Ultimo Aggiornamento:
19 settembre 2020
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Argomenti

American Democrats: prendersi i repubblicani scontenti o costruire una nuova maggioranza progressista?

Arnaldo Testi * - 24.08.2016

Ci sono due modi per immaginare una strategia elettorale che dia qualche soddisfazione al tuo partito. Il primo presuppone che l’universo in cui giocare sia quello degli elettori abituali, un dato più o meno immutabile. Chi vota vota, chi non vota affari suoi. In questo caso il gioco è a somma zero. Per vincere devi strappare elettori al partito avverso, metterne in cattiva luce il candidato, attaccarlo personalmente, persuaderli che il tuo è migliore, convincerli a cambiare cavallo. Se hai successo quello che ottieni è il tira e molla dello status quo: una volta vinci tu, la prossima vincono loro, un po’ per uno e così sia.

 

Il secondo modo ipotizza che l’universo elettorale sia più ampio ed elastico, che includa potenzialmente tutti gli aventi diritto, anche chi di solito non vota. In questo caso puoi decidere di uscire dal recinto per portarvi dentro forze nuove, per mobilitare persone e gruppi sociali che finora sono rimasti ai margini ma che pensi siano a te favorevoli per ragioni economiche, etniche, religiose, di genere. Se hai successo, nelle giuste condizioni, realizzi una svolta storica che dura una generazione. Porti dentro la classe operaia e fai il partito democratico del New Deal. leggi tutto

Gli Stati Uniti e i dilemmi dell’Asia-Pacifico

Gianluca Pastori * - 23.07.2016

Annunciato fra squilli di tromba alla fine del 2011, che fine ha fatto – meno di cinque anni dopo -- il ‘pivot to Asia’ che avrebbe dovuto rappresentare uno degli elementi qualificanti della politica estera di Barack Obama? Il recente attivismo del Presidente uscente sul fronte dell’Asia-Pacifico induce a porsi questa domanda soprattutto dopo che, in una lunga serie di circostanze critiche (prime fra tutte le iniziative ‘muscolari’ della Corea del Nord durante le ripetute crisi nucleari e missilistiche degli ultimi anni), la risposta di Washington è stata, nelle migliore delle ipotesi, ‘di basso profilo’. Con la partenza di Hillary Clinton dalla Segreteria di Stato (2013), il ‘pivot’ sembra essersi via via diluito fino ad assumere, negli ultimi anni, la forma di un più blando ‘rebalancing’. Parallelamente, i rapporti con la Cina (il cui contenimento costituiva uno degli obiettivi per cui il ‘pivot’ era stato pensato), sembrano essere migliorati. Fra il 2009 e il 2014, il Presidente Obama ha compiuto due visite ufficiali nel Paese asiatico e altrettante ne ha compiute il Vicepresidente Biden (2011 e 2013). 

Parallelamente, fra il 2011 e il 2015, due presidente cinesi si sono recati in tre occasioni negli USA: Hu Jintao nel gennaio 2011 e Xi Jinping nel febbraio 2012 e nel settembre 2015. L’integrazione economica fra i due Paesi è cresciuta, leggi tutto

Obama e Dallas

Tiziano Bonazzi * - 16.07.2016

A Dallas, nella cerimonia in memoria dei cinque agenti uccisi da Micah Johnson per vendicare i neri uccisi dalla polizia, il Presidente Obama ha fatto quel che doveva: rassicurare il paese, calmare i toni violenti dello scontro su razzismo e arbìtri della polizia, elogiare gli agenti per il loro durissimo e pericoloso lavoro  e al tempo stesso ricordare che il razzismo esiste ancora. Risultati? Zero, come se avesse parlato al muro, Obama non è parso in grado di far molto contro la furia che divora l’America. Senza dubbio la campagna elettorale anomala e destabilizzante di quest’anno ha contribuito a rendere impossibile il suo compito; ma se la campagna si svolge in questi termini è anche perché nel paese c’è rivolta.

Parlo di rivolta, non di rivoluzione, termine otto-novecentesco adatto a società complesse, ma compatte in cui le classi potevano essere viste muoversi “come un sol uomo”. Gli Stati Uniti non sono stati mai analizzabili davvero in questi termini. Non che siano alternativi ai paesi europei; ma sono stati l’esempio di avanguardia, quindi difficile da inquadrare, della modernizzazione che anche nel Vecchio Mondo - più lentamente - ha eroso dal di dentro, frammentandole, le classi sociali che aveva creato con la rivoluzione industriale. Una “nazione di immigrati”, leggi tutto

Donald Trump e le incognite del Grand Old Party

Gianluca Pastori * - 18.05.2016

Quali lezioni deve trarre il Partito repubblicano dall’ampio consenso che Donald Trump ha raccolto nelle primarie presidenziali che si stanno per concludere nonostante l’ostilità che i vertici istituzionali hanno ostentato verso di lui? Quali potranno essere gli effetti a lungo termine di un successo che – al di là degli esiti del voto dell’8 novembre – rompe tradizioni e modelli interpretativa consolidati? Queste domande si sono fatte strada con forza crescente con il passare del tempo, mano a mano che i candidati più accreditati per la nomination di luglio abbandonavano la competizione e quello che dapprima era stato considerato più che altro un fenomeno di costume s’imponeva come il più serio sfidante dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton per il posto di quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti. Come il suo contraltare in campo democratico, Bernie Sanders, Trump è riuscito a dare voce ai molti che non si riconoscono in un partito che da anni fatica ad esprimere figure di standing adeguato; un problema emerso nel 2008 con la candidatura (per altri aspetti rispettabile) di John McCain e amplificato nel 2012 con quella incolore di Mitt Romney. In questo senso, la frammentazione dell’offerta politica repubblicana in una pluralità di rivali spesso difficilmente distinguibili l’uno dagli altri ha finito per fare il gioco di Trump, accentuandone la visibilità ed elidendo quella di quanti – pur dotati di una più solida piattaforma elettorale – si sono ritrovati intrappolati nella categoria (poco pagante in termini di voto) di ‘candidati dell’establishment. leggi tutto

Obama, Trump e il reality show

Donatella Campus * - 14.05.2016

Alcuni giorni fa Obama ha ammonito Donald Trump avvertendo che la presidenza non è un reality show bensì una carica che richiede serietà. Inoltre si è detto preoccupato della troppa enfasi data dall’informazione agli aspetti spettacolari (https://www.washingtonpost.com/news/post-politics/wp/2016/05/06/obama-on-trump-this-is-not-entertainment-this-is-not-a-reality-show/). Certamente è vero che Trump rappresenta un caso estremo di spettacolarizzazione della politica. Tuttavia, se oggi egli risulta credibile agli occhi di molti americani che lo hanno votato alle primarie, forse è anche perché la politica cosiddetta pop ha già invaso da tempo l’immaginario dei cittadini e ha in qualche modo preparato il terreno. Innanzitutto, Trump non è la prima celebrità che arriva alla politica dal mondo dello spettacolo (ricordiamo, infatti, che è noto al grande pubblico non solo per i suoi affari e la sua ricchezza, ma anche perché è stato conduttore di un reality show di successo, The Apprentice). Ma, soprattutto, il punto da sottolineare è che da qualche tempo la comunicazione politica in generale è pervasa dalle commistioni tra politica e intrattenimento: candidati come Hillary Clinton e perfino Bernie Sanders si sono prestati a recitare in programmi satirici; lo stesso Obama si è fatto protagonista di un video leggi tutto

Daniel Berrigan (1921-2016). Un uomo contro la guerra

Claudio Ferlan - 07.05.2016

Sabato scorso, 30 aprile, è scomparso all'età di novantaquattro anni il padre gesuita Daniel Berrigan. Il titolo scelto dal New York Times per annunciare la notizia lo descrive come “il prete che predicò il pacifismo”. Berrigan è stato un simbolo dell'azione politica di quella che negli Stati Uniti è stata chiamata la “nuova sinistra cattolica”.

 

I nove di Catonsville

 

L'opinione pubblica mondiale lo conobbe soprattutto per una clamorosa azione di protesta contro la guerra in Vietnam. Assieme al fratello Philip e ad altri sette attivisti cattolici entrò nel Centro di reclutamento di Catonsville in Maryland (17 maggio 1968) per bruciare le lettere di chiamata alle armi. La portata emblematica del gesto fu rinforzata dalla scelta di incendiare le carte usando del napalm fatto in casa.

Fu un'azione drammatica che contribuì alla crescita della protesta contro la guerra in Vietnam in tutti gli Stati Uniti, caratterizzata in seguito da sempre più frequenti  proteste e atti di disobbedienza civile. I “nove di Catonsville” furono condannati alla reclusione per distruzione di proprietà statale, ma si nascosero in clandestinità. Scoperti e catturati, furono effettivamente incarcerati. Daniel Berrigan scontò due anni di pena nella prigione federale di Danbury, dove ricevette anche la visita del generale della Compagnia di Gesù, Pedro Arrupe, uomo che nella propria esperienza missionaria aveva vissuto la scioccante esperienza della bomba atomica a Hiroshima. leggi tutto

Perché Donald Trump può diventare presidente degli Stati Uniti

Francesco Maltoni * - 07.05.2016

Ormai non ci sono più dubbi: a contendersi la presidenza degli Stati Uniti d'America per i prossimi quattro anni, saranno l'ex first lady Hillary Clinton e il magnate Donald Trump. La certezza, per i Democatici, è già arrivata nelle scorse settimane, con le affermazioni in serie del già segretario di Stato nella costa est e in particolare a New York. Gli avversari di Trump, invece, hanno cercato invano di prolungare la battaglia contro l'inarrestabile “marziano” che ha invaso il loro campo, mandando all'aria qualsiasi progetto di ritorno dell'establishment. Anche gli ultimi due sfidanti John Kasich e Ted Cruz hanno alzato bandiera bianca di fronte allo strapotere del milionario più chiacchierato del mondo. Se per Kasich il ritiro sembrava un atto dovuto – si è infatti imposto nel solo Ohio, Stato federale di cui è governatore – assai meno attesa era la rinuncia di Cruz, che fin dai caucus dell'Iowa si era dimostrato il solo in grado di impensierire Trump. A maggior ragione, ancor più sorrprendente è come lo stop alla sua campagna sia arrivato pochissimi giorni dopo aver annunciato il ticket con Carly Fiorina – altra ex candidata alla presidenza ed ex amministratire delegato della Hewlett-Packard. Evidentemente, per il rivale numero uno di Donald Trump aver perso le primarie anche in Indiana, dove è ampia la fetta di elettori evangelici – che rappresentano da sempre il suo zoccolo duro di consenso - deve aver costituito uno smacco troppo forte sul piano personale, con il divario dei delegati che si allarga ormai in maniera irreparabile. leggi tutto

Dopo il voto di New York: qualche cosa è cambiato?

Gianluca Pastori * - 21.04.2016

I risultati delle primarie dello Stato di New York, se non mettono la parola ‘fine’ alla corsa per la nomination presidenziale, quanto meno consolidano in modo importante la posizione di Hillary Clinton e di Donald Trump, che si accreditano sempre più come i frontrunner per la corsa del prossimo novembre. Il rassicurante margine con cui l’ex Segretario di Stato si afferma sul rivale Sanders fa giustizia delle proiezioni che davano i due avversari assai più vicini e le permette di portare a 1930 i delegati a suo favore a fronte di un quorum di 2383, contro i ‘soli’ 1189 di Sanders e i 136 ‘uncommitted’ che si riservano di decidere in sede di convention nazionale su quale candidato dirottare il proprio voto. Sul fronte repubblicano, i meccanismi che presiedono alle primarie nello Stato, che fissano una soglia minima di consensi perché i candidati possano accedere alla ripartizione dei delegati, fanno sì che Ted Cruz, con il 14,5% circa dei consensi, si ritrovi escluso da questa, che finisce dunque per premiare Trump (che con il 60,5% dei consensi incamera 89 delegati e si porta a 845 su un quorum di 1237) e per ‘bruciare’ i tre delegati che il 25% circa dei consensi assegna a John Kasich. leggi tutto

Le elezioni primarie

Luca Tentoni - 12.03.2016

È tempo di primarie. Negli USA, repubblicani e democratici stanno scegliendo i loro candidati alla Casa Bianca. In Italia, più modestamente, sono stati recentemente selezionati - in un modo tecnicamente diverso – coloro i quali rappresenteranno il centrosinistra alle “comunali” nelle maggiori città italiane. A Milano, Roma e Napoli l'ultima parola sugli aspiranti sindaci è stata detta dai partecipanti a consultazioni popolari aperte, cioè non riservate ai soli iscritti ai partiti della coalizione ma allargate alla platea dei simpatizzanti. Come sempre, torna il dibattito sull'utilità delle "primarie", sulla maggiore o minore affluenza, sulla qualità delle candidature, persino sull'opportunità politica di svolgerle (si veda il caso delle "regionali" in Liguria nel 2015). Uno degli ostacoli - a nostro avviso - nell'analisi di questa modalità di scelta delle candidature a cariche pubbliche elettive sta nell'attribuire allo strumento una connotazione positiva o negativa. Ci sono, certo, meccanismi che vanno messi a punto a seconda dei tipi di elezione ai quali si riferiscono. Anche il contesto politico-sociale è importante. Inoltre, quando c'è un eletto uscente che si ricandida, si può e forse si deve evitare (com'è successo a Torino per Fassino) di attivare il meccanismo delle "primarie". In sintesi, le primarie sono come i sistemi elettorali: uno strumento, non un fine. Non risolvono problemi se il contesto è difficile. Come scrive molto bene Luciano Fasano sull'ultimo numero del "Mulino" (1/2016) "le primarie funzionano secondo una logica garbage in/garbage out: se entra spazzatura non può che uscirne nuovamente quella". leggi tutto

Apple vs. FBI : cavalieri contro sceriffi nella tradizione del western americano

Patrizia Fariselli * - 12.03.2016

Nelle scorse settimane un nuovo dilemma si è aggiunto alla serie dei degli aut-aut sui quali il cittadino italiano è chiamato a esprimere al risveglio la sua partecipazione politico-sondaggista: con Apple o con FBI?  Cerchiamo di capire se è un’alternativa sensata.

 

I fatti

 

Il 16 febbraio 2016 la giudice federale USA  Sheri Pym della Corte per il Distretto Centrale della California, in merito all’inchiesta condotta da FBI sulla strage di San Bernardino del 2 dicembre 2015 (14 morti e 21 feriti), ordina ad Apple di assistere gli agenti nella perquisizione dell’iPhone 5C di Syed Rizwan Farook, autore della strage insieme alla moglie, ai sensi dell’applicazione dell’All Writs Acts, un provvedimento del 1789 (emendato più volte da allora) che autorizza le corti federali USA a emanare le ordinanze necessarie o appropriate all’applicazione delle rispettive giurisdizioni, qualora non siano percorribili alternative giudiziarie. La richiesta deriva dal fatto che gli inquirenti avevano inutilmente tentato di sbloccare l’iPhone, rendendo impossibile l’accesso ai dati e il loro backup. L’ordinanza (https://assets.documentcloud.org/documents/2714001/SB-Shooter-Order-Compelling-Apple-Asst-iPhone.pdf) esplicita le condizioni della collaborazione per poter procedere a un attacco di brute force, che consiste in una successione velocissima di combinazioni fino a trovare quella di sblocco, bypassando il sistema  di protezione in uso sull’iPhone 5C, che invece è programmato per rallentare l’inserimento delle password e occorrerebbero oltre 5 anni per esperire tutti i tentativi possibili, e disabilitando la funzione di cancellazione dei  dati dell’account dopo un certo numero di  tentativi in caso fosse attivata. leggi tutto