Ultimo Aggiornamento:
26 settembre 2020
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Adesso si comincia a ballare ….

Paolo Pombeni - 02.09.2020
Referendum 2020

Col passare dei giorni la situazione politica torna a surriscaldarsi. Non che si fosse mai veramente raffreddata, ma era sembrata rimanere nell’ambito della cosiddetta pretattica politica. alla scena pubblica non trovava approvazioni né sul fronte politico, né su quello degli osservatori.

Le questioni sul tappeto sono tante, ma quella che, almeno per ora, sembra infiammarsi di più riguarda il referendum costituzionale. Come si è già avuto modo di osservare era un tema che la politica aveva preso sottogamba, convinta che la battaglia fosse decisa a priori dalla diffusione dell’antipolitica. Progressivamente questa convinzione ha cominciato a vacillare e non solo perché un numero notevole di “opinion maker” sulla stampa e in TV si stanno pronunciando per la scelta di votare no il 20-21 settembre, ma perché anche nel corpo elettorale più in generale qualcuno vede movimenti che non vanno nella direzione prevista.

La scelta di Berlusconi di schierarsi a favore del no è significativa, perché l’uomo non è di quelli che si buttano alla leggera a far operazioni di pura testimonianza. Probabilmente anche dalle parte di FI si è ragionato su quanto fosse sensato regalare ai Cinque Stelle una vittoria che avrebbe consentito loro di mettere in ombra quella che potrebbe essere una loro mezza debacle nella contemporanea tornata elettorale.

Naturalmente un osservatore scanzonato potrebbe osservare che è ben curioso che adesso ci si spacchi su una riforma votata praticamente all’unanimità e che è sottoposta a referendum non perché un movimento cospicuo di cittadini lo abbia imposto, ma perché una legge abbastanza discutibile consentiva che per ottenere lo scopo bastasse l’iniziativa di un pugnetto di senatori. Comunque adesso la palla ha cominciato a rotolare e si sta ingrossando.

Cosa si può dire della situazione attuale? La prima è che in sé la riduzione del numero dei parlamentari è una vecchia richiesta: c’era, tanto per dire, nelle conclusioni della Commissione Bozzi (1983!), ma anche nel programma del primo Ulivo di Prodi. Non esiste un numero canonico per i parlamentari e ridurli non porterà ad alcun vulnus per la democrazia. Il fatto è che nel caso in questione il “taglio” è stato imposto con argomenti populistici e demagogici e con questi sempre sostenuto: basta andare in rete e ripescare l’immagine di Di Maio e soci con lo striscione che riproduceva tante poltrone di fronte a cui ci si poneva con grosse forbici in mano.

Certo qualche considerazione la merita anche l’argomentazione di chi, da dentro il PD, fa notare che bocciare l’esperimento per astio anti grillino (giustificato) significherà per l’ennesima volta rinunciare alla possibilità di avviare almeno una razionalizzazione del nostro sistema costituzionale. Se si considera che la riforma grillina sia un colpo di mano senza prospettive, ci si può tranquillizzare sapendo che il PD ha predisposto strumenti per “inquadrarla” in un disegno più generale. Questa è la linea di Zingaretti con il pressing perché si approvi almeno una prima bozza di riforma della legge elettorale.

Il passaggio critico è però qui: davvero il problema è risolvibile con la riforma elettorale in via di definizione? La cosa non è convincente per due ragioni. La prima è che quanto si propone è progettato solo nell’ottica di favorire un sistema di tipo proporzionale che impedisca la preminenza del centrodestra visto che il centrosinistra come coalizione non si sa se esista davvero. Non ci sono in esso novità rilevanti per garantire un maggior peso della volontà degli elettori rispetto alle varie “macchine politiche” oggi sulla scena (per definirli partiti ci vuole del coraggio).

La seconda è che non scioglie il tema centrale per la debolezza del nostro sistema: l’assenza di un bicameralismo che garantisca accanto ad una rappresentanza delle “macchine politiche” (un tempo erano ideologie sociali, ora non più), un tipo diverso di rappresentanza che consenta l’instaurarsi di una dialettica con altri tipi di interessi e di agenzie presenti nel paese. Non è possibile richiamare qui le ragioni per cui la scelta della nostra Carta di promuovere in qualche modo questa dialettica è stata da sempre disattesa, diciamo solo che su questo tema la nostra costituzione sta ancora aspettando di essere portata a compimento. Per questo le disinvolte proposte di rendere banalmente eguale il meccanismo di selezione della seconda Camera omogenizzando i due elettorati attivi e passivi e abolendo la base regionale per determinare i collegi sono di fatto indecenti perché propongono non una riforma, ma un tradimento della nostra Carta.

Le ragioni che vengono portate per sostenere queste proposte, sono che così si eviterà di avere due Camere che possono non essere omogenee nel dare la fiducia al governo, ma soprattutto nel votargli la sfiducia (come è accaduto), sicché non si sa per quale conflitto con la rappresentanza popolare un governo debba cadere. L’obiezione non è ovviamente infondata, ma non si risolve col pasticcio di duplicare la stessa Camera sotto due diverse denominazioni, ma semplicemente decidendo, come è in quasi tutti i sistemi costituzionali bicamerali, che la fiducia è prerogativa di una sola delle due Camere (cosa che, ovviamente, i politici non vogliono, perché questo sì, nella loro modesta ottica di politicanti, renderebbe quelli di una Camera meno “potenti” di quella dell’altra).

Ovviamente di questioni ce ne sono anche altre: l’introduzione della sfiducia costruttiva, giusto per citarne una. Naturalmente si obietta che mettere mano ad una riforma organica e sensata richiederebbe un tempo e difficoltà che non si sa come affrontare. Ci permettiamo di ricordare che comunque anche le disinvolte riforme appena citate richiedono il passaggio per l’iter della riforma costituzionale e dunque tempi lunghi (che naturalmente vanno molto bene a tutti quelli che con questa scusa pensano di evitare anche il piccolo rischio di elezioni anticipate).

Dunque piuttosto che andare avanti a colpi di mano, facendo di fatto da sponda al populismo grillino (che non demorde), non sarebbe meglio prendere il toro per le corna con una riforma degna di questo nome? Ma se facendo così si finisse solo per compiacere quelli che vogliono solo tenersi tutto come sta? Ecco il dilemma che si presenta all’elettore responsabile nel silenzio della cabina referendaria del prossimo 20-21 settembre.