Ultimo Aggiornamento:
23 settembre 2020
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Argomenti

Papa Francesco e i problemi di oggi. Nuovi approcci?

Loris Zanatta * - 18.01.2017

Il discorso del Papa al corpo diplomatico era molto atteso e non ha deluso. La Santa Sede dirà, come deve dire, che non ci sono novità nelle parole di Francesco, che la dottrina è quella eterna, che il Vangelo è la guida. Eppure delle novità ci sono eccome e infatti tutti le hanno notate. Per chi, come me, è sempre stato molto critico del Pontefice, sono novità importanti e positive. Verrebbe da dire che Francesco fa sue talune obiezioni ricevute da tanti critici: non ci sarebbe niente di male, anzi gli farebbe onore. Ma non è il caso di cercare il pelo nell’uovo.

Quali sono le novità? E come si spiegano?  Della prima novità si erano in realtà già avute alcune anticipazioni. Ora è conclamata e riguarda l’immigrazione. Il Papa ribadisce con forza il valore evangelico dell’accoglienza, ci mancherebbe. Ma più di quanto mai avesse fatto prima, dimostra di avvertire gli immani problemi che ad essa si associano. Da ciò la sibillina frase: occorre garantire “il diritto di ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche”, senza però che queste “sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali”. La botte piena e la moglie ubriaca, insomma. leggi tutto

Barack Obama e il capitalismo statunitense: un bilancio dopo otto anni

Duccio Basosi * - 07.01.2017

Con una buona connessione ci vogliono solo pochi secondi a rintracciare il nome dell'attuale segretario al Tesoro degli Stati Uniti d'America. Naturalmente si può condurre una discreta esistenza anche senza disporre di questa informazione, ma il fatto che Jack Lew sia un perfetto sconosciuto è un'indicazione importante per fare il punto sul capitalismo statunitense alla fine della presidenza Obama.

 

Su scala planetaria il contesto è quello di un affaticamento del sistema, che viene da lontano. Nell'ultimo quarantennio, la crescita mondiale non è riuscita a replicare i ritmi del dopoguerra (sul lungo periodo, quei ritmi restano in realtà l'eccezione, anche se molti sono convinti che fossero la regola), ma è proprio nei centri tradizionali del capitalismo che tale affaticamento appare più pronunciato: c'è chi l'ha chiamata “stagnazione secolare”. Naturalmente, la stagnazione di lungo periodo potrebbe anche non essere un problema, se fosse un risultato consapevole, perseguito da società soddisfatte, eque e dedite alla cura dell'ambiente. Niente di tutto ciò: quella attuale è solo assenza di crescita quantitativa in società che sono interamente votate alla crescita quantitativa e che, senza crescita, si scoprono povere, depresse e aggressive. Da questo punto di vista, la centralità della finanza è solitamente vista come la principale responsabile dello stato di cose. leggi tutto

Gli Stati Uniti di Barack Obama: otto anni di

Gianluca Pastori * - 28.12.2016

Anche se è presto per tentare un giudizio storico credibile, l’approssimarsi della data di fine mandato rappresenta una buona occasione per azzardarne uno politico su quello che sono stati gli otto anni della presidenza Obama. Una presidenza che – nata sotto il segno di grandi speranze – sembra essersi via via ‘spenta’, almeno per quello che concerne la politica estera. La fretta (per vari aspetti eccessiva) dimostrata nel chiudere l’esperienza irachena; le molte (troppe?) ambiguità della vicenda libica; la riluttanza ad assumere un ruolo attivo nella crisi siriana; i risultati deludenti in Afghanistan nonostante il surge e una presenza confermata anche dopo il termine di Enduring Freedom; i rapporti con la Russia deteriorati più di quanto non lo fossero prima del suo arrivo alla Casa Bianca e l’avvio di un ‘reset’ mai davvero decollato … E ancora: le tensioni che attraversano una NATO sempre più divisa; un pivot to Asia la cui portata e il cui significato continuano a non essere chiari; trattati commerciali ambiziosi che – come il TTIP – non si sono mai concretizzati o che – come il TPP – rischiano di essere rimessi in discussione pochi anni dopo la loro stipula; il legame con gli alleati europei che – salve rare eccezioni – sembra improntato, più che altro, leggi tutto

Un oleodotto in terra sioux. Il rispetto della religione, la difesa dell’ambiente

Claudio Ferlan - 21.12.2016

Mni Wiconi, l’acqua è vita: è questo il motto di protesta dei Sioux, una delle tribù della nazione Lakota, in particolare di quelli che oggi vivono nella riserva di Standing Rock (Nord Dakota). Si tratta di un luogo simbolo. Proprio la diffusione in questa riserva di una nuova religione nata altrove, la cosiddetta “Danza degli Spiriti” (Ghost Dance), contribuì infatti a scatenare una dissennata reazione dell’esercito degli Stati Uniti che diede luogo all’ultimo episodio delle guerre indiane, il Massacro di Wounded Knee (29 dicembre 1890).

 

Un oleodotto in luoghi sacri

L’attuale malcontento nasce dal progetto che prevede la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, milleduecento miglia (quasi duemila km) di condutture, per opera della Dakota Access, società del gruppo di Dallas Energy Transfer Partners. Una parte della mastodontica opera dovrebbe passare sulle terre abitata dai Sioux di Standing Rock, precisamente sotto il lago Ohae, a mezzo miglio dalle falde acquifere della riserva. I rischi di inquinamento sono evidenti, meno di quanto non siano le parimenti rilevanti questioni legate alla sacralità di parte delle terre comprese nel percorso dell’oleodotto.

Da aprile un accampamento occupato stabilmente da almeno seimila persone è stato organizzato per opporsi ai lavori. Chi lo abita sono soprattutto leggi tutto

Le relazioni transatlantiche nell'Era Trump

Daniele Pasquinucci * - 21.12.2016

L'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, con ogni probabilità, annuncia una scossa di assestamento nei rapporti transatlantici; il problema è capire quale ne sarà l'intensità.

Per il momento, Trump è il presidente eletto - si insedierà a gennaio - e quindi per riflettere sul futuro delle relazioni transatlantiche ci dobbiamo basare sulle intenzioni manifestate durante la campagna elettorale – ben sapendo (e lo stesso tycoon ne ha data dimostrazione) che un conto è la propaganda e un conto è il governo, tanto più di una superpotenza (con i vincoli, i condizionamenti e le responsabilità che esso comporta).

Prima di procedere, è necessaria una breve premessa: come ha ricordato Christopher Preble (The German Marshall Fund, Policy Brief November 2016) il governo USA esiste prima di tutto per fornire risposte ai cittadini di quel paese. Gli elettori americani scelgono la persona che ritengono maggiormente idonea a mantenere il loro paese sicuro e florido. Se di questa sicurezza e prosperità beneficiano anche cittadini di altre parti del mondo, questa è un'apprezzabile conseguenza, ma è appunto una conseguenza. Pochissimi americani sarebbero disposti a fare della sicurezza degli altri il fulcro della politica estera del loro paese.

Una buona parte della élite americana ha invece considerato la difesa e la sicurezza come una garanzia da estendere leggi tutto

Trump e i diversi volti del populismo

Loris Zanatta * - 03.12.2016

Ora ci toccherà prendere sul serio Donald Trump. Finora avevamo fugato il suo fantasma facendo scongiuri, scrollando le spalle, ironizzando sui suoi eccessi. Era un impresentabile: chiuso. Eppure presto sarà il Presidente degli Stati Uniti. Capita sempre più spesso che il mondo faccia il tifo per qualcuno e il paese interessato gli volti le spalle. E’ appena capitato col plebiscito colombiano. Ed è stato così a lungo anche in Italia: il mondo rideva di Berlusconi, ma la maggioranza degli italiani lo votava. Il fatto è che viviamo sì in un mondo globale, ma ciò non implica che il mondo, per ben informato che si creda, comprenda umori e dinamiche di luoghi remoti e complessi. Ora è capitato con gli Stati Uniti. Su Trump, sulla sua figura e sul suo trionfo son già colati e ancora più colano oggi fiumi di inchiostro. In realtà, però, su chi è, su quanto ci è e quanto ci fa, su cosa farà davvero, regna l’assoluta incertezza, perfino tra i più esperti e informati osservatori della realtà statunitense. Solo su una cosa nessuno ha dubbi: la sua inattesa vittoria ci racconta una società attraversata da un grave malessere, arrabbiata e spaventata, ansiosa di riscatto ma orfana di rappresentanza politica. leggi tutto

La nuova crisi della democrazia americana

Francesco Maltoni * - 30.11.2016

La democrazia in America è malata. Il Paese simbolo della lotta alla tirannia, che ha portato l’Europa fuori dalle secche del nazifascismo e ha saputo respingere il comunismo, attraversa oggi una fase delicata, probabilmente la più difficile dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E ciò, non solo perché un personaggio come Donald Trump è arrivato alla presidenza, eventualità neanche lontanamente immaginabile fino a pochi mesi fa.

Nelle scorse settimane, abbiamo visto come in varie città degli States – da New York, a Los Angeles, fino a Portland – si sono tenute manifestazioni e cortei contro il presidente eletto, in cui migliaia di persone – in larga parte giovani – urlavano il proprio dissenso nei confronti del nuovo “commander in chief”.

Eppure, a quanto emerge dalle prime analisi demoscopiche sull’elettorato, le masse anti Trump sembrano essersi svegliate solo all’indomani delle elezioni. Come emerge dai primi riscontri, infatti, molti dei manifestanti hanno preferito astenersi anziché concedere il proprio voto a Hillary Clinton, contribuendo così alla vittoria del tycoon.

Nel frattempo, a distanza di oltre una settimana, leggi tutto

It’s the economy, stupid

Nicola Melloni * - 16.11.2016

In fondo a Hillary e ai suoi strapagati consiglieri sarebbe bastato ascoltare Bill, quando spiegava come si vincono le elezioni: “it’s the economy, stupid”. Invece per anni, e per ore l’altra sera sulla CNN, abbiamo sentito parlare di demografia, di millennials, di latinos. Ai politologi, soprattutto quelli americani, piace avere sempre nuove teorie che dovrebbero spiegare i cambiamenti politici – e i risultati elettorali – per i prossimi decenni. Prima doveva essere la religione (o il bigottismo) che aveva creato la valanga rossa di Bush – e che avrebbe dovuto trasformare stabilmente gli Stati Uniti in un paese repubblicano. Poi è arrivato Obama, ed ecco che le tendenze demografiche sono diventate la nuova chiave di volta del voto: in un paese sempre più multiculturale, i Repubblicani, aggrappati al voto bianco, era destinati a sparire. Ora che ha vinto Trump, quel paese multiculturale è diventato razzista.

 

La verità è che questi aspetti ovviamente hanno un certo peso – la religione, l’immigrazione e il razzismo. Ma sono ben lontani dal dare spiegazioni esaustive delle dinamiche politiche – e questo è ancora più vero nel mondo post-crisi. Un mondo che la politica tradizionale – e i sondaggisti, ancora legati a schemi statistici che non tengono in conto rabbia e disperazione – fa fatica a capire. leggi tutto

Fine di un’alleanza?

Bernardo Settembrini * - 16.11.2016

Preso dalla nostalgia, ho recuperato ieri un vecchio numero della rivista «Limes» del 1993, che molto mi colpì alla sua uscita. La rivista pubblicò infatti, con una bella introduzione di Sergio Romano e con il significativo titolo Aprile 1949: l’isolazionismo rovesciato, il verbale inedito della riunione del 3 aprile ‘49 tra il presidente Truman e i ministri degli esteri dei paesi che avevano appena firmato il Patto atlantico (per l’Italia c’era Carlo Sforza). E’ un testo che colpisce per la chiarezza con cui delinea la strategia postbellica USA: rispondere alla sfida globale del comunismo sovietico non con la messa al bando dei partiti comunisti occidentali o con altre misure illiberali ma con l’impegno USA nella società internazionale e nella ricostruzione europea, con le riforme sociali ed economiche, con la ricostruzione tedesca nel quadro della progressiva integrazione europea, con l’abbandono da parte delle potenze europee di politiche repressive nelle colonie.

I presupposti culturali e politici di questa grande politica furono ben delineati nel 1958 in un bel saggio di Vittorio De Caprariis, Storia di un’alleanza. Genesi e significato del Patto Atlantico, oggi quasi dimenticato (ma ripubblicato nel 2006 da Gangemi a cura di Giuseppe Buttà e Eugenio Capozzi). Il saggio sottolinea infatti come, dopo l’esperienza tragica per USA leggi tutto

Mondo secondo Donald.

Gianluca Pastori * - 12.11.2016

Il prossimo 20 gennaio, Donald Trump presterà giuramento e si insedierà formalmente nell’ufficio di quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Un risultato che pochi si attendevano e che solleva non poche perplessità in quanti vedono in questo risultato il trionfo delle pulsioni più viscerali dell’opinione pubblica americana. ‘Rozzo’ e ‘inesperto’ sono gli aggettivi più usati nella definizione sintetica del nuovo Presidente; aggettivi che vengono applicati tanto alla sua visione degli affari interni quanto a quella delle questioni internazionali. La paura, per i quattro anni a venire, è quella di un ritorno all’isolazionismo politico ed economico, con la messa in discussione dei (molti) accordi commerciali siglati dalle precedenti amministrazioni; di un aumento del debito pubblico destinato a finanziare in deficit una politica di grandi opere pubbliche; di una maggiore ingerenza dell’amministrazione nell’azione delle agenzie indipendenti (prima fra tutte la Federal Reserve); di un aumento delle spese militari e, al contempo, di un disimpegno di Washington dai teatri in cui è oggi presente. In Europa soprattutto hanno destato timori le dichiarazioni del Trump candidato sul carattere ‘obsoleto’ dell’Alleanza Atlantica e la necessità che il Vecchio continente svolga un ruolo più attivo nella produzione della sua sicurezza. Queste dichiarazioni, sommandosi alla volontà espressa dallo stesso Trump di giungere leggi tutto