Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

Non è detto che il capo sia un leader

Stefano Zan * - 09.05.2018

Nel linguaggio comune si tende ad usare il termine leader come equivalente di capo, segretario, reggente, portavoce di un qualsiasi partito. In realtà la parola leader evoca alcune caratteristiche che non necessariamente un qualsiasi capo politico possiede, soprattutto quando la sua nomina proviene “dall’alto”, dal vero azionista di maggioranza del partito, oppure dal basso, come mediazione tra tante correnti.

 

Vale forse la pena richiamare le caratteristiche principali che fanno di un capo un vero leader, rispetto a un qualsiasi “segretario” o “burocrate”.

Sintetizzando e semplificando al massimo una letteratura vastissima possiamo dire che il leader si distingue per:

 

-          Carisma

-          Sintonia

-          Visione

-          Innovazione

 

Il carisma è l’insieme di quelle doti assolutamente personali che fanno sì, come diceva Max Weber, che gli individui si predispongano all’obbedienza proprio in ragione di queste virtù personali. E’ difficile dire in cosa consista effettivamente il carisma perché la storia è ricca di esempi di leader certamente carismatici ma che avevano e hanno caratteristiche personali profondamente diverse. Il carisma è tale in quanto viene riconosciuto come dote peculiare di una singola persona che in questo modo ottiene la fiducia e il riconoscimento dei suoi accoliti pronti a seguirlo in ogni occasione con scarsissimo senso critico. “C’è scritto ma io vi

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Il voto del Friuli-Venezia Giulia

Luca Tentoni - 05.05.2018

La discussione circa l'opportunità di attribuire valore di "test politico nazionale" a consultazioni locali ha occupato per due settimane le pagine dei giornali: prima col Molise, poi col Friuli-Venezia Giulia. Forse bisognerebbe chiarire alcuni punti sul tema. Il principale riguarda il differente approccio degli elettori nei confronti di consultazioni di diverso ordine. Un conto è scegliere il rappresentante al Parlamento nazionale, un conto il presidente della regione e il governo locale, un altro conto - infine - il sindaco e i consiglieri comunali. Sono dimensioni diverse sia a livello decisionale, sia a livello politico. Si può dire, anche guardando la differente composizione delle coalizioni (e la moltiplicazione delle liste) che il tentativo di ricondurre ad unità i raggruppamenti è complesso, quando sono molto eterogenei e soprattutto quando sono costituiti da liste civiche o "del sindaco" o “del presidente” presenti su una scheda (per regione o comune) ma non sulle altre (per la Camera, ad esempio). Volendo tentare a tutti i costi una comparazione - pur sempre ardita e poco consigliabile - si potrebbe far riferimento dunque alle coalizioni, ma con moltissima cautela. Il secondo punto riguarda il sistema elettorale: quello per le politiche non ha il voto disgiunto e neppure le preferenze, ma ha il collegio uninominale, leggi tutto

Le prossime elezioni

Stefano Zan * - 05.05.2018

Chi afferma che tornare presto al voto con la stessa legge elettorale non servirebbe a niente perché i risultati sarebbero uguali ignora alcuni fatti rilevanti che potrebbero influire fortemente sulle prossime elezioni.

I fatti in questione sono riconducibili a tre aspetti principali: il contesto in cui si sono svolte le elezioni del 4 marzo (e i relativi risultati); quello che è successo tra il 4 marzo e oggi; la volatilità del voto. Vediamoli con ordine.

 

La domanda principale delle elezioni del 4 marzo era sostanzialmente una: a chi sarebbe andato quel massiccio voto di protesta che era ormai nell’aria da molto tempo? Molti elettori con il loro voto volevano dare un segnale forte ma nessuno (politici, osservatori, sondaggisti) era in grado di prevedere con ragionevole accuratezza dove e in che misura sarebbero andati questi voti.

Che i 5Stelle sarebbero andati bene era chiaro a tutti. Che il PD sarebbe andato male anche. Sul Centro Destra c’erano molti dubbi. Che Liberi e Uguali andasse così male o che la Lega andasse così bene non lo aveva previsto nessuno.

Il risultato è stato uno straordinario successo dei 5Stelle al sud, della Lega al nord (Emilia compresa), ma nessuno ha vinto. Il voto di protesta, in gran parte leggi tutto

Una politica senza leadership

Paolo Pombeni - 02.05.2018

Definire confusa l’attuale fase politica è un eufemismo. Impantanati nel populismo sparso a piene mani nella lunghissima campagna elettorale che non abbiamo ancora alle spalle, i partiti non riescono a trovare una ragionevole via d’uscita dai risultati prodotti da una legge elettorale cervellotica, rispetto alla quale nessuno si è preso alcuna responsabilità per averla fatta passare. Matteo Renzi nel suo show al programma di Fazio ha rivelato di essere succube di quel populismo che vorrebbe denunciare negli altri, quando ha continuato a ripetere la favoletta dei vincitori e dei vinti e delle responsabilità di fare il governo che dovrebbero toccare ai primi mentre i secondi devono fare l’opposizione.

E’ curioso che nessuno ricordi che in democrazia gli elettori votano perché ogni deputato concorra a rappresentarli nel formare l’indirizzo del governo del paese: se lo farà entrando in una maggioranza che esprime un esecutivo, o in un lavoro di critica dialettica a quanto farà un esecutivo di cui non fa parte, o in altri modi (non è detto che non si possa a volte concordare e a volte dissentire) non è determinato dalla conta dei voti nelle urne, ma dal contesto della politica parlamentare. Varrebbe la pena di ricordare poi che quella dovrebbe avere un leggi tutto

Appunti sulla crisi di governo

Luca Tentoni - 28.04.2018

Questa lunga crisi di governo sta mettendo alla prova, oltre alle capacità di ascolto e mediazione del Capo dello Stato, anche la pazienza degli elettori. Tuttavia, è stata ed è l'occasione per portare alla luce alcuni aspetti poco valutati dall'opinione pubblica. Il primo è il ruolo del Quirinale. Ogni presidente ha il suo stile, ma il compito del Presidente della Repubblica è - in casi come questo - unico e insostituibile: si tratta di essere al tempo stesso notaio, arbitro, tessitore, facilitatore di intese, difensore delle istituzioni (e, di conseguenza, attivo nel sollecitare le forze politiche ad assicurare il buon funzionamento del sistema). Prima delle elezioni - e in questi giorni - qualcuno ha talvolta voluto strattonare l'arbitro, cercare di indurlo a prendere decisioni, non suggerendole ma anticipandole e pretendendole. Un buon arbitro deve sopportare, ascoltare, se necessario far valere la propria autorevolezza e infine la propria autorità, nell'interesse del Paese. Anche se non eletto direttamente dal popolo, il Capo dello Stato non ha bisogno di mettere la spada di milioni di voti sul piatto della bilancia: è una cosa che possono provare a fare, col dovuto garbo istituzionale, i vincitori, sempre che i numeri siano davvero tali da permettere loro di realizzare i desideri e le promesse fatte leggi tutto

La sentenza di Palermo ci richiama all’ordine: la ricreazione è finita

Maurizio Griffo * - 28.04.2018

Da alcuni mesi a questa parte la politica italiana sembrava essersi normalizzata. Ovviamente quando diciamo questo intendiamo dire normalizzata in senso relativo, non assoluto. Questo perché a dominare la scena sono due partiti antisistema o,  per  adoperare una formulazione meno tecnica, diciamo singolari. Si tratta, nel caso del Movimento cinque stelle, di un’associazione politica che è proprietà di una società di pubblicità (la Casaleggio e associati), in cui il controllo politico sul movimento si trasmette per via ereditaria. Nel secondo caso siamo di fronte a un partito politico, la Lega, che, dopo aver imposto al paese per un paio di decenni una rovinosa agenda federalista (che ci è costata almeno 4 o 5 punti di PIL), si è improvvisamente convertito a una improbabile, e non meno rovinosa, agenda sovranitaria. In sostanza in primo piano c’erano due forze politiche a vocazione demagogica. Tuttavia, pur scontando questo evidente deficit di democrazia, la politica italiana sembrava muoversi in piena autonomia.

Infatti, nella campagna elettorale per le elezioni del 4 marzo scorso leggi tutto

Chi semina vento …

Michele Iscra * - 25.04.2018

Chi semina vento raccoglie tempesta, recita un tradizionale detto popolare. Le prove sulla saggezza di questa asserzione non mancano e diremmo che anche nelle circostanze attuali se ne hanno conferme.

Partiamo da una osservazione forse estemporanea, ma probabilmente no. Si dice che Silvio Berlusconi abbia manifestato irritazione perché varie trasmissioni delle sue TV sono campioni nella diffusione della mentalità populista. Verrebbe da commentare: meglio tardi che mai. Si scopre però che questi talk show saranno forse ridimensionati, ma con cautela, perché sarebbe controproducente offrirsi agli attacchi inevitabili di chi vi vedrebbe una censura contro gli umori del popolo. Berlusconi del resto dovrebbe ricordarsi che quanto a cavalcare gli animal spirits della gente non è stato secondo a nessuno. Certo gli è successo – ma era inevitabile - come  all’apprendista stregone che non è stato capace di tenere sotto controllo gli spiriti che ha evocato.

Il fatto è che il leader e fondatore di Forza Italia non è stato solo in questa corsa. La sinistra, che fa la schizzinosa quando sono meccanismi usati dagli altri, ha una storia lunga in questo settore. La sua presunzione di rappresentare il “partito dei puri” contro i corrotti, fossero i democristiani, i socialisti, o i nuovi partiti sorti dalle ceneri della seconda repubblica, leggi tutto

I miracoli di Bufalo Bill

Stefano Zan * - 25.04.2018

Buffalo Bill, rigorosamente con una effe sola, è colui che racconta bufale una dietro l’altra.

Giggino Di Maio, il Bufalo Bill dei nostri tempi, sta riuscendo in un’operazione straordinariamente innovativa. Tutti, almeno i non più giovani, ricorderanno la feroce battuta con la quale Andreotti rispondeva alla consueta litania degli oppositori che sostenevano che, col tempo, il potere logora: “Il potere logora chi non ce l’ha!”

Oggi stiamo assistendo ad un nuovo fenomeno: il potere sta logorando Bufalo Bill che il potere ancora non ce l’ha. Vediamo con ordine.

Pur di andare al governo in qualità di Presidente del Consiglio, raccontando la bufala di aver vinto le elezioni, il nostro si è fatto prendere totalmente dalla sindrome del conte Ugolino che si mangiò i figlioletti giustificandosi con la celebre frase: “Più dell’onor potè il digiuno”.

Di Maio in queste settimane si è mangiato diversi figlioletti:

Intanto si è mangiato il programma votato dagli iscritti e sul quale si sono espressi 11 milioni di elettori. Il nuovo programma, molto più accondiscendente e moderato non è più contro l’euro, l’Europa, la Nato; non prevede più il taglio delle pensioni sopra i 3.000 euro netti al mese; è fatto di 24 punti anziché di 20. Affermare che si tratti di semplici modifiche dell’editing mi leggi tutto

Crisi, si chiude la "finestra" elettorale di giugno

Luca Tentoni - 21.04.2018

Il percorso intrapreso in questi giorni dal Capo dello Stato per cercare di sbloccare la crisi sta chiudendo la "finestra" delle elezioni anticipate a giugno. Per votare il 24 - ultima data disponibile prima dell’"esodo" estivo di milioni di italiani - si dovrebbero sciogliere le Camere fra i 45 e i 70 giorni prima del voto, cioè fra il 15 aprile (che è già alle nostre spalle) e il 10 maggio. Considerando la mole di adempimenti, anche restringere l'intervallo a 55 giorni (sciogliendo il 30 aprile) sembra un azzardo, quindi esce di scena una delle ipotesi. È un grosso problema per i partiti, poiché non avere la carta di riserva del "voto subito" apre la strada, in casi estremi, ad un Esecutivo "balneare" che porti il Paese alle urne a fine settembre (con scioglimento delle Camere, perciò, ad agosto). Ma quest'ultima ipotesi potrebbe essere a sua volta poco praticabile, perché il nuovo Parlamento si insedierebbe a ottobre, ci sarebbero altre consultazioni (difficile, infatti, che dal voto-bis emerga una maggioranza netta) e si arriverebbe senza un governo nella pienezza delle funzioni all'appuntamento con le scadenze della legge di stabilità. Ce lo possiamo permettere? Quindi, non solo l'alternativa ad un accordo politico non è rappresentata dal voto a giugno, ma probabilmente è costituita da un leggi tutto

Rinascimento parlamentare

Fulvio Cammarano * - 21.04.2018

Il fatto che le moderne democrazie siano più interessate alla produzione di governo che a quella di una chiara rappresentanza parlamentare in grado di controllare il potere esecutivo, sta ricevendo un’ulteriore autorevole conferma dalle vicende che caratterizzano le faticose manovre di formazione del governo italiano. Le stesse leggi elettorali sembrano pensate per il regolamento dei conti tra avversari, piuttosto che per ottenere un solido Parlamento, rappresentativo delle tendenze politiche dei cittadini. Per i partiti e i movimenti presenti sulla scena politica italiana, il risultato del referendum del 4 dicembre è sembrato l’occasione non di un’autocritica, ma di un’autodifesa il cui parto è stato il cosiddetto “Rosatellum”, vale a dire una legge elettorale prodotta proprio per limitare l’impatto del malcontento degli elettori.  Il ripristino del sistema proporzionale, infatti, non solo non è stato voluto per far emergere una effettiva rappresentanza popolare, ma al contrario per favorire un sistema di governo di coalizione composto da spezzoni di classe politica numericamente sufficienti a sostenere un esecutivo. Se il Pd e Forza Italia avessero perso meno seggi, avrebbero potuto varare, in un modo o nell’altro, in nome dell’emergenza nazionale,  un governo che sarebbe stato la consacrazione delle diverse forme d’intesa registrate nella collaborazione tra Renzi e Berlusconi negli leggi tutto