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23 gennaio 2021
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Argomenti

David Bowie: la vita come un’opera d’arte

Claudio Fabretti * - 14.01.2016

Se la sua vita è stata un’opera d’arte, la sua morte non è stata da meno. Un’uscita di scena con tempismo teatrale perfetto, suggellata da uno splendido disco (“Blackstar”), con tanto di versi profetici: “Guardate lassù, sono in paradiso, ho cicatrici che non possono essere viste” (l’inquietante “Lazarus”). David Bowie, il Duca Bianco, l’uomo delle stelle si congeda dal mondo al culmine della (ritrovata) popolarità, mentre il suo testamento musicale è appena uscito nei negozi (l’8 gennaio, proprio nel giorno del suo 69° compleanno). Bowie lottava da 18 mesi una battaglia contro il cancro. Proprio mentre era alle prese con la malattia, ha registrato le canzoni – e i video, magnifici e disturbanti – di “Blackstar”. Un album il cui titolo non andrebbe scritto, ma solo illustrato grazie al disegno di quella stella nera, che ora ci appare come il sepolcro ideale di un artista che, fin dall’odissea dell’astronave di Major Tom (“Space Oddity”, 1969), ha inseguito un sogno spaziale ad occhi aperti.

Una morte accompagnata da un cordoglio pressoché unanime e che tuttavia ci appare impossibile. Forse perché, novello Dorian Gray, Bowie ha sempre lasciato che fosse il suo ritratto a invecchiare, mai il suo spirito. O forse perché il suo nome è ormai da tempo consegnato all’eternità. Paradossale, per chi è partito dal warholiano “quarto d’ora di celebrità”, immortalandosi poi “eroe per un giorno” (“Heroes”). leggi tutto

Un test per tutti: la bomba nordcoreana, la fine della deterrenza e la mancata leadership statunitense.

Dario Fazzi * - 09.01.2016

Il recente annuncio secondo il quale la Corea del Nord avrebbe sperimentato con successo armi termonucleari, le cosiddette bombe all’idrogeno o bombe-H, ha scosso l’opinione pubblica mondiale, confermando, almeno in parte, la stratificazione e il consolidamento di una coscienza assolutamente contraria alla proliferazione degli ordigni atomici. Nonostante i proclami, però, la detonazione avvenuta nelle prossimità della capitale nordcoreana parrebbe non esser stata provocata da una bomba-H “pura”, basata cioè su una reazione di fusione nucleare in grado di rilasciare una quantità di energia nell’ordine dei megatoni (milioni di tonnellate di tritolo).

 

Più verosimilmente si tratterebbe di una più tradizionale arma atomica il cui rilascio di energia avviene per fissione nucleare e la cui portata distruttiva si situerebbe nell’ordine di qualche decina di chilotoni (migliaia di tonnellate di tritolo), non di molto superiore cioè alle armi utilizzate dagli statunitensi a Hiroshima e Nagasaki. Nel caso nordcoreano, si tratterebbe, se le analisi degli esperti dovessero confermarlo, di un’arma atomica arricchita all’idrogeno, dove questo elemento chimico svolgerebbe un ruolo di moltiplicatore di energia e, assieme, una funzione molto più fisica che chimica, cionondimeno molto importante. leggi tutto

Merkel bizzosa, Europa senza rotta

- 22.12.2015

Un passo avanti e due indietro. E’ questo il ritmo dell’incerto incedere della nostra Europa. Qualche mese fa mi ero rallegrato su queste colonne per la decisione presa dal consiglio europeo di erigere l’ultimo fondamentale pilastro della unificazione del sistema monetario dei paesi euro. Si trattava di mettere in piedi un meccanismo fotocopia di quello che esiste da quasi un secolo negli Stati Uniti che doveva prevedere una garanzia federale (FDIC-Federal Deposit Insurance Corporation) sui depositi bancari fino ad una soglia di 100.000 euro.  Negli Usa la FDIC  nasce nel 1933 sotto la coraggiosa presidenza Roosvelt a seguito delle ripetute crisi bancarie che si verificano negli anni 20 e nei primi anni 30 del XX secolo. Consente di  alleviare la paurosa crisi del sistema bancario durante la grande crisi assicurando  i depositi (oggi fino a 250.000 dollari) in caso di fallimento della banca. La FDIC interviene in seguito con artiglieria pesante negli anni 80 e 90 quando gli Usa soffrono di una protratta serie di chiusure  delle piccole banche e impedisce alla crisi del sistema bancario di infettare l’intera economia.  E’ attiva ovviamente negli anni recenti dal 2008 e costituisce un vero baluardo del sistema creditizio americano. La sua disciplina è cambiata nel 2010 con la riforma dei mercati finanziari (Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act)  che l’ha resa più efficiente e ne ha espanso la copertura assicurativa non solo portandola a 250000 dollari ma ancorandola anche a requisiti di bilancio delle banche. leggi tutto

Elezioni USA 2016: perché Hillary Clinton teme più il terrorismo che i Repubblicani

Francesco Maltoni * - 17.12.2015

Sembra rimasto solo un rivale tra Hillary Clinton e il suo ritorno alla Casa Bianca, stavolta nelle vesti di presidente. Quel nemico, guarda un po', si chiama Isis. L'improvviso balzo in vetta all'agenda internazionale dell'allarme terrorismo, a poche settimane dall'inizio delle primarie in Usa, è l'unico pericolo attualmente in grado di spodestare l'ex first lady da una vittoria fin troppo annunciata.

 

Con i Repubblicani sempre alla ricerca, ancora prima di un candidato, di un'identità, il campo per la candidata in pectore del Partito Democratico sembra sgombro di contendenti all'altezza. Anche se mancano molti mesi all'election day, solo l'imprevedibile escalation a cui stiamo assistendo in queste settimane potrebbe rimettere in discussione la corsa alla presidenza di Washington. Mai come in questo periodo è parso evidente che il tallone d'Achille dell'amministrazione uscente sia proprio la politica estera, con la signora Clinton a guidarla in prima persona durante il quadriennio iniziale di mandato. Se, negli auspici, Obama, ormai giunto al capolinea, lasciava immaginare un cambio radicale di strategia sullo scacchiere internazionale dopo otto anni di lotta al terrore sotto l'insegna dei Bush, in realtà pace e la sicurezza, dal 2008, anno di insediamento, a oggi sembrano molto più in pericolo.

 

Nella cartina mondiale, le situazioni esplose in rivolte, leggi tutto

Elezioni USA 2016: la resa delle notizie a un anno dal voto

Francesco Maltoni * - 03.11.2015

Negli ultimi mesi, il panorama del dibattito pubblico americano ha già sancito due punti fermi: Obama è ormai un ex presidente dal punto di vista mediatico, mentre i temi principali della questione politica sono ormai terreno riservato alle evoluzioni della campagna elettorale per il suo successore.

Dato sorprendente se si pensa che  i caucus – le assemblee propedeutiche all’avanzamento delle candidature nei singoli stati – e le elezioni primarie non partiranno fino al prossimo mese di febbraio. Insomma, un anno di rodaggio e di progressiva colonizzazione degli spazi in tv, siti web e giornali è un fortissimo indice di una assuefazione da parte dell’apparato mediatico, che sempre più difficilmente riesce a contrastare le spinte dei comitati elettorali, in cerca della visibilità per il proprio favorito.

Certamente, la presenza di candidati “ingombranti” e dall’alta notorietà, come Hillary Clinton da un lato e Donald Trump dall’altro, ha agevolato non poco l’impennata di interesse verso le vicissitudini per la carica di 45esimo presidente degli Stati Uniti. Proprio le vicende di questi personaggi, Clinton e Trump, sono due casi tipici, ma differenti di quella che appare come una resa incondizionata delle notizie, per lasciare spazio alle vicende dei singoli candidati e alle loro dichiarazioni più o meno sensazionalistiche. leggi tutto

Le nuove frontiere della politica pop

Donatella Campus * - 27.10.2015

L’inarrestabile ascesa della politica pop

Hillary Clinton si prepara ad affrontare le primarie Democratiche da una posizione di vantaggio, testimoniata dai sondaggi e rafforzata dalla rinuncia a correre del vicepresidente Joe Biden. Nel frattempo, la sua campagna elettorale esplora tutte le nuove frontiere comunicative, compresa quella della cosiddetta politica pop, la quale in realtà non rappresenta più una novità, ma ancora offre margini di sperimentazione. Come appunto mi sembra sia stato il caso della partecipazione di Clinton al Saturday Night Live del 3 ottobre scorso. Le apparizioni dei politici in questo tipo di programma satirico e di intrattenimento non sono inusuali; anzi si può dire che sono ormai pratica consolidata di ogni campagna elettorale. Lo scopo evidente dei candidati è quello di dar prova di avere senso dell’umorismo e di sapere ridere di sé stessi.  Così facendo si accorciano le distanze con l’elettorato; d’altronde, la politica pop, come è noto, ha tra i suoi risvolti proprio quello dell’”umanizzazione”,  del rendersi intimi, come ha scritto James Stanyer, uno dei più attenti studiosi del fenomeno.  Infatti noi cittadini non li conosciamo, in molti casi non li abbiamo mai incontrati, eppure ci sembrano personaggi familiari proprio in virtù della loro disponibilità a svelare i dettagli della loro vita privata e a condividere  i loro stati d’animo. leggi tutto

Protezione Dati Personali: onde sismiche in Atlantico, ipocentro in Lussemburgo (parte seconda)

Patrizia Fariselli * - 24.10.2015

Il caso Snowden ha aperto uno squarcio molto allarmante sulla dissociazione tra proprietà e controllo dei dati personali. Questa dissociazione assume un profilo geo-economico se si considera che il trasferimento e la rielaborazione dei dati ne implicano lo stoccaggio in grandi centri o cloud (nuvole) sotto il controllo di operatori la cui localizzazione è indipendente dal luogo di provenienza dei dati, ma dipende piuttosto dalla nazionalità dell’operatore. Attualmente, l’85% del mercato globale di cloud computing è rappresentato da imprese basate negli USA, che trattano dati di persone, imprese, istituzioni, organizzazioni del resto del mondo, e soprattutto europee. C’è dunque uno scambio ineguale tra individui e operatori digitali, ma anche tra le due sponde dell’Atlantico. La trattativa tra USA e UE è molto difficile, complicata dalla presenza di interessi divergenti in Europa, che si rivelano nella competizione tra sistemi differenziati di tax ruling (mantenuti segreti), nella coesistenza di modelli di protezione/sorveglianza, di leggi e di autorità per la protezione dei dati diversi nei diversi Stati membri, e in sostanza dalla mancanza di un mercato unico digitale, oltre che nella forte pressione delle imprese americane e delle loro lobby a mantenere inalterato l’equilibrio attuale. Fa riflettere che il Volkswagen diesel-gate sia scoppiato proprio in questo momento. leggi tutto

Protezione Dati Personali: onde sismiche in Atlantico, ipocentro in Lussemburgo (parte prima)

Patrizia Fariselli * - 22.10.2015

Se ci fosse una formula rovesciata di “molto rumore per nulla” adesso sarebbe il caso di usarla. In queste settimane, infatti, la notizia relativa alla sentenza della Corte di Giustizia dell’UE del 6 ottobre scorso, che invalida la decisione della Commissione UE che riconosce agli USA il regime di Safe Harbor (porto sicuro) è passata quasi inosservata nei media italiani, o non è passata affatto. Del resto, da quando le tecnologie digitali di rete hanno fatto esplodere offerta e accesso all’informazione, paradossalmente l’informazione di massa si è impoverita, propinata come iterazione ossessiva di titoli che troppo spesso rispondono al motto shakespeariano e impongono di arrovellarsi su non-notizie fino al loro e nostro esaurimento fisico. Invece questa è una vera notizia, con importanti ricadute, non solo giuridiche e non solo per gli addetti ai lavori.

 

L’accordo Safe Harbor è stato siglato nel 2000 tra il Dipartimento del Commercio (DoC) degli USA e la Commissione Europea, per ottemperare a una clausola della Direttiva europea sulla protezione dei dati del 1995, secondo la quale il trasferimento di dati personali verso un paese terzo può avvenire solo se questo garantisce un “adeguato” livello di protezione. Poiché, secondo le stesse parole del DoC, USA ed Europa hanno due diversi approcci alla privacy, l’accordo serve a lanciare un ponte tra i due e a snellire le relazioni commerciali delle imprese americane leggi tutto

God bless America, e viceversa. Le visite pastorali e il soft power statunitense

Dario Fazzi * - 24.09.2015

Quella di papa Francesco è l’ultima di una lunga serie di visite pastorali negli Stati Uniti. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, questi incontri hanno spesso segnato e scandito dei passaggi importanti nella politica estera statunitense. E la riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba, che quest’ultimo viaggio in qualche modo suggella, si colloca pienamente nel solco di una simile tradizione. Da Paolo VI in poi, in particolare, il Vaticano ha rappresentato per gli Stati Uniti un’eccellente risorsa di soft power: il papa ha difeso interessi e valori vitali per Washington, ha contribuito a dirimere questioni internazionali spinose, a rovesciare regimi autoritari e, in ultima analisi, a rafforzare l’immagine internazionale degli USA.  

 

Nei primi anni Sessanta, ad esempio, Kennedy aveva provato, senza successo, a convincere Kruscev della necessità di limitare i test nucleari. Fu però grazie all’interposizione dei buoni uffici di Giovanni XXIII che le due superpotenze raggiunsero il primo accordo in materia nel 1963. Due anni più tardi, Paolo VI rese omaggio alla lungimiranza del presidente statunitense condannando, con le parole usate dallo stesso Kennedy, la proliferazione nucleare dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’enfasi posta dal papa sul disarmo rispecchiava la volontà di Washington di limitare l’aumento del numero di potenze nucleari e di bollare come moralmente – e cristianamente – inaccettabile qualsiasi passo compiuto in tale direzione. Quando di fronte a 8o.000 fedeli riuniti allo Yankee Stadium Paolo VI leggi tutto

Stati Uniti – Iran: finalmente l'accordo

Massimiliano Trentin * - 16.07.2015

Dopo una lunga maratona di negoziati, martedì 14 luglio 2015 la Repubblica islamica dell'Iran ha concluso un accordo con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania. In cambio di un regime di controlli stringenti, l'accordo prevede che l'Iran potrà continuare il suo programma di sviluppo dell'energia nucleare per scopi pacifici e vedere la fine dell'embargo economico e finanziario a cui il Paese è sottoposto da quasi dieci anni.

Nei fatti l'accordo perfeziona quanto già deciso dal punto di vista politico a Ginevra il 2 Aprile scorso, dopo ormai due anni di intensi negoziati. Questi mesi sono serviti a individuare i dettagli tecnici relativi al regime di ispezioni a cui il Paese medio orientale dovrà sottoporsi, così come al processo di revoca delle sanzioni internazionali che riporteranno l'Iran a pieno titolo nella comunità politica internazionale così come nei mercati economici globali. "Storico" è l'aggettivo che qualifica molti dei titoli e degli editoriali di giornali della regione: dal Teheran Times, ovviamente filo-iraniano, al filo-saudita Arab News, dunque decisamente più diffidente.

Come sottolineato dal Presidente USA Barack Obama al New York Times, l'accordo deve essere valutato oggi e nel futuro per quello che prevede: cioè, prevenire che l'Iran si doti dell'arma nucleare, mentre possa proseguire nel programma pacifico di sfruttamento dell'energia dell'atomo. leggi tutto