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01 agosto 2020
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Argomenti

Parigi val bene una riflessione su noi stessi

Tiziano Bonazzi * - 13.01.2015

Impressionante la manifestazione di Parigi. Esaltante il milione e più di "Je suis Charlie"; ma quale insegnamento trarne? Penso nessuno ritenga che quell'unità indichi una generale unità di intenti. A me pare sia una comune rivendicazione della libertà di scontrarsi su una miriade di questioni politiche, etiche, culturali. Il che va bene. James Madison, uno dei grandissimi della Rivoluzione americana, scrisse che se si spegne lo scontro fra fazioni diverse si spegne la libertà, che la libertà vive nel dissenso non nel consenso. Ottimo, è uno dei principi base dell'illuminismo. La libertà umana è scontro. La libertà non è un assoluto con un significato univoco, non scende dall'iperuranio, è storia e neppure storia progressiva, in cammino verso più alti destini. E' mutamento, un susseguirsi di contesti che variano per una ridda di miliardi di variabili e lì, nel mutare dei contesti, si colloca una minima variabile, ciascuno di noi, la nostra volontà di smuovere qualcosa.

         Da qualche generazione la civiltà a cui apparteniamo - e che non è una, ma un ammasso di storie confliggenti - ha trovato nel termine libertà il suo luogo di confronto, la sua utopia e per le tante varianti di questa utopia ha versato sangue e sangue e sangue. Nel 1989, credette di aver vinto, di essere giunta alla fine della storia come scrisse improvvidamente Francis Fukuyama. Quell'affermazione era in realtà l'ultima e più presuntuosa espressione dell'egemonia bianca che gli europei esausti avevano ceduto agli Stati Uniti affinché fossero loro a portarla avanti, ad assimilare il mondo a "noi" con strumenti più raffinati del colonialismo. leggi tutto

(Inter) Net Neutrality: nessuno contro, non tutti a favore

Patrizia Fariselli * - 30.12.2014
Riprendiamo il filo del precedente articolo (mente politica n.100) sulla neutralità della rete delle reti, per ribadire che la Net Neutrality (NN) è determinata dall’architettura tecnologica originaria di Internet, che non ammette pratiche di tipo discriminatorio (di accesso alla rete e al flusso dei dati che vi circolano) da parte degli operatori dell’infrastruttura di rete, i cosiddetti ISP, coerentemente con la sua concezione di rete pubblica. Il passaggio alla privatizzazione dell’infrastruttura di rete e lo sviluppo rapido ed estensivo dell’economia digitale hanno inevitabilmente aperto una divergenza di interessi tra la natura pubblica della rete e la natura privata dei soggetti che vi operano come fornitori di servizi, un conflitto tra chi vuole introdurre la logica del mercato anche nella gestione della rete e chi non vuole invece che essa sia subordinata al gioco della domanda e dell’offerta di servizi differenziati per qualità e velocità. 
Un ulteriore argomento che viene invocato sia dai favorevoli che dai contrari alla NN è il suo impatto sull’innovazione e sulla concorrenza. I primi sostengono che l’assenza di barriere stimola la creatività e il lancio di servizi innovativi da parte di imprese nuove, piccole, informali che altrimenti sarebbero escluse dalla competizione; i secondi sostengono che un ritorno inadeguato degli investimenti in reti veloci deprime l’innovazione dei grandi operatori di rete, ne scoraggia gli investimenti e  distorce la concorrenza a causa delle esternalità positive godute da chi opera in rete senza sopportarne i costi.
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Stati Uniti e Cuba: un evento storico, due discorsi e molte incertezze

Duccio Basosi * - 20.12.2014

La riapertura delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba, annunciata in questi giorni, è un avvenimento per il quale l'espressione "evento storico" è sicuramente appropriata. Non soltanto essa chiude uno strappo diplomatico apertosi nel lontano 1961, ma promette di dare un senso diverso a una relazione che, negli anni intercorsi, è stata segnata in maniera costante dai tentativi statunitensi di destabilizzare il governo cubano e da una retorica furiosa di denunce incrociate, relative ora alla natura dei sistemi economici vigenti nei due Paesi, ora alle differenti visioni di quello che nel secolo scorso si chiamava il Terzo Mondo, ora infine ai diversi progetti nutriti da Washington e l'Avana per le relazioni tra i Paesi latinoamericani e tra l'insieme di questi e il potente vicino del nord. Quali possano essere gli sviluppi reali di questa promessa, tuttavia, pare più difficile da intendere, non soltanto per l'ovvia considerazione che il futuro non è ancora scritto, ma anche perché la forma dei passi diplomatici sin qui compiuti presenta una serie di ambiguità.

 

Anzitutto, i due governi non hanno prodotto un comunicato congiunto, bensì due diversi annunci, pronunciati in contemporanea nella forma di discorsi ai rispettivi concittadini, da parte dei due capi di Stato, Barack Obama e Raúl Castro. Non si tratta di una scelta casuale, poiché se da un lato i due discorsi fotografano leggi tutto

Bergoglio, Obama e Castro. La forza di andare oltre il punto morto

Enrico Galavotti * - 20.12.2014

Per parafrasare una celebre conferenza del cardinale Lercaro dedicata a Giovanni XXIII due anni dopo la sua morte si potrebbe dire che già oggi la riflessione dei periti in «cose» vaticane e, in modo particolare, su papa Francesco, è giunta a un punto morto.

Nel senso che ormai da mesi c’è una sorta di tacita convenzione che caratterizza la stragrande maggioranza delle riflessioni sull’azione del pontefice giunto dall’Argentina. Si tende insomma a leggerla in parallelo proprio a quella di Giovanni XXIII, il papa che ha convocato il Concilio Vaticano II che è stato recentemente proclamato santo da Francesco insieme a Giovanni Paolo II. Le ragioni sono anche comprensibili, ma c’è un rischio fondamentale in questo tipo di approccio, che è da un lato quello di dissimulare una certa pigrizia nell’analisi di ciò che sta accadendo in Vaticano dal 13 marzo 2013 e dall’altro di non cogliere anche le profonde differenze che esistono tra Francesco e i suoi predecessori, Giovanni XXIII incluso. Contestualmente all’annuncio dei presidenti Obama e Castro di una ripresa delle relazioni diplomatiche, interrotte sin dal fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci del 1961, molte voci si sono rincorse per stabilire un nuovo parallelo tra Francesco e Giovanni XXIII, rievocando appunto l’appello alla pace che papa Giovanni rivolse nell’ottobre 1962 a Stati Uniti e Unione Sovietica, pericolosamente incamminati verso un conflitto nucleare. leggi tutto

TTIP: di cosa diavolo (non) stiamo parlando?

Giovanni Bernardini - 18.11.2014

Soltanto dieci anni fa l’Unione Europea godeva presso i suoi cittadini di una popolarità certamente maggiore di quella odierna. A fronte del massiccio allargamento a est, molto si discusse all’epoca della necessità che un’entità di mezzo miliardo di persone definisse chiaramente la propria vocazione negli equilibri geopolitici. Si suggerì allora che l’Europa perseguisse l’obiettivo di imporsi come “potenza civile”: in altri termini, che essa si ponesse alla guida della creazione di un sistema internazionale fondato sulla forza di istituzioni e regole comuni, riproponendo su scala globale il proprio modello di integrazione nella diversità e di valorizzazione della pluralità. Tuttavia, negli anni successivi i dissidi tra governi hanno spinto molti osservatori ad assimilare l’Unione a un novello Tarzan: sana, forte e muscolosa ma incapace di esprimersi in modo chiaro e comprensibile. Se la corporatura dell’Europa appare oggi più gracile, provata da anni di lacerazioni intestine, di crisi economica e di confronto sempre meno favorevole con altri soggetti internazionali in ascesa, si può persino dire che quell’afasia abbia finito per estendersi gravemente anche alla comunicazione interna all’Unione.

Lo dimostra la vicenda del dossier TTIP, acronimo inglese di “Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti”. Un progetto ambizioso di cui sarebbe interessante discutere nel merito… se ce lo consentissero le informazioni a disposizione. La nostra ignoranza non è vinta dalle professioni di fede del Primo Ministro Renzi, leggi tutto

L’accordo sull’ambiente tra Cina e Stati Uniti: prove di un nuovo “bipolarismo regolato”?

Giovanni Bernardini - 13.11.2014

Le relazioni diplomatiche vivono spesso di dinamiche discontinue e largamente segrete, o peggio ancora vincolate a formalismi specialistici che il pubblico più vasto considera alla stregua di riti esoterici, noiosi e privi di suspense, dato che raramente i loro risultati sembrano avere conseguenze dirette per l’esistenza quotidiana. Eppure una conoscenza minima delle relazioni internazionali lungo l’arco del Ventesimo secolo fornisce prove di quanto gli aspetti simbolici siano talvolta più rivelatori rispetto ai contenuti delle discussioni, e di come gli apparati scenici e coreografici che circondano la stipula di accordi e convenzioni siano persino più gravidi di conseguenze dei loro contenuti. Dato che, come ricorda un vecchio adagio, gli stessi accordi rimangono dei “pezzi di carta” se non sono supportati dalla volontà delle parti di tenere fede agli impegni sottoscritti.

Sono queste le ragioni che potrebbero conferire un surplus di significato storico all’accordo bilaterale sottoscritto dal Presidente statunitense Barack Obama e dal Presidente cinese Xi Jinping, che vincola i rispettivi paesi alla riduzione delle emissioni responsabili dell’effetto serra e dei mutamenti climatici. Un accordo che, vale la pena di sottolineare, può costituire “una pietra miliare” (secondo le parole dei protagonisti) ma che di certo rimane ben lontano dal fornire leggi tutto

Elezioni di midterm: uno "stile ansioso" nella politica statunitense?

Duccio Basosi * - 08.11.2014

Gli esperti di cose statunitensi si stanno esercitando da qualche giorno nella valutazione degli scenari aperti dalle elezioni legislative di midterm del 4 novembre, che hanno consegnato al Partito Repubblicano la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Unanime pare, in ogni caso, il giudizio secondo il quale l'elettorato ha voluto punire il Presidente Barack Obama, percepito come oscillante e incerto tanto in politica estera quanto in politica interna. Comprensibilmente, a sei anni dalla sua prima trionfale elezione sulle ali di un linguaggio estremamente coinvolgente, molti commentatori si sono concentrati sulla retorica che Obama non è (più) in grado di sciorinare, sul disegno complessivo che non è in grado di tracciare, sulle risposte che non è in grado di dare (con la celebre uscita sui modi per affrontare l'ISIS, "non abbiamo ancora un piano", assurta ormai a vero e proprio tormentone).

 

Peccato, perché nel corso di questa campagna elettorale Obama ha usato parole che, per quanto inefficaci ai fini elettorali, sono tutt'altro che prive di interesse per comprendere il presente statunitense. Se "speranza" era stata la parola chiave del linguaggio obamiano nel 2009, quella del 2014 è stata senza dubbio "ansia". In forma di sostantivo o di aggettivo, il presidente ha fatto riferimento al concetto non meno di trenta volte nel corso dell'anno. Nessun altro presidente prima di lui, nemmeno Herbert Hoover ai tempi della Grande Depressione, ha calcato così tanto la mano sul tema. In parte ciò deve riflettere lo stato psicologico dello stesso presidente, che anche nel commentare i risultati elettorali si è detto "ansioso" di iniziare a lavorare col nuovo Congresso. Ben più spesso, però, Obama si è lanciato in ragionamenti a voce alta su quello che deve apparirgli come uno stato psicologico generalizzato fra i suoi concittadini. leggi tutto

I diritti dei migranti. La presa di posizione della Chiesa cattolica in America centrale e negli Stati Uniti.

Claudio Ferlan - 24.07.2014

Nell’omelia della messa celebrata domenica scorsa nella cattedrale di Tegucigalpa (Honduras) il cardinale Maradiaga ha pronunciato parole dure, usando toni che ricordano la scomunica lanciata da papa Francesco contro i mafiosi. Il cardinale ha tuonato contro i coyotes, come vengono chiamati i trafficanti di persone che organizzano i viaggi della disperazione e con loro si arricchiscono. Coyote perché sono animali infidi, che si accaniscono su chi non si può difendere, mordono e fuggono. Ha detto Maradiaga: dovrebbero essere rinchiusi in carcere perché vivono dello sfruttamento dei poveri, dovrebbero pentirsi perché mettono in pericolo la vita dei sofferenti, dei bambini in particolare, aggiungendo che l’immigrazione non deve essere vista come un male. La sua non è una voce di poco conto nella gerarchia ecclesiastica leggi tutto

La politica ambientale di Obama

Alessandra Bitumi * - 10.06.2014

L’Environment Protection Agency (EPA), l’agenzia federale americana per la Protezione dell’Ambiente, ha annunciato il 2 giugno scorso la nuova proposta di politica ambientale dell’Amministrazione Obama. Approvata per decreto dal Presidente sulla base del Clean Air Act degli anni ‘70, il provvedimento impone alle centrali elettriche di ridurre le emissioni di biossido di carbonio del 30% rispetto ai livelli del 2005.

Entro il 2030, gli stati dovranno tagliare i livelli di CO2 prodotti dalle oltre 600 centrali attive nel paese, responsabili oggi del 38% dei gas inquinanti. Insieme ai trasporti (32%), esse costituiscono le principali fonti di inquinamento negli Stati Uniti. La flessibilità del governo federale rispetto alle modalità di applicazione del decreto lascia ampia discrezionalità ai singoli stati che possono scegliere quale strategia attuare. Potrebbero incentivare la creazione di mercati statali di “cap-and-trade”, ovvero fissare un tetto massimo di emissioni consentite e regolare la possibilità per le aziende di comprare e vendere la propria quota di inquinamento. O potrebbero decidere di promuovere l’uso di fonti alternative piuttosto che sostenere misure di risparmio energetico.  Qual è il significato politico di questa decisione e quali sono le sue implicazioni? leggi tutto

Geithner, Berlusconi e la sindrome del complotto

Giovanni Bernardini - 20.05.2014

Verrebbe quasi voglia di ringraziarlo, mister Timothy Geithner. Dopo mesi di scie chimiche, microchip sottopelle e altre diavolerie pentastellate, un complotto vecchio stile rischia persino di provocare un bagno di realismo. Tutti i canoni del genere compaiono in dodici righe del voluminoso tomo a cui l’ex Segretario del Tesoro statunitense ha affidato la propria versione della crisi finanziaria del 2008 e l’apologia del suo (contestato) operato per contenerla. Gli ingredienti del thriller: nel 2011 non meglio precisati “funzionari europei”, inquieti per lo stato delle finanze italiane, avrebbero cercato di persuadere Geithner e il suo governo a condizionare la concessione di un prestito del Fondo Monetario Internazionale all’Italia alle dimissioni del Primo Ministro Berlusconi. Con pathos degno di una fiction, l’amministrazione Obama avrebbe infine concluso di non potersi macchiare “del sangue” (sic) di Berlusconi. Un quadro a tinte forti ma poco chiare, se poco sopra Geithner attribuisce ad altrettanto vaghi “leader europei” contraddittorie richieste di aiuto nel moderare l’“avara” Angela Merkel. Oltre la teatralità del racconto, emerge la tradizionale difficoltà delle amministrazioni statunitensi a dialogare con un’Europa in cui non è mai chiaro chi parli a nome di chi: da decenni ogni sano confronto transatlantico è pregiudicato dalla dualità costante e competitiva tra governi nazionali e autorità di Bruxelles, ovviamente a spese del Vecchio Continente. leggi tutto