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01 aprile 2020
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Elezioni USA 2016: la resa delle notizie a un anno dal voto

Francesco Maltoni * - 03.11.2015

Negli ultimi mesi, il panorama del dibattito pubblico americano ha già sancito due punti fermi: Obama è ormai un ex presidente dal punto di vista mediatico, mentre i temi principali della questione politica sono ormai terreno riservato alle evoluzioni della campagna elettorale per il suo successore.

Dato sorprendente se si pensa che  i caucus – le assemblee propedeutiche all’avanzamento delle candidature nei singoli stati – e le elezioni primarie non partiranno fino al prossimo mese di febbraio. Insomma, un anno di rodaggio e di progressiva colonizzazione degli spazi in tv, siti web e giornali è un fortissimo indice di una assuefazione da parte dell’apparato mediatico, che sempre più difficilmente riesce a contrastare le spinte dei comitati elettorali, in cerca della visibilità per il proprio favorito.

Certamente, la presenza di candidati “ingombranti” e dall’alta notorietà, come Hillary Clinton da un lato e Donald Trump dall’altro, ha agevolato non poco l’impennata di interesse verso le vicissitudini per la carica di 45esimo presidente degli Stati Uniti. Proprio le vicende di questi personaggi, Clinton e Trump, sono due casi tipici, ma differenti di quella che appare come una resa incondizionata delle notizie, per lasciare spazio alle vicende dei singoli candidati e alle loro dichiarazioni più o meno sensazionalistiche. leggi tutto

Le nuove frontiere della politica pop

Donatella Campus * - 27.10.2015

L’inarrestabile ascesa della politica pop

Hillary Clinton si prepara ad affrontare le primarie Democratiche da una posizione di vantaggio, testimoniata dai sondaggi e rafforzata dalla rinuncia a correre del vicepresidente Joe Biden. Nel frattempo, la sua campagna elettorale esplora tutte le nuove frontiere comunicative, compresa quella della cosiddetta politica pop, la quale in realtà non rappresenta più una novità, ma ancora offre margini di sperimentazione. Come appunto mi sembra sia stato il caso della partecipazione di Clinton al Saturday Night Live del 3 ottobre scorso. Le apparizioni dei politici in questo tipo di programma satirico e di intrattenimento non sono inusuali; anzi si può dire che sono ormai pratica consolidata di ogni campagna elettorale. Lo scopo evidente dei candidati è quello di dar prova di avere senso dell’umorismo e di sapere ridere di sé stessi.  Così facendo si accorciano le distanze con l’elettorato; d’altronde, la politica pop, come è noto, ha tra i suoi risvolti proprio quello dell’”umanizzazione”,  del rendersi intimi, come ha scritto James Stanyer, uno dei più attenti studiosi del fenomeno.  Infatti noi cittadini non li conosciamo, in molti casi non li abbiamo mai incontrati, eppure ci sembrano personaggi familiari proprio in virtù della loro disponibilità a svelare i dettagli della loro vita privata e a condividere  i loro stati d’animo. leggi tutto

Protezione Dati Personali: onde sismiche in Atlantico, ipocentro in Lussemburgo (parte seconda)

Patrizia Fariselli * - 24.10.2015

Il caso Snowden ha aperto uno squarcio molto allarmante sulla dissociazione tra proprietà e controllo dei dati personali. Questa dissociazione assume un profilo geo-economico se si considera che il trasferimento e la rielaborazione dei dati ne implicano lo stoccaggio in grandi centri o cloud (nuvole) sotto il controllo di operatori la cui localizzazione è indipendente dal luogo di provenienza dei dati, ma dipende piuttosto dalla nazionalità dell’operatore. Attualmente, l’85% del mercato globale di cloud computing è rappresentato da imprese basate negli USA, che trattano dati di persone, imprese, istituzioni, organizzazioni del resto del mondo, e soprattutto europee. C’è dunque uno scambio ineguale tra individui e operatori digitali, ma anche tra le due sponde dell’Atlantico. La trattativa tra USA e UE è molto difficile, complicata dalla presenza di interessi divergenti in Europa, che si rivelano nella competizione tra sistemi differenziati di tax ruling (mantenuti segreti), nella coesistenza di modelli di protezione/sorveglianza, di leggi e di autorità per la protezione dei dati diversi nei diversi Stati membri, e in sostanza dalla mancanza di un mercato unico digitale, oltre che nella forte pressione delle imprese americane e delle loro lobby a mantenere inalterato l’equilibrio attuale. Fa riflettere che il Volkswagen diesel-gate sia scoppiato proprio in questo momento. leggi tutto

Protezione Dati Personali: onde sismiche in Atlantico, ipocentro in Lussemburgo (parte prima)

Patrizia Fariselli * - 22.10.2015

Se ci fosse una formula rovesciata di “molto rumore per nulla” adesso sarebbe il caso di usarla. In queste settimane, infatti, la notizia relativa alla sentenza della Corte di Giustizia dell’UE del 6 ottobre scorso, che invalida la decisione della Commissione UE che riconosce agli USA il regime di Safe Harbor (porto sicuro) è passata quasi inosservata nei media italiani, o non è passata affatto. Del resto, da quando le tecnologie digitali di rete hanno fatto esplodere offerta e accesso all’informazione, paradossalmente l’informazione di massa si è impoverita, propinata come iterazione ossessiva di titoli che troppo spesso rispondono al motto shakespeariano e impongono di arrovellarsi su non-notizie fino al loro e nostro esaurimento fisico. Invece questa è una vera notizia, con importanti ricadute, non solo giuridiche e non solo per gli addetti ai lavori.

 

L’accordo Safe Harbor è stato siglato nel 2000 tra il Dipartimento del Commercio (DoC) degli USA e la Commissione Europea, per ottemperare a una clausola della Direttiva europea sulla protezione dei dati del 1995, secondo la quale il trasferimento di dati personali verso un paese terzo può avvenire solo se questo garantisce un “adeguato” livello di protezione. Poiché, secondo le stesse parole del DoC, USA ed Europa hanno due diversi approcci alla privacy, l’accordo serve a lanciare un ponte tra i due e a snellire le relazioni commerciali delle imprese americane leggi tutto

God bless America, e viceversa. Le visite pastorali e il soft power statunitense

Dario Fazzi * - 24.09.2015

Quella di papa Francesco è l’ultima di una lunga serie di visite pastorali negli Stati Uniti. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, questi incontri hanno spesso segnato e scandito dei passaggi importanti nella politica estera statunitense. E la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba, che quest’ultimo viaggio in qualche modo suggella, si colloca pienamente nel solco di una simile tradizione. Da Paolo VI in poi, in particolare, il Vaticano ha rappresentato per gli Stati Uniti un’eccellente risorsa di soft power: il papa ha difeso interessi e valori vitali per Washington, ha contribuito a dirimere questioni internazionali spinose, a rovesciare regimi autoritari e, in ultima analisi, a rafforzare l’immagine internazionale degli USA.  

 

Nei primi anni Sessanta, ad esempio, Kennedy aveva provato, senza successo, a convincere Kruscev della necessità di limitare i test nucleari. Fu però grazie all’interposizione dei buoni uffici di Giovanni XXIII che le due superpotenze raggiunsero il primo accordo in materia nel 1963. Due anni più tardi, Paolo VI rese omaggio alla lungimiranza del presidente statunitense condannando, con le parole usate dallo stesso Kennedy, la proliferazione nucleare dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’enfasi posta dal papa sul disarmo rispecchiava la volontà di Washington di limitare l’aumento del numero di potenze nucleari e di bollare come moralmente – e cristianamente – inaccettabile qualsiasi passo compiuto in tale direzione. Quando di fronte a 8o.000 fedeli riuniti allo Yankee Stadium Paolo VI leggi tutto

Stati Uniti – Iran: finalmente l'accordo

Massimiliano Trentin * - 16.07.2015

Dopo una lunga maratona di negoziati, martedì 14 luglio 2015 la Repubblica islamica dell'Iran ha concluso un accordo con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania. In cambio di un regime di controlli stringenti, l'accordo prevede che l'Iran potrà continuare il suo programma di sviluppo dell'energia nucleare per scopi pacifici e vedere la fine dell'embargo economico e finanziario a cui il Paese è sottoposto da quasi dieci anni.

Nei fatti l'accordo perfeziona quanto già deciso dal punto di vista politico a Ginevra il 2 Aprile scorso, dopo ormai due anni di intensi negoziati. Questi mesi sono serviti a individuare i dettagli tecnici relativi al regime di ispezioni a cui il Paese medio orientale dovrà sottoporsi, così come al processo di revoca delle sanzioni internazionali che riporteranno l'Iran a pieno titolo nella comunità politica internazionale così come nei mercati economici globali. "Storico" è l'aggettivo che qualifica molti dei titoli e degli editoriali di giornali della regione: dal Teheran Times, ovviamente filo-iraniano, al filo-saudita Arab News, dunque decisamente più diffidente.

Come sottolineato dal Presidente USA Barack Obama al New York Times, l'accordo deve essere valutato oggi e nel futuro per quello che prevede: cioè, prevenire che l'Iran si doti dell'arma nucleare, mentre possa proseguire nel programma pacifico di sfruttamento dell'energia dell'atomo. leggi tutto

L’ONU. 70 anni fa alla Conferenza di San Francisco si scrivevano i principi a tutela dell’individuo.

Miriam Rossi * - 30.06.2015

“L’Organizzazione delle Nazioni Unite, cos’è costei?” Non sconosciuta quanto il nome dell’antico filosofo greco Carneade su cui rimuginava Don Abbondio nelle pagine dei Promessi Sposi, l’Organizzazione, chiamata comunemente con l’acronimo ONU, appare però ignota ai più. Che sia invocata per operare con un intervento umanitario, denigrata per la scarsa incisività della sua azione a fronte di un ampio investimento di fondi, o più semplicemente ignorata, la rilevanza dell’ONU è ben maggiore delle mezze verità e delle finalità strumentali secondo cui spesso le politiche nazionali la modellano e ci hanno anche sovente abituati.

Nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale e di una fallita Società delle Nazioni, furono proprio i 70 milioni di morti del conflitto a determinare una reazione più viva della politica e della società civile. L’appuntamento per tutti fu a San Francisco, dal 25 aprile al 26 giugno 1945, in occasione della redazione dello Statuto della nuova Organizzazione. Alle posizioni dei rappresentati dei futuri Stati membri, si unirono per settimane le richieste espresse animatamente fuori dai palazzi da gruppi pacifisti, antimperialisti, femministi, ecologisti, religiosi e tanti altri ancora, che contribuirono a modificare alcuni degli aspetti della futura Carta ONU, la cui bozza era già stata definita un anno prima a Dumbarton leggi tutto

La sigaretta di Obama e lo stanco rituale del G7

Giovanni Bernardini - 16.06.2015

E un altro G7 è scivolato via tra boccali di birra formato bavarese, trite battute sui pantaloni di pelle locali, idilliaci bozzetti alpini di campanili acuminati. Evidentemente gli anni passano senza mutare l’odiosa tendenza dei vertici a fare delle località che li ospitano degli scialbi stereotipi. Grillinamente parlando, si sarebbe tentati di concludere che, se questa banale coreografia corrisponde all’immagine che i sette capi di governo hanno dei rispettivi paesi, c’è da dubitare delle loro ricette per il futuro. Si dirà: “non ci si fermi alle apparenze”. Ben volentieri, se non fosse che l’incontro ha dominato la stampa internazionale soprattutto per un increscioso dubbio che poco ha a che vedere coi contenuti: era una sigaretta quella che Obama stava estraendo nella foto insieme a Matteo Renzi? Analisi tecniche delle immagini, pugnaci pamphlet libertari che invitano il Presidente a non cedere ai bacchettoni, accuse d’incoerenza col salutismo professato altrove, fino all’apoteosi della smentita ufficiale (si badi bene: ufficiale) della Casa Bianca.

 

Apparenze anche queste, certo. Ma chi conosce la storia del G7 sa che l’apparenza non è mai secondaria. Risale al 1975 la convocazione del primo vertice, nel mezzo di una grave crisi economica e di enormi mutamenti globali che, a detta dei protagonisti, esigevano leggi tutto

Human Development Reports: venticinque anni di Sviluppo Umano

Mattia Baglieri * - 04.06.2015

Si sono aperte nei giorni scorsi a New York le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dalla pubblicazione del primo Human Development Report, pubblicato a Londra nel 1990 e patrocinato dalle Nazioni Unite e dal loro dipartimento per lo sviluppo umano, lo United Nations Development Programme.

Selim Jahan, funzionario ONU e direttore dell’ufficio per gli Human Development Report ricorda con queste parole il primo numero del Rapporto annuale comparativo rispetto ai progressi compiuti nell’economia dello sviluppo dagli Stati del mondo: “Sono le persone la vera ricchezza delle nazioni, la vera sfida è aumentare le loro possibilità di scelta, come argomentava il I Rapporto del Novanta. Oggi occorre celebrare il concetto di sviluppo umano insieme alla sua ambizione teorico-pratica che chiama le istituzioni a farsi carico della formulazione di politiche pubbliche tese al miglioramento del benessere delle persone attraverso l’assicurazione di un mondo più giusto, più stabile e più sostenibile”.

Il lessico dello “sviluppo umano”, in particolare è stato introdotto nel primo Human Development Report dal lavoro congiunto dei due economisti Amartya Sen (n. 1933) e Mahbub Ul Haq (1934-1998, già economista alle Università di Cambridge e Yale e Ministro delle Finanze del Pakistan). Tra le più importanti opportunità che sarebbero state da assicurarsi ad ogni individuo, secondo la visione di Sen e di Ul Haq, figuravano la possibilità di vivere una vita di normale durata, la salute, la formazione, le libertà politiche e civili e la detenzione di adeguate risorse economiche per un sostentamento di qualità. leggi tutto

Il convitato di giada alle nuove nozze nippo-americane

Giulio Pugliese * - 07.05.2015

Come accennato in un post precedente, la visita di stato del premier giapponese Abe Shinzō a Washington D.C. è stata foriera di iniziative di enorme rilevanza per il futuro dell’Asia-Pacifico. A 55 anni dal tortuoso processo di ratifica del Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza tra Stati Uniti e Giappone ad opera del primo ministro Nobusuke Kishi, il nipote Abe è convenuto con la controparte americana a nuovi vincoli matrimoniali in occasione delle nozze d’avorio del medesimo trattato. La sottoscrizione di nuovi principi guida (guidelines) delinea nuove responsabilità per i due alleati, aggirando il macchinoso iter legislativo atto a ratificare ciò che, di fatto, si avvicina ad un nuovo trattato di alleanza. Così le due parti hanno deciso di perseguire una maggiore cogestione, inter-operabilità e modernizzazione delle rispettive forze armate. Forte del recente cambio dell’interpretazione dell’Articolo IX della costituzione nipponica, in base al quale Tokyo si è dotata dell’esercizio (limitato) del diritto di legittima difesa collettivo, con i nuovi principi guida il Giappone giocherebbe un ruolo di prima linea nella difesa dell’arcipelago e si potrebbe incaricare di supporto logistico a forze americane e amiche quali l’Australia a livello globale. Un più attivo contributo giapponese alla sicurezza internazionale rendeva quindi la partnership nippo-americana più paritaria, adattandola alle nuove e future sfide di sicurezza, in primis la rapida ascesa della Cina sulla scacchiera asiatica.

Esigenze diplomatiche imponevano ai due governi di ripetere che le linee guida non prendessero di mira alcuno stato in particolare, ma va sicuramente riconosciuta nella Cina di Xi Jinping il convitato di pietra responsabile per l’affiatamento della strana coppia Abe-Obama. leggi tutto