Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Brevi appunti su "voti virtuali"

Luca Tentoni - 26.01.2019

Il sondaggio Ipsos pubblicato il 19 gennaio dal "Corriere della Sera" offre più spunti di riflessione, in vista delle elezioni europee. In primo luogo, l'analisi (e la nostra rielaborazione) di tutte le rilevazioni compiute dall'istituto di ricerca evidenzia come fino a ottobre l'indecisione degli intervistati sul voto e l'espressa intenzione di non andare ai seggi - attestata fra il 33 e il 35% del corpo elettorale - sia notevolmente aumentata con l'approvazione della legge di bilancio, arrivando a metà gennaio al 43,2%, in parallelo con un forte ripiegamento (dal 28,7% della rilevazione del 31 ottobre al 25,4% di quella attuale) del M5S, al quale non ha fatto riscontro un aumento di pari misura del consenso alla Lega (pur aumentato dal 34,7% al 35,8%). In rapporto all'intero elettorato, i voti al M5S, che il 4 marzo 2018 erano stati pari al 23,1% (32,7% dei votanti) erano a ottobre il 18,5%, mentre oggi sarebbero il 14,4%; quelli della Lega costituivano il 12,3% degli aventi diritto al voto (politiche), in ottobre erano saliti al 22,3% mentre a gennaio sono scesi al 20,3%. In pratica i consensi ai due partiti di governo sarebbero passati dal 34,4% del corpo elettorale (marzo '18) al 40,8% in ottobre, per tornare a gennaio al 34,7% (si tratta di "voti virtuali", ovviamente). Si può ipotizzare che la "luna di miele" sia trascorsa, forse leggi tutto

Di elezione in elezione (ma intanto il mondo va avanti …)

Paolo Pombeni - 23.01.2019

Campagna elettorale continua, ormai lo sappiamo, ma non è che questa continuità non provochi un bel po’ di guai. Mantenere il paese in tensione perché c’è sempre un test che verrà dalle urne non ha mai aiutato: non è una storia che sia iniziata oggi, anche se in quest’ultima fase è stata esasperata sino all’estremo. Si usa ripetere, un poco stancamente in verità, la vecchia storiella per cui l’uomo politico guarda alle prossime elezioni, mentre lo statista guarda alle prossime generazioni, cioè al lungo periodo, ma è vero solo se si tiene in considerazione un elemento: per permettersi di fare gli statisti bisogna disporre di quella virtù che consiste nel raccogliere la fiducia dei cittadini facendosi dare un mandato quasi in bianco per risultati che essi non vedranno nell’immediato. Stiamo parlando della prova più difficile per qualsiasi personaggio politico (ed è qui che si radica un preoccupante ritorno di aspettative per l’uomo forte).

Tuttavia non è neppure vero che un discorso sul futuro sia assente in coloro che puntano sugli immediati dividendi elettorali, anzi in loro c’è quello più perverso: il futuro è così poco luminoso che per la gente sarà meglio portare a casa subito quel poco che si può e poi si vedrà. leggi tutto

Quale popolo contro quale élite

Stefano Zan * - 23.01.2019

La tesi, sempre più diffusa, secondo la quale la situazione politica attuale segnerebbe il trionfo del popolo sulle élites mi lascia qualche perplessità che provo a esprimere per punti.

1)      Diceva il presidente Mao che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Oggi ci troveremmo di fronte ad una rivoluzione epocale, il popolo che ha sconfitto le élites, senza un morto, senza un ferito, senza scontri nelle piazze. Una rivoluzione davvero gentile, forse fin troppo gentile per essere considerata tale.

2)      Il presunto trionfo riguarda, almeno ad oggi, solo ed esclusivamente l’arena strettamente politica e non ha in alcun modo intaccato tutti gli altri mondi e istituzioni (sindacato, associazioni imprenditoriali, istituzioni di ricerca, imprese, magistratura, chiesa) che sono parte integrante dell’elite di qualsiasi paese.

3)      Il popolo di cui si parla è in realtà la somma degli elettori che il 4 marzo hanno dato sostegno alla Lega e ai 5Stelle penalizzando i partiti che avevano governato in precedenza. In gergo, da sempre, questa si chiama alternanza ed è piuttosto frequente nelle democrazie.

4)      I due popoli, quello della Lega e quello dei 5Stelle sono profondamente diversi tra di loro sotto molti profili (nord/sud; mondo produttivo/mondo non produttivo) e sostenevano e sostengono posizioni diverse su temi assolutamente rilevanti leggi tutto

I gialloverdi fra consenso e competizione

Luca Tentoni - 19.01.2019

Qualche giorno fa, l'Istituto Cattaneo si è occupato, in un'analisi a cura di Marco Valbruzzi ("Lo strano caso del consenso al governo Conte") della particolarità dell'Esecutivo "giallo-verde" rispetto agli altri governi europei. I partiti che sostengono Conte hanno oggi circa il 58% dei voti, contro il 50% delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 (il governo, lo ricordiamo, è però in carica dal primo giugno). Valbruzzi si chiede, "rispetto agli altri governi europei attualmente in carica, quanto è anomalo il trend (in crescita) nei consensi per il governo italiano" (anche se, per completezza d’informazione, va detto che in Italia - considerando la media dei sondaggi elaborata da “Poll of Polls” - i consensi complessivi a M5S e Lega erano già al 57% il primo giugno 2018 e oggi sono al 58%). Va detto che il picco di "voti virtuali" è stato raggiunto fra ottobre e novembre, prima del varo definitivo della legge di bilancio, però il saldo resta positivo rispetto alle elezioni politiche. Inoltre, esaminando i ventotto governi dei paesi dell'Unione europea, l'Istituto Cattaneo fa notare che in media i suffragi dei partiti che sostengono i rispettivi Esecutivi nazionali sono rimasti, nei primi sei mesi, al di sotto di 0,7 punti rispetto alla percentuale ottenuta alle elezioni. La media, tuttavia, è influenzata dai picchi positivi leggi tutto

Alla ricerca della democrazia a 5 Stelle

Carlo Marsonet * - 19.01.2019

«Il M5S conferma di saper ottenere il consenso, ma di non sapere gestire il dissenso: non hanno alcuna attitudine democratica», così Gregorio De Falco commenta al Corriere della Sera (intervista rilasciata il 2 gennaio a Claudio Bozza) la sua espulsione dalla formazione (più iper che anti) politica. Sia detto subito molto nitidamente che non interessa qui giudicare o valutare la sua cacciata, bensì ci si vuole domandare cosa il Movimento abbia in mente con il concetto – cosa ben diversa dalla semplice parola – “democrazia”.

Ebbene, il fatto che il non partito-antipartito abbia adottato come riferimento etico-politico l’autore de “Il contratto sociale”, Jean-Jacques Rousseau, non è un caso. Non che non sia legittimo, ci mancherebbe. In una società tendenzialmente aperta o libera sono possibili il dibattito e la lotta tra idee. Anzi, per dirla con Whitehead, «il conflitto tra idee non è un dramma, bensì un’opportunità» da cui trarre giovamento. Epperò, il pensiero del filosofo ginevrino in merito al concetto di democrazia risulta perlomeno controverso, se non altro per l’accezione moderna di democrazia. Come ci invita a fare Giovanni Sartori – per esempio in un classico come “Democrazia e definizioni” – dobbiamo sempre aver presente che gli ideali vanno calati di necessità nella realtà empirica. «In una leggi tutto

L’Europa come alibi

Paolo Pombeni - 16.01.2019

In questa campagna elettorale infinita l’Europa sta diventando l’alibi di molti partiti: tanto della Lega e dei penstastellati, quanto del PD. Naturalmente poi come condimento si usa qualsiasi cosa, dalla cattura di Battisti alla TAV, ma è della vicenda dell’Unione Europea che si cercherà soprattutto di farsi scudo. Potrebbe anche essere un fatto interessante, perché dimostra, sia pure in maniera contorta, che in qualche misura ci si rende conto che il futuro del nostro paese è iscritto in quel contesto e che una classe politica non può legittimarsi se non presentandosi come la più adatta a difendere e promuovere la presenza dell’Italia in quel contesto.

Salvini l’ha intuito da tempo, sia pure in una maniera più che discutibile. Il suo ragionamento è che l’Italia è una specie di ruota di scorta dell’Europa, che la usa per scaricarci addosso dei problemi dandoci ben poco in contraccambio. L’argomentazione è rozza, ma ha una sua efficacia, perché il leader della Lega l’ha connessa al problema delle migrazioni, cioè ad un tema che nell’immaginario collettivo di una quota cospicua dei nostri concittadini desta molte paure.

Di qui la sua azione per dimostrare che se ci si “impone” si portano a casa risultati, o quanto meno non si è supinamente assoggettati leggi tutto

I social e la politica

Stefano Zan * - 16.01.2019

Che la rivoluzione digitale abbia radicalmente innovato i meccanismi di informazione e comunicazione anche in politica è cosa troppo nota per essere ripresa. Vorrei però concentrare l’attenzione su tre aspetti correlati: il protagonismo, la fissazione dell’agenda, l’organizzazione.

Se fino a poco tempo fa l’accesso ai media era riservato ad un’èlite assai ristretta di persone oggi chiunque, attraverso i social può dire la sua o direttamente oppure approvando (like) o inoltrando idee e pensieri di altri. In qualche modo tutti sono diventati protagonisti e sanno che qualcuno leggerà quello che scrivono gratificando il narcisismo che li rende convinti di dire qualcosa di rilevante. Un presenzialismo senza filtri che, unito al format comunicativo dei social, sollecita gli istinti più viscerali delle persone e il loro contributo al dibattito politico si limita quasi sempre alla propaganda o all’insulto. Al di là di ogni valutazione di merito sulla qualità culturale, linguistica, politica di questa forma di espressione, resta il fatto che tutti si sentono protagonisti e partecipi ben al di là di quanto succedeva fino a pochi anni orsono e questo certamente ha cambiato e cambia il modo di pensare alla politica. Qualsiasi affermazione di qualsiasi politico in tempo reale finisce in rete e leggi tutto

I "primi" cento anni di Giulio Andreotti

Francesco Provinciali * - 16.01.2019

Avevo incontrato per la prima volta Giulio Andreotti molti anni fa a Genova, in occasione di un evento istituzionale.

Intrigato dalla curiosità di conoscerlo, oltre la fama politica che lo accompagnava mi avevano colpito di lui due aspetti fisici: la statura considerevole e le mani affusolate, quasi da pianista.

E a suo modo è stato davvero un grande solista nell’orchestra della politica italiana e internazionale.

Ricordo anche che nei convenevoli iniziali dei saluti di circostanza confuse per affinità di cognome un suo proconsole in terra di Liguria, un politico “di area” o di “corrente” come si diceva allora, con un alto dirigente di un’importante azienda nazionale.

Ripensando anni dopo a quella fugace stretta di mano e a quel piccolo lapsus mi sono venute in mente le accuse sui baci, sugli abbracci e sugli incontri narrate da malavitosi e assassini imprestati prima alla mafia e poi al pentitismo facile e imbonitore.

Nel mio piccolo credo, con tutti i miei difetti, di non aver fatto qualcosa di tanto grosso da meritare un pubblico pentimento postumo, altrimenti non mi sarei perdonato quella stretta di mano così innocente ma, vista a posteriori e per lui leggi tutto

Verso il test regionale del 2019

Luca Tentoni - 12.01.2019

Fino a qualche tempo fa, le elezioni regionali (quelle delle regioni a statuto ordinario, s'intende) erano concentrate negli anni che finivano col cinque (1975, 1985, 1995...) o con lo zero (1970, 1980, 1990...). Ora sono disperse e, aggiungendosi ai rinnovi dei consigli delle regioni a statuto speciale, finiscono per costituire importanti test elettorali annuali. Nel 2019 si voterà in Abruzzo (10 febbraio), Sardegna (24 febbraio), Basilicata (26 maggio), Calabria ed Emilia-Romagna: tutte regioni guidate da "governatori" del centrosinistra (e nelle quali - come è facile prevedere - il Pd non riuscirà a "fare il pieno" come la scorsa volta). Fra la fine del 2017 e il 2018, invece, si è votato in Sicilia, Molise, Lombardia, Lazio, Val d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia e nelle province di Trento e Bolzano: in tutto, sette regioni (tre ordinarie e quattro speciali) contro le sei del 2019 (cinque ordinarie, una speciale). Il corpo elettorale della tornata 2018 è stato di poco inferiore ai venti milioni di aventi diritto. Quello che ci attende è un test compiuto su un campione di popolazione più ristretto, ma comunque significativo. Lo scopo di questa riflessione è cercare di vedere se, nel confronto fra il voto regionale del 2018 (più la Sicilia 2017) e quello politico del 4 marzo dello stesso anno ci sono differenze rilevanti e se ci sono comportamenti strutturali dell'elettorato, in relazione leggi tutto

La politica dell’immaginario

Paolo Pombeni - 09.01.2019

Superata la boa del varo della legge finanziaria, arrivano al pettine tutti i nodi di una politica che è un incredibile impasto di immaginario e cinismo. Difficile che potesse andare diversamente.

I Cinque Stelle si misurano con la differenza siderale che passa fra una politica da rappresentare su un palcoscenico, reale, mediatico o digitale che sia, ed una da realizzare nel concreto delle situazioni storiche. Un po’ di cultura non guasterebbe, ma se non c’è bisogna limitarsi a prenderne atto. Quasi tutte le proposte dei pentastellati hanno in mente un mondo immaginario in cui basta volere le cose buone (o presunte tali) perché possano dare a cascata buoni frutti. L’idea che la natura umana sia un po’ più complicata non li sfiora, al massimo prevedono pene severissime per chi si permettesse di non comportarsi secondo la loro visione. Che poi queste pene, sempre per via del principio di realtà, non solo siano difficili da applicare, ma anche poco dissuasive non importa. Avessero letto a scuola “I Promessi Sposi” saprebbero come minimo che esiste il precedente delle “grida” seicentesche su cui opportunamente attirava l’attenzione il Manzoni.

Il massimo livello dell’immaginario si è raggiunto con la proposta di riforma costituzionale per l’introduzione di un leggi tutto