Ultimo Aggiornamento:
23 marzo 2019
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A scuola di “gender”? Il ruolo delle istituzioni educative.

Chiara Sità * - 23.06.2015
Family Day

Sabato 20 giugno si è svolto a Roma il Family Day in difesa della famiglia naturale e in contestazione delle iniziative educative che vengono definite “educazione al gender”.

La manifestazione, che si presenta come un’azione dal basso, preparata attraverso un tam tam tra genitori e inserita nel quadro di una serie di iniziative dei movimenti italiani pro-life,  ha visto la partecipazione di diversi settori della Chiesa cattolica e delle comunità musulmane, mentre più cauto e all’insegna dei distinguo sembra essere stato l’appoggio di esponenti della Conferenza Episcopale Italiana.

Le parole d’ordine e le rivendicazioni dei manifestanti e delle associazioni collegate richiamano una molteplicità di temi, ma il principale imputato sembra essere la cosiddetta “educazione al gender” che si ritiene propugnata da non meglio precisati “poteri forti” in cui si possono riconoscere l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Unione Europea.

La parola gender è protagonista di accesi dibattiti e scatena non pochi equivoci, nati soprattutto dalla sovrapposizione delle nozioni di sesso, genere, orientamento sessuale. Se, infatti, il sesso è un attributo biologico che segna la differenza tra maschile e femminile, il genere è un dispositivo concettuale - non una “teoria” - che pone al centro dell’attenzione i diversi modi in cui in ogni società ed epoca storica il maschile e il femminile sono vissuti, agiti, rappresentati.

Il genere riguarda tutti perché ciascuno è in qualche modo attivo nel dare una forma al proprio essere donna, o uomo. La cultura cattolica considera i generi distinti e complementari sulla base di una differenza naturale che deriva dalla diversità biologica, e su questa idea, per esempio, si fonda la contrarietà della Chiesa al sacerdozio femminile. Anche per la Chiesa, però, il genere ha una rilevanza fondamentale. Basti pensare alle figure dei religiosi e delle religiose, che per scelta sovvertono le aspettative sulla loro identità di genere (per esempio, quella della donna-madre, o dell’uomo-macho).

Anche la cultura laica e “pop” diffusa nei media, così come il mercato, considerano i generi strutturalmente differenti, come ci ricorda la recente polemica sulla pubblicità dei pannolini per bimba e bimbo, che afferma “lei penserà a farsi bella e si farà correre dietro, lui penserà a fare gol e alle avventure”; e come è testimoniato dalla crescente tendenza da parte del mondo produttivo e commerciale a puntare su un target segregato per genere che identifica fin dalla prima infanzia prodotti e oggetti “per maschi” e “per femmine”.

 

Le questioni educative e i compiti della scuola

 

Espressioni come “educazione al gender”, “didattica gender”, “corsi di gender” sono ricorrenti nel dibattito pubblico. Da un punto di vista pedagogico e didattico, queste etichette non hanno alcun significato e non indicano nessun approccio specifico all’educazione in cui un insegnante possa riconoscersi, ma sembrano essere utilizzate più che altro come dispositivi retorici.

Con questi concetti si fa riferimento ad almeno due piani diversi. Il primo, di carattere politico-strategico, concerne in particolare le linee guida sull’educazione sessuale emanate dall’OMS e probabilmente la Strategia di contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere proposta dal Consiglio d’Europa – a cui l’Italia ha aderito durante il governo Monti. Il secondo, di carattere pedagogico e didattico, riguarda la possibilità per le scuole di ogni ordine e grado, nell’esercizio della loro autonomia, di proporre percorsi su tematiche che da decenni si intrecciano con i curricoli scolastici: l’educazione alle diversità e al rispetto, il contrasto degli stereotipi, l’educazione all’affettività e alla sessualità.

Una delle principali accuse mosse dai manifestanti ai percorsi educativi che identificano sotto il nome (improprio) di “educazione al gender” è l’idea che si insegni ai bambini la non esistenza di una differenza biologica tra uomini e donne. Idea che sembra essere figlia della confusione tra sesso e genere, e tra superamento degli stereotipi e cancellazione delle differenze. Un’ulteriore accusa riguarda l’esposizione dei bambini a contenuti riguardanti la corporeità e l’affettività, che conduce alcuni ad agitare lo spettro dell’insegnamento della masturbazione precoce e della visione di filmati pornografici nelle aule scolastiche. Forse non è superfluo ricordare che a scuola non viene fatto nulla di tutto questo, ma qualcos’altro. La conoscenza di sé, degli altri, del mondo attraverso la dimensione sensoriale e corporea – molto distante dalle connotazioni sessuali che il mondo adulto le attribuisce - è parte integrante dello sviluppo infantile e base per altre competenze cognitive e sociali, come la capacità di accogliere le diversità, a cominciare dalla disabilità. Saper riconoscere e rispettare le differenze senza confinare il pensiero nell’automatismo degli stereotipi è essenziale per nutrire i processi di apprendimento e per stimolare le molteplici intelligenze dei bambini.

C’è oggi il concreto rischio che il lavoro degli insegnanti in questa direzione, specifico del loro mandato di formare soggetti attrezzati per un mondo complesso quanto affascinante, sia mortificato in partenza da una caccia alle streghe che può indurre forme di autocensura didattica e di rifugio in modalità di insegnamento ripetitive e rassicuranti, ma inadeguate alle sfide della scuola di oggi.

 

 

 

 

* Ricercatrice in pedagogia, Università di Verona