Ultimo Aggiornamento:
25 novembre 2020
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Argomenti

Geithner, Berlusconi e la sindrome del complotto

Giovanni Bernardini - 20.05.2014

Verrebbe quasi voglia di ringraziarlo, mister Timothy Geithner. Dopo mesi di scie chimiche, microchip sottopelle e altre diavolerie pentastellate, un complotto vecchio stile rischia persino di provocare un bagno di realismo. Tutti i canoni del genere compaiono in dodici righe del voluminoso tomo a cui l’ex Segretario del Tesoro statunitense ha affidato la propria versione della crisi finanziaria del 2008 e l’apologia del suo (contestato) operato per contenerla. Gli ingredienti del thriller: nel 2011 non meglio precisati “funzionari europei”, inquieti per lo stato delle finanze italiane, avrebbero cercato di persuadere Geithner e il suo governo a condizionare la concessione di un prestito del Fondo Monetario Internazionale all’Italia alle dimissioni del Primo Ministro Berlusconi. Con pathos degno di una fiction, l’amministrazione Obama avrebbe infine concluso di non potersi macchiare “del sangue” (sic) di Berlusconi. Un quadro a tinte forti ma poco chiare, se poco sopra Geithner attribuisce ad altrettanto vaghi “leader europei” contraddittorie richieste di aiuto nel moderare l’“avara” Angela Merkel. Oltre la teatralità del racconto, emerge la tradizionale difficoltà delle amministrazioni statunitensi a dialogare con un’Europa in cui non è mai chiaro chi parli a nome di chi: da decenni ogni sano confronto transatlantico è pregiudicato dalla dualità costante e competitiva tra governi nazionali e autorità di Bruxelles, ovviamente a spese del Vecchio Continente. leggi tutto

Il “Secolo del Pacifico”? Obama e il pivot asiatico

Alessandra Bitumi * - 20.05.2014

Nell’autunno del 2011, l’Amministrazione Obama annunciò il riposizionamento strategico e operativo statunitense nella regione dell’Asia-Pacifico, ritenuta centrale nella definizione delle priorità geopolitiche americane. Uno dei primi passi verso la costruzione di una cornice militare per la strategia del cosiddetto “Asia pivot” fu l’intesa con l’Australia sull’invio di 2500 marines nella base di Darwin. Era il novembre del 2011 e il “New York Times” definiva la decisione come “la più grande espansione della presenza americana nel Pacifico dai tempi della Guerra del Vietnam”. Da quali premesse originava questa rinnovata attenzione di Washington per l’Estremo Oriente? Quali obiettivi intendeva perseguire l’Amministrazione Obama e cosa ci suggerisce, rispetto alle ambizioni iniziali, il bilancio odierno?

Alla svolta asiatica hanno concorso molteplici fattori. Il primo, la percezione della minaccia cinese. All’impetuosa crescita economica di Pechino, si sono affiancati progressivamente un crescente attivismo militare del paese e un incremento leggi tutto