Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

God bless America, e viceversa. Le visite pastorali e il soft power statunitense

Dario Fazzi * - 24.09.2015

Quella di papa Francesco è l’ultima di una lunga serie di visite pastorali negli Stati Uniti. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, questi incontri hanno spesso segnato e scandito dei passaggi importanti nella politica estera statunitense. E la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba, che quest’ultimo viaggio in qualche modo suggella, si colloca pienamente nel solco di una simile tradizione. Da Paolo VI in poi, in particolare, il Vaticano ha rappresentato per gli Stati Uniti un’eccellente risorsa di soft power: il papa ha difeso interessi e valori vitali per Washington, ha contribuito a dirimere questioni internazionali spinose, a rovesciare regimi autoritari e, in ultima analisi, a rafforzare l’immagine internazionale degli USA.  

 

Nei primi anni Sessanta, ad esempio, Kennedy aveva provato, senza successo, a convincere Kruscev della necessità di limitare i test nucleari. Fu però grazie all’interposizione dei buoni uffici di Giovanni XXIII che le due superpotenze raggiunsero il primo accordo in materia nel 1963. Due anni più tardi, Paolo VI rese omaggio alla lungimiranza del presidente statunitense condannando, con le parole usate dallo stesso Kennedy, la proliferazione nucleare dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’enfasi posta dal papa sul disarmo rispecchiava la volontà di Washington di limitare l’aumento del numero di potenze nucleari e di bollare come moralmente – e cristianamente – inaccettabile qualsiasi passo compiuto in tale direzione. Quando di fronte a 8o.000 fedeli riuniti allo Yankee Stadium Paolo VI leggi tutto

Stati Uniti – Iran: finalmente l'accordo

Massimiliano Trentin * - 16.07.2015

Dopo una lunga maratona di negoziati, martedì 14 luglio 2015 la Repubblica islamica dell'Iran ha concluso un accordo con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania. In cambio di un regime di controlli stringenti, l'accordo prevede che l'Iran potrà continuare il suo programma di sviluppo dell'energia nucleare per scopi pacifici e vedere la fine dell'embargo economico e finanziario a cui il Paese è sottoposto da quasi dieci anni.

Nei fatti l'accordo perfeziona quanto già deciso dal punto di vista politico a Ginevra il 2 Aprile scorso, dopo ormai due anni di intensi negoziati. Questi mesi sono serviti a individuare i dettagli tecnici relativi al regime di ispezioni a cui il Paese medio orientale dovrà sottoporsi, così come al processo di revoca delle sanzioni internazionali che riporteranno l'Iran a pieno titolo nella comunità politica internazionale così come nei mercati economici globali. "Storico" è l'aggettivo che qualifica molti dei titoli e degli editoriali di giornali della regione: dal Teheran Times, ovviamente filo-iraniano, al filo-saudita Arab News, dunque decisamente più diffidente.

Come sottolineato dal Presidente USA Barack Obama al New York Times, l'accordo deve essere valutato oggi e nel futuro per quello che prevede: cioè, prevenire che l'Iran si doti dell'arma nucleare, mentre possa proseguire nel programma pacifico di sfruttamento dell'energia dell'atomo. leggi tutto

L’ONU. 70 anni fa alla Conferenza di San Francisco si scrivevano i principi a tutela dell’individuo.

Miriam Rossi * - 30.06.2015

“L’Organizzazione delle Nazioni Unite, cos’è costei?” Non sconosciuta quanto il nome dell’antico filosofo greco Carneade su cui rimuginava Don Abbondio nelle pagine dei Promessi Sposi, l’Organizzazione, chiamata comunemente con l’acronimo ONU, appare però ignota ai più. Che sia invocata per operare con un intervento umanitario, denigrata per la scarsa incisività della sua azione a fronte di un ampio investimento di fondi, o più semplicemente ignorata, la rilevanza dell’ONU è ben maggiore delle mezze verità e delle finalità strumentali secondo cui spesso le politiche nazionali la modellano e ci hanno anche sovente abituati.

Nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale e di una fallita Società delle Nazioni, furono proprio i 70 milioni di morti del conflitto a determinare una reazione più viva della politica e della società civile. L’appuntamento per tutti fu a San Francisco, dal 25 aprile al 26 giugno 1945, in occasione della redazione dello Statuto della nuova Organizzazione. Alle posizioni dei rappresentati dei futuri Stati membri, si unirono per settimane le richieste espresse animatamente fuori dai palazzi da gruppi pacifisti, antimperialisti, femministi, ecologisti, religiosi e tanti altri ancora, che contribuirono a modificare alcuni degli aspetti della futura Carta ONU, la cui bozza era già stata definita un anno prima a Dumbarton leggi tutto

La sigaretta di Obama e lo stanco rituale del G7

Giovanni Bernardini - 16.06.2015

E un altro G7 è scivolato via tra boccali di birra formato bavarese, trite battute sui pantaloni di pelle locali, idilliaci bozzetti alpini di campanili acuminati. Evidentemente gli anni passano senza mutare l’odiosa tendenza dei vertici a fare delle località che li ospitano degli scialbi stereotipi. Grillinamente parlando, si sarebbe tentati di concludere che, se questa banale coreografia corrisponde all’immagine che i sette capi di governo hanno dei rispettivi paesi, c’è da dubitare delle loro ricette per il futuro. Si dirà: “non ci si fermi alle apparenze”. Ben volentieri, se non fosse che l’incontro ha dominato la stampa internazionale soprattutto per un increscioso dubbio che poco ha a che vedere coi contenuti: era una sigaretta quella che Obama stava estraendo nella foto insieme a Matteo Renzi? Analisi tecniche delle immagini, pugnaci pamphlet libertari che invitano il Presidente a non cedere ai bacchettoni, accuse d’incoerenza col salutismo professato altrove, fino all’apoteosi della smentita ufficiale (si badi bene: ufficiale) della Casa Bianca.

 

Apparenze anche queste, certo. Ma chi conosce la storia del G7 sa che l’apparenza non è mai secondaria. Risale al 1975 la convocazione del primo vertice, nel mezzo di una grave crisi economica e di enormi mutamenti globali che, a detta dei protagonisti, esigevano leggi tutto

Human Development Reports: venticinque anni di Sviluppo Umano

Mattia Baglieri * - 04.06.2015

Si sono aperte nei giorni scorsi a New York le celebrazioni per il venticinquesimo anniversario dalla pubblicazione del primo Human Development Report, pubblicato a Londra nel 1990 e patrocinato dalle Nazioni Unite e dal loro dipartimento per lo sviluppo umano, lo United Nations Development Programme.

Selim Jahan, funzionario ONU e direttore dell’ufficio per gli Human Development Report ricorda con queste parole il primo numero del Rapporto annuale comparativo rispetto ai progressi compiuti nell’economia dello sviluppo dagli Stati del mondo: “Sono le persone la vera ricchezza delle nazioni, la vera sfida è aumentare le loro possibilità di scelta, come argomentava il I Rapporto del Novanta. Oggi occorre celebrare il concetto di sviluppo umano insieme alla sua ambizione teorico-pratica che chiama le istituzioni a farsi carico della formulazione di politiche pubbliche tese al miglioramento del benessere delle persone attraverso l’assicurazione di un mondo più giusto, più stabile e più sostenibile”.

Il lessico dello “sviluppo umano”, in particolare è stato introdotto nel primo Human Development Report dal lavoro congiunto dei due economisti Amartya Sen (n. 1933) e Mahbub Ul Haq (1934-1998, già economista alle Università di Cambridge e Yale e Ministro delle Finanze del Pakistan). Tra le più importanti opportunità che sarebbero state da assicurarsi ad ogni individuo, secondo la visione di Sen e di Ul Haq, figuravano la possibilità di vivere una vita di normale durata, la salute, la formazione, le libertà politiche e civili e la detenzione di adeguate risorse economiche per un sostentamento di qualità. leggi tutto

Il convitato di giada alle nuove nozze nippo-americane

Giulio Pugliese * - 07.05.2015

Come accennato in un post precedente, la visita di stato del premier giapponese Abe Shinzō a Washington D.C. è stata foriera di iniziative di enorme rilevanza per il futuro dell’Asia-Pacifico. A 55 anni dal tortuoso processo di ratifica del Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza tra Stati Uniti e Giappone ad opera del primo ministro Nobusuke Kishi, il nipote Abe è convenuto con la controparte americana a nuovi vincoli matrimoniali in occasione delle nozze d’avorio del medesimo trattato. La sottoscrizione di nuovi principi guida (guidelines) delinea nuove responsabilità per i due alleati, aggirando il macchinoso iter legislativo atto a ratificare ciò che, di fatto, si avvicina ad un nuovo trattato di alleanza. Così le due parti hanno deciso di perseguire una maggiore cogestione, inter-operabilità e modernizzazione delle rispettive forze armate. Forte del recente cambio dell’interpretazione dell’Articolo IX della costituzione nipponica, in base al quale Tokyo si è dotata dell’esercizio (limitato) del diritto di legittima difesa collettivo, con i nuovi principi guida il Giappone giocherebbe un ruolo di prima linea nella difesa dell’arcipelago e si potrebbe incaricare di supporto logistico a forze americane e amiche quali l’Australia a livello globale. Un più attivo contributo giapponese alla sicurezza internazionale rendeva quindi la partnership nippo-americana più paritaria, adattandola alle nuove e future sfide di sicurezza, in primis la rapida ascesa della Cina sulla scacchiera asiatica.

Esigenze diplomatiche imponevano ai due governi di ripetere che le linee guida non prendessero di mira alcuno stato in particolare, ma va sicuramente riconosciuta nella Cina di Xi Jinping il convitato di pietra responsabile per l’affiatamento della strana coppia Abe-Obama. leggi tutto

Il controshock petrolifero del 2015 e le prospettive della transizione energetica low carbon

Duccio Basosi * - 07.05.2015

Ormai da tempo, le sovvenzioni al trasporto pubblico erano

 associate mentalmente, dal governo e dalla maggioranza

 dei suoi sostenitori, alla negazione della libertà individuale.

Ian McEwan, Bambini nel tempo (1987)

 

 

La necessità di una transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio è da alcuni anni un obiettivo riconosciuto a livello globale, come elemento cruciale di ogni tentativo credibile di evitare che l'aumento della temperatura terrestre superi di più di 2° C i livelli esistenti prima della rivoluzione industriale. Come noto, secondo l'International Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (IPCC), oltre questa soglia potrebbero infatti innescarsi effetti irreversibili e potenzialmente catastrofici. Sul piano globale, il protocollo di Kyoto del 1997 indica all'Art. 1 il duplice obiettivo dell'efficienza energetica e della promozione delle energie rinnovabili. Sul piano degli attori nazionali, Stati Uniti e Cina hanno emesso una dichiarazione congiunta nello stesso senso a novembre 2014, mentre l'Unione Europea ha come obiettivo ufficiale, entro il 2020, "la riduzione del 20% delle emissioni di gas climalteranti, l'aumento della quota delle energie rinnovabili fino almeno al 20% dei consumi, e l'ottenimento di risparmi energetici del 20% o più".

In coerenza con questo quadro, e nonostante molto resti ancora da fare, negli ultimi anni l'aumento dell'efficienza energetica e il ricorso alle energie rinnovabili hanno mostrato grandi segni di vitalità. E' stato notato, tuttavia, che tale incipiente transizione energetica leggi tutto

Hillary Clinton 2016: La volta buona per una donna Presidente?

Donatella Campus * - 18.04.2015

Hillary Clinton si è ufficialmente candidata alle primarie presidenziali. Secondo i commentatori la sua posizione, stando anche ai sondaggi effettuati tra gli elettori Democratici, è oggi più solida di quanto non fosse nel 2008, quando fu battuta in modo inatteso dall’ outsider Barack Obama. Sarà, quindi, questa la volta buona per eleggere la prima donna Presidente degli Stati Uniti?

La campagna presidenziale del 2008 è stata giudicata una delle più sessiste che si ricordino, con attacchi molto pesanti sia nei confronti di Hillary Clinton sia di Sarah Palin, che era la candidata vicepresidente per il partito Repubblicano. C’è da chiedersi se Clinton si troverà a fronteggiare gli stessi pregiudizi che allora contribuirono a minare la sua candidatura. E’ difficile fare una previsione, ma alcuni elementi possono essere presi in considerazione. Innanzi tutto si spera in un effetto apprendimento. All’indomani del ritiro di Clinton dalla competizione delle primarie, si aprì un dibattito proprio sul tema del trattamento da lei subito. Gli stessi mezzi di informazione fecero autocritica e molteplici analisi mostrarono quanto fosse stata distorta la rappresentazione mediatica di Clinton.  E’ stato ampiamente riconosciuto che Clinton è stata vittima del purtroppo comune stereotipo che colpisce molte donne in politica, il cosiddetto effetto double bind, tale per cui una donna forte e assertiva che aspira alla leadership è percepita come prepotente e autoritaria. Basterà la consapevolezza di aver esagerato nel 2008 a porre un freno in questa campagna elettorale? Quel che è certo è stavolta ci sarà più attenzione e che la candidata sarà più che mai decisa a denunciare e rintuzzare ogni attacco di questo tipo. leggi tutto

Obama e Cuba: ben più di una “Guerra Fredda” da seppellire

Giovanni Bernardini - 16.04.2015

Dean Rusk è stato il secondo più longevo Segretario di Stato (“ministro degli esteri”, per così dire) della storia statunitense, servendo sotto i due Presidenti Kennedy e Johnson per quasi tutti gli anni ’60 del secolo scorso. Le sue memorie, pubblicate all’inizio degli anni ’90, racchiudono il resoconto personale di quella fase di escalation globale della “Guerra Fredda” culminata nel disastro della guerra del Vietnam, per la quale egli non è esente da gravi responsabilità. Tra gli episodi più drammatici del suo lungo mandato, Rusk ricorda nei dettagli il summit tra Kennedy e la sua controparte sovietica Krusciov tenuto a Vienna del 1961. Molte, troppe speranze aveva suscitato la possibilità che una stretta di mano di fronte agli occhi del mondo inaugurasse un nuovo clima di fiducia reciproca e contribuisse a chiudere i tanti rischiosi dossier sul tavolo del confronto bipolare, dalla competizione nucleare alla divisione di Berlino, alla questione di Cuba. Due mesi prima, il tentativo di uno sbarco controrivoluzionario di esuli cubani era fallito nella Baia dei Porci, rivelando l’evidente coinvolgimento statunitense e favorendo di fatto l’avvicinamento a Mosca del governo dell’isola. Il vertice di Vienna si risolse in un fiasco clamoroso tra pesanti accuse e minacce reciproche, dovute secondo Rusk proprio all’illusione che entrambi i protagonisti nutrivano sulle potenzialità di una diplomazia personale improvvisata e mediatica. Il braccio di ferro globale leggi tutto

Da Losanna ad Aden: l’impatto immediato dell’accordo sul nucleare tra Iran e Stati Uniti

Massimiliano Trentin * - 14.04.2015

L’accordo siglato tra Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, più la Germania, il 2 Aprile 2015 costituisce un passaggio molto importante per la politica internazionale, tanto che le conseguenze non si sono fatte attendere nella forma di un’escalation della tensione in Medio Oriente. Difficilmente poteva essere altrimenti, visto la posta in gioco. A poco meno di una settimana dall’annuncio, le autorità iraniane rivendicano la fine immediata del regime di sanzioni economiche imposte anzitutto da USA e Unione Europea, pena la risoluzione dell’accordo, e attaccano duramente l’intervento militare saudita in Yemen in corso dal 25 marzo. Per bocca del Segretario di Stato USA, John Kerry, il 9 aprile Washington attacca Teheran per il suo ruolo “destabilizzante” in Medio Oriente e annuncia che gli Stati Uniti sosterranno i Paesi oggetto delle mire iraniane.

Da un alto, dunque, viene siglato un accordo-quadro il cui valore politico è il pieno rientro dell’Iran nel consesso della politica internazionale; dall’altro lato, si continua ad attaccare verbalmente l’Iran per le sue supposte mire espansionistiche nella regione e Teheran risponde accusando gli alleati di Washington e Bruxelles. Quello che sembra essere un paradosso rappresenta bene, invece, la natura dell’accordo concluso a Losanna. Questo è, infatti, un accordo che riguarda anzitutto i Paesi occidentali e la Repubblica islamica d’Iran: un accordo che apre alla possibilità di gestire le relazioni bilaterali secondo leggi tutto