare per il parlamento, cioè affrontando il terreno infido di Camere che un autorevole parlamentare ha descritto come “un formicaio impazzito”.

Sulla giustizia ci sono i relitti delle follie grilline, che si debbono per forza di cose rimuovere. Cartabia può cercare di farlo senza battere la grancassa, ma i partiti che vogliono approfittare della crisi a Cinque Stelle non glielo lasceranno fare. Che succederà quando si verrà al dunque e su quelle tensioni si innesteranno le resistenze delle varie corporazioni che si vedono ridimensionate?

Non parliamo della riforma fiscale, dove ogni partito ha la sua ricetta, che spesso significa solo far della demagogia (il mito della “tassa piatta” eguale per tutti) o alleggerire il peso del prelievo sui propri elettori per scaricarlo su quello degli altri. Mettere ordine nella giungla di bonus vari, esenzioni più o meno interessate, incentivazioni a vanvera, da decenni si sta rivelando la classica fatica di Sisifo: si spinge il masso fin quasi sulla cima e poi quello ti rotola addosso, ti travolge e te lo ritrovi di nuovo alla base. E si ricomincia.

La pubblica amministrazione è un oceano in cui c’è dentro di tutto e ogni proposta per rivedere la giungla delle normative si scontra con l’avvertimento, in parte interessato, in parte non infondato, che se si rende tutto automatico e con poco controllo il rischio di abusi e ingiustizie diventa esponenziale.

Draghi non è un profeta disarmato, ma non si può nemmeno pensare che sia onnisciente, una specie di novello Pico della Mirandola che ha in mente tutti i possibili intrichi dell’arte di governo e delle sue formule. Avrebbe bisogno davvero di quella ampia solidarietà nazionale che Mattarella aveva invocato per lui, ma che al momento sta ricevendo, e non solo dai partiti politici, in dosi omeopatiche.