Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

Il negoziato, forse

Massimiliano Trentin * - 19.03.2015

A quattro anni e quattro giorni dall’inizio “ufficiale” delle rivolte e poi della guerra in Siria, il Segretario di stato USA, John Kerry, ha dichiarato alla CBS che “alla fine dobbiamo negoziare” con il Presidente siriano Bashar al Assad. Washington torna dunque sui suoi passi? Gli al Assad sono dunque riusciti a sopravvivere, per l’ennesima volta? E’ troppo presto per dirlo, anche perché alle dichiarazioni, spesso non seguono i fatti e le forze che si opporranno sono molte e ben determinate. Tuttavia, la notizia fa piacere a chi ha sempre sostenuto, come il sottoscritto, come fin dall’inizio non vi sia mai stata altra alternativa se non il negoziato politico tra tutte le forze in campo, pena la distruzione dell’intero Paese.

Per comprendere il significato della dichiarazione di John Kerry conviene collocarla nel suo tempo e nel suo spazio. Siamo appena entrati nel quinto anno di guerra in Siria. Le manifestazioni e poi rivolte a carattere non-violento, democratico e permeate da un forte senso civico si sono trasformate in un conflitto armato a seguito della repressione del regime, sempre più autoreferenziale e basato sui servizi di sicurezza più che strutture di rappresentanza e mobilitazione politica. L’ingerenza di Paesi e forze straniere ha trasformato un conflitto interno in una guerra regionale in cui si scontrano per procura i Paesi arabi del Golfo, la Turchia e i loro alleati occidentali contro il cosiddetto Asse della resistenza formato da Iran, Hizb’allah libanese e Siria, appunto.  leggi tutto

Il TTIP e il futuro del “Mondo Atlantico”: una proposta di lettura

Giovanni Bernardini - 17.03.2015

Chi frequenta con regolarità Mente Politica, sa quanto spazio abbiano dedicato le sue pagine alla politica estera italiana e alle relazioni esterne dell’Unione Europea, confluite nel recente semestre di presidenza e nella nomina di Federica Mogherini ad Alto Rappresentante. Pure all’interno di una salutare diversità di opinioni, tali riflessioni nascono dalla convinzione condivisa che la superficialità e il disinteresse riservati alla politica estera dall’opinione pubblica costituiscano sintomi preoccupanti di provincialismo e impoverimento di una cittadinanza attiva e consapevole. Si ha talvolta l’impressione che alla lunga parabola della Guerra Fredda, con la sua evidente osmosi tra il gioco delle forze politiche interne e l’andamento delle questioni internazionali, sia seguita una fase di sterili contrapposizioni attorno alla presunta ineluttabilità della “globalizzazione” e dell’integrazione continentale. Ineluttabilità destituita di ogni fondamento: il fatto che si sia trattato e si tratti di processi apparentemente sovraordinati non significa che non rimanga spazio per l’azione collettiva e per il tentativo politicamente organizzato di plasmare i rapporti internazionali. Così come non aveva senso accordarsi al flusso degli euroentusiasti o dei pro-globalizzazione, convinti di aver finalmente rinvenuto in quei processi la “cifra della storia”, ancora meno sopportabile è l’atteggiamento arrendevole di chi continua ad accogliere il presunto declino dell’Europa come un castigo di origine ultraterrena o una catastrofe naturale inevitabile. leggi tutto

I cattolici negli Stati Uniti. Una minoranza con un leader positivo

Claudio Ferlan - 12.03.2015

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto nella loro storia una maggioranza cattolica. La storia stessa della costruzione del Paese racconta soprattutto di gruppi protestanti spinti a muoversi da una sponda all’altra dell’Atlantico, e, una volta arrivati oltreoceano, decisi a spostarsi verso Ovest alla ricerca di una Terra se non promessa, almeno abitabile. I seguaci della Chiesa di Roma, in questo processo, hanno giocato un ruolo di secondaria importanza, come dimostra anche la loro marginalità nella storia missionaria dell’America settentrionale.

 

Francesco, star dei sondaggi

 

Abbiamo raccontato in un articolo precedente che negli Stati Uniti è visibile una crisi del cristianesimo, un declino numerico che accomuna cattolici e protestanti. Se ci concentriamo sui cattolici, scopriamo che in soli otto Stati dei cinquanta costituenti la Federazione essi sono il gruppo religioso prevalente, quasi ovunque i loro numeri sono in calo e neppure là dove l’immigrazione ispanica ha fornito nuova linfa alla fede romana il trend negativo è invertito, anzi. Quando c’è, la maggioranza è striminzita, talvolta condivisa con altri, sempre relativa.

Uno di questi Stati è la Pennsylvania, dove il papa è atteso a fine settembre per l’incontro mondiale leggi tutto

Strategie di sopravvivenza alla crisi del Cristianesimo negli Stati Uniti

Claudio Ferlan - 05.03.2015

La Costituzione degli Stati Uniti d’America sancisce la separazione tra sfera istituzionale e religiosa e proibisce al Congresso di legiferare per il riconoscimento di qualsiasi religione. Uno Stato laico dunque, ma pur sempre religiosamente connotato, come dimostrano i ripetuti richiami a Dio presenti nell’immaginario popolare, nelle banconote, nelle formule dei giuramenti giudiziari, nei discorsi dei presidenti, nella normativa di alcuni stati del Sud che discriminano gli atei manifesti.

 

Un panorama religioso in mutamento

 

Una recente ricerca del Public Religion Research Institute (American Value Atlas) ha dimostrato che i richiami al Dio dei cristiani sono sempre meno efficaci per la sensibilità dei cittadini. Se infatti i cristiani (non i cattolici) rimangono la maggioranza nel Paese, le cose stanno rapidamente cambiando. Un censimento religioso datato 2007 fissava al 16% la percentuale di coloro che non si riconoscevano in nessuna affiliazione, cifra salita al 22% nel 2014. Atei e agnostici sono secondi solo ai cristiani, tra i quali i protestanti hanno perso la maggioranza assoluta (47%). L’indagine è molto dettagliata, approfondisce la situazione nei singoli stati e mostra come una delle ragioni della trasformazione sia il mutamento della composizione etnica e anagrafica della popolazione statunitense. Sono stati individuati alcuni indicatori del mutamento in leggi tutto

Una costituzione anti-schiavista (1865)

Arnaldo Testi * - 14.02.2015

La costituzione degli Stati Uniti è, da un secolo e mezzo, una costituzione anti-schiavista. Lo è perché prima era una costituzione schiavista. Sarà pure, come qualcuno sostiene, un modello di carta liberale tutta procedurale, breve e non ideologica, la più vecchia del mondo fra quelle vive. E tuttavia come molte carte costituzionali (per esempio la nostra, anti-fascista) porta evidenti nel corpo i segni della sua storia, delle tragedie e dei riscatti che l’hanno plasmata. Ed è, nel suo funzionamento attuale, tutt’altro che vecchia e breve. È certamente lo scarno testo del 1787. Ma è anche i ventisette emendamenti formali successivi; e, forse soprattutto, i molti volumi di lavoro di interpretazione e adattamento scritti dalla Corte suprema – nel corso di oltre due secoli.

Nella costituzione americana la parola “schiavitù” compare solo nel Tredicesimo emendamento, approvato dal Congresso esattamente centocinquanta anni fa, il 31 gennaio del 1865, ed entrato in vigore alla fine di quell’anno. Vi compare per dichiararla abolita, per dire che non esisterà più, dopo il bagno di sangue della Guerra civile. (È l’evento celebrato da Spielberg nel film Lincoln) Prima di allora la parola maledetta non vi era mai nominata. I Padri fondatori non se l’erano sentita, per pudore, per vergogna, per non macchiare di infamia il sacro testo. Ma la cosa reale, tramite perifrasi chiarissime agli occhi di chiunque, c’era eccome. Con un peso fondante, strutturale, costituente. leggi tutto

Parigi val bene una riflessione su noi stessi

Tiziano Bonazzi * - 13.01.2015

Impressionante la manifestazione di Parigi. Esaltante il milione e più di "Je suis Charlie"; ma quale insegnamento trarne? Penso nessuno ritenga che quell'unità indichi una generale unità di intenti. A me pare sia una comune rivendicazione della libertà di scontrarsi su una miriade di questioni politiche, etiche, culturali. Il che va bene. James Madison, uno dei grandissimi della Rivoluzione americana, scrisse che se si spegne lo scontro fra fazioni diverse si spegne la libertà, che la libertà vive nel dissenso non nel consenso. Ottimo, è uno dei principi base dell'illuminismo. La libertà umana è scontro. La libertà non è un assoluto con un significato univoco, non scende dall'iperuranio, è storia e neppure storia progressiva, in cammino verso più alti destini. E' mutamento, un susseguirsi di contesti che variano per una ridda di miliardi di variabili e lì, nel mutare dei contesti, si colloca una minima variabile, ciascuno di noi, la nostra volontà di smuovere qualcosa.

         Da qualche generazione la civiltà a cui apparteniamo - e che non è una, ma un ammasso di storie confliggenti - ha trovato nel termine libertà il suo luogo di confronto, la sua utopia e per le tante varianti di questa utopia ha versato sangue e sangue e sangue. Nel 1989, credette di aver vinto, di essere giunta alla fine della storia come scrisse improvvidamente Francis Fukuyama. Quell'affermazione era in realtà l'ultima e più presuntuosa espressione dell'egemonia bianca che gli europei esausti avevano ceduto agli Stati Uniti affinché fossero loro a portarla avanti, ad assimilare il mondo a "noi" con strumenti più raffinati del colonialismo. leggi tutto

(Inter) Net Neutrality: nessuno contro, non tutti a favore

Patrizia Fariselli * - 30.12.2014
Riprendiamo il filo del precedente articolo (mente politica n.100) sulla neutralità della rete delle reti, per ribadire che la Net Neutrality (NN) è determinata dall’architettura tecnologica originaria di Internet, che non ammette pratiche di tipo discriminatorio (di accesso alla rete e al flusso dei dati che vi circolano) da parte degli operatori dell’infrastruttura di rete, i cosiddetti ISP, coerentemente con la sua concezione di rete pubblica. Il passaggio alla privatizzazione dell’infrastruttura di rete e lo sviluppo rapido ed estensivo dell’economia digitale hanno inevitabilmente aperto una divergenza di interessi tra la natura pubblica della rete e la natura privata dei soggetti che vi operano come fornitori di servizi, un conflitto tra chi vuole introdurre la logica del mercato anche nella gestione della rete e chi non vuole invece che essa sia subordinata al gioco della domanda e dell’offerta di servizi differenziati per qualità e velocità. 
Un ulteriore argomento che viene invocato sia dai favorevoli che dai contrari alla NN è il suo impatto sull’innovazione e sulla concorrenza. I primi sostengono che l’assenza di barriere stimola la creatività e il lancio di servizi innovativi da parte di imprese nuove, piccole, informali che altrimenti sarebbero escluse dalla competizione; i secondi sostengono che un ritorno inadeguato degli investimenti in reti veloci deprime l’innovazione dei grandi operatori di rete, ne scoraggia gli investimenti e  distorce la concorrenza a causa delle esternalità positive godute da chi opera in rete senza sopportarne i costi.
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Stati Uniti e Cuba: un evento storico, due discorsi e molte incertezze

Duccio Basosi * - 20.12.2014

La riapertura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba, annunciata in questi giorni, è un avvenimento per il quale l'espressione "evento storico" è sicuramente appropriata. Non soltanto essa chiude uno strappo diplomatico apertosi nel lontano 1961, ma promette di dare un senso diverso a una relazione che, negli anni intercorsi, è stata segnata in maniera costante dai tentativi statunitensi di destabilizzare il governo cubano e da una retorica furiosa di denunce incrociate, relative ora alla natura dei sistemi economici vigenti nei due Paesi, ora alle differenti visioni di quello che nel secolo scorso si chiamava il Terzo Mondo, ora infine ai diversi progetti nutriti da Washington e l'Avana per le relazioni tra i Paesi latinoamericani e tra l'insieme di questi e il potente vicino del nord. Quali possano essere gli sviluppi reali di questa promessa, tuttavia, pare più difficile da intendere, non soltanto per l'ovvia considerazione che il futuro non è ancora scritto, ma anche perché la forma dei passi diplomatici sin qui compiuti presenta una serie di ambiguità.

 

Anzitutto, i due governi non hanno prodotto un comunicato congiunto, bensì due diversi annunci, pronunciati in contemporanea nella forma di discorsi ai rispettivi concittadini, da parte dei due capi di Stato, Barack Obama e Raúl Castro. Non si tratta di una scelta casuale, poiché se da un lato i due discorsi fotografano leggi tutto

Bergoglio, Obama e Castro. La forza di andare oltre il punto morto

Enrico Galavotti * - 20.12.2014

Per parafrasare una celebre conferenza del cardinale Lercaro dedicata a Giovanni XXIII due anni dopo la sua morte si potrebbe dire che già oggi la riflessione dei periti in «cose» vaticane e, in modo particolare, su papa Francesco, è giunta a un punto morto.

Nel senso che ormai da mesi c’è una sorta di tacita convenzione che caratterizza la stragrande maggioranza delle riflessioni sull’azione del pontefice giunto dall’Argentina. Si tende insomma a leggerla in parallelo proprio a quella di Giovanni XXIII, il papa che ha convocato il Concilio Vaticano II che è stato recentemente proclamato santo da Francesco insieme a Giovanni Paolo II. Le ragioni sono anche comprensibili, ma c’è un rischio fondamentale in questo tipo di approccio, che è da un lato quello di dissimulare una certa pigrizia nell’analisi di ciò che sta accadendo in Vaticano dal 13 marzo 2013 e dall’altro di non cogliere anche le profonde differenze che esistono tra Francesco e i suoi predecessori, Giovanni XXIII incluso. Contestualmente all’annuncio dei presidenti Obama e Castro di una ripresa delle relazioni diplomatiche, interrotte sin dal fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci del 1961, molte voci si sono rincorse per stabilire un nuovo parallelo tra Francesco e Giovanni XXIII, rievocando appunto l’appello alla pace che papa Giovanni rivolse nell’ottobre 1962 a Stati Uniti e Unione Sovietica, pericolosamente incamminati verso un conflitto nucleare. leggi tutto

TTIP: di cosa diavolo (non) stiamo parlando?

Giovanni Bernardini - 18.11.2014

Soltanto dieci anni fa l’Unione Europea godeva presso i suoi cittadini di una popolarità certamente maggiore di quella odierna. A fronte del massiccio allargamento a est, molto si discusse all’epoca della necessità che un’entità di mezzo miliardo di persone definisse chiaramente la propria vocazione negli equilibri geopolitici. Si suggerì allora che l’Europa perseguisse l’obiettivo di imporsi come “potenza civile”: in altri termini, che essa si ponesse alla guida della creazione di un sistema internazionale fondato sulla forza di istituzioni e regole comuni, riproponendo su scala globale il proprio modello di integrazione nella diversità e di valorizzazione della pluralità. Tuttavia, negli anni successivi i dissidi tra governi hanno spinto molti osservatori ad assimilare l’Unione a un novello Tarzan: sana, forte e muscolosa ma incapace di esprimersi in modo chiaro e comprensibile. Se la corporatura dell’Europa appare oggi più gracile, provata da anni di lacerazioni intestine, di crisi economica e di confronto sempre meno favorevole con altri soggetti internazionali in ascesa, si può persino dire che quell’afasia abbia finito per estendersi gravemente anche alla comunicazione interna all’Unione.

Lo dimostra la vicenda del dossier TTIP, acronimo inglese di “Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti”. Un progetto ambizioso di cui sarebbe interessante discutere nel merito… se ce lo consentissero le informazioni a disposizione. La nostra ignoranza non è vinta dalle professioni di fede del Primo Ministro Renzi, leggi tutto