Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Argomenti

Un voto "di secondo ordine"?

Luca Tentoni - 23.03.2019

Il tema della natura politica delle elezioni europee è da sempre oggetto di studi e riflessioni. Ce ne siamo già occupati in vario modo in precedenti articoli, ma stavolta sembra opportuno rifarsi ad una classificazione risalente al 1980, cioè relativa alle prime elezioni europee a suffragio universale (quelle del giugno 1979). Reif e Schmitt indagarono sul rapporto fra consultazioni nazionali ed europee. In particolare, operarono una distinzione fra Hauptwahlen (elezioni principali, di primo ordine) e Nebenwahlen (di secondo ordine e minore importanza per elettori e partiti). Se è acclarato che nella prima categoria rientrano le consultazioni politiche (e le presidenziali, laddove si svolgono), nella seconda abbiamo le regionali e le amministrative. Per comprendere se le "europee" siano o meno da considerarsi di secondo ordine, Reif e Schmitt hanno individuato cinque caratteristiche, che ci aiuteranno, una volta resi noti i risultati del voto del 26 maggio prossimo, a classificare questa elezione e ad interpretarla meglio. Un voto è di "secondo ordine" se: 1) l'affluenza alle urne è più bassa che alle politiche; 2) l'attenzione si sposta sui temi nazionali più che su quelli europei; 3) i partiti di governo sono sconfitti; 4) i grandi partiti fanno registrare una flessione; 5) il voto ha conseguenze nazionali (a seconda del tempo in cui si svolge: leggi tutto

Servono navigator alla politica?

Francesco Provinciali * - 23.03.2019

Quando si accendono i motori di una campagna elettorale il primo “start” non sono i programmi ma i nomi dei candidati.

Se il potere logora chi non ce l’ha è meglio mettersi al riparo e trovare rifugio in una lista, possibilmente in una collocazione sicura.

Specularmente per i vertici dei partiti è fondamentale piazzare pedine vincenti, uomini di fiducia che attirino consensi e soprattutto voti: la politica però non cerca mai i migliori ma i più fedeli, perché la struttura del potere in Italia si basa sul principio di appartenenza e sulla cortigianeria degli “yes man”.

Così è anche per le imminenti elezioni europee: ogni partito mette in moto la sua “gioiosa macchina da guerra” per individuare, reclutare e posizionare nomi di fedelissimi nei posti chiave.

Si comincia dai capilista e poi giù giù a cascata fino alle vittime sacrificali, coloro che si accontentano di una nomination pur sapendo di essere irrilevanti, di fare i tappabuchi che non compromettano la sicura elezione dei vincitori designati, che si accontentano di vedere il proprio nome in lista, una cosa da raccontare ai nipoti l’essere arrivati ad ottenere tanta fiducia.

C’è un re e un principe, poi i vassalli, i valvassori e i valvassini: ma non accadeva nel Medioevo? leggi tutto

Una politica con pochi passi avanti

Paolo Pombeni - 20.03.2019

Si dice che tutto si sbloccherà dopo il 26 maggio, ma chissà se sarà vero. Il dubbio viene perché non si riesce a capire come potrebbe chiarirsi una situazione che rimane sospesa ad attendere fatti sulla cui realizzabilità ci sono perplessità più che legittime.

La questione che al momento rimane incomprensibile, è come si potrà uscire dalla dipendenza dalla maggioranza giallo-verde. Si continua a sostenere che quando le urne delle europee avranno certificato una Lega in netta ascesa, un M5S in altrettanto netto calo e un PD in discreto recupero avremo un panorama politico profondamente mutato rispetto a quello che ci ha consegnato il voto del 4 marzo 2018. Può essere, anzi è molto probabile che sarà così a stare ai sondaggi, ma trasformare questo nuovo contesto in un nuovo equilibrio politico non sarà facile.

Il passaggio più naturale sarebbe lo scioglimento della legislatura e una nuova tornata elettorale. Sorvoliamo sul problema, niente affatto secondario, di come si potrebbe affrontare la prova in estate o nel primo autunno, con l’incombere di una nuova legge finanziaria da approntare. Ci pare che il nodo fondamentale sia però un altro: al momento non si vede come dalle urne possa, con la legge elettorale vigente, uscire la possibilità di leggi tutto

Il “lodo” Conte

Stefano Zan * - 20.03.2019

Il lodo Conte ha trasformato la Tav in una spada di Damocle che per alcuni mesi non si abbatterà sulla testa del governo. Di questo sembrano tutti contenti perché sia gli uni che gli altri possono gridar vittoria senza alcuna prova reale di quanto vanno affermando. Ma il rinvio della decisione per il momento salva il governo e consente ai partiti che lo sostengono di dedicarsi alle prossime scadenze elettorali. È probabile che di qui al 26 maggio nella politica italiana non succederà niente di particolarmente dirompente almeno per quanto riguarda le dinamiche del governo. Cogliamo allora l’occasione per una riflessione sulle strategie dei principali partiti che compongono il nostro sistema politico: Lega, 5Stelle, PD, Forza Italia.

La strategia di Salvini può ben essere sintetizzata dal titolo di una vecchia canzone di Orietta Berti:” Finché la barca va lasciala andare.” In un anno si è portato a casa sei regioni, il 50% dei voti di Forza Italia, il 30% dei voti dei 5Stelle, la leadership di fatto del governo e si appresta ad ottenere un ottimo risultato alle elezioni europee. Il tutto senza infierire sui suoi alleati ma limitandosi a sostenere con forza le sue posizioni ormai classiche. Perché cambiare quando potrebbe sottrarre ancora voti leggi tutto

L'ennesimo voto "italiano" per l'Europa

Luca Tentoni - 16.03.2019

A settanta giorni dalle elezioni europee la dialettica fra le forze di governo (in particolare) e fra maggioranza e opposizione sembrano del tutto conformi al clima usuale delle battaglie per gli appuntamenti politici nazionali. In realtà, l'idea di una "campagna elettorale permanente" non è nuova, perché siamo "mobilitati" da almeno otto anni: dalle amministrative (con referendum) del 2011-'12 alle primarie 2012 del centrosinistra, dalle politiche 2013 alle nuove primarie Pd fino alle europee 2014, per proseguire con le regionali del 2015, le amministrative e il referendum costituzionale del 2016, per giungere agli appuntamenti elettorali locali del 2017 e alle politiche del 2018 (seguite da numerose elezioni regionali a cadenza quasi bimestrale: la prossima è fissata per il 24 marzo in Basilicata) si arriva al voto del 26 maggio 2019 per il rinnovo degli europarlamentari europei e per le regionali piemontesi (senza contare che subito dopo avremo anche le amministrative nei comuni). Votazioni spesso parziali, relative a parti del territorio nazionale o consultazioni "di secondo ordine" (cioè, per semplificare molto, non considerate dagli elettori e dai partiti decisive e mobilitanti come le politiche) sembrano susseguirsi in un calendario che conosce poche soste; frattanto, ogni settimana più istituti demoscopici rilevano le intenzioni di voto degli italiani. In pratica, i voti virtuali (i sondaggi) fotografano situazioni leggi tutto

La formazione tra crescita personale e spendibilità sociale

Francesco Provinciali * - 16.03.2019

Al banchetto della legge di bilancio, definita “manovra per il popolo”, il grande convitato di pietra è un piano di investimenti mirato sulla cultura, la formazione, l’innovazione del sistema scolastico.

L’assenza si fa notare non solo dal punto di vista del budget finanziario stanziato per l’istruzione ma anche per qualsivoglia propedeutica analisi comparativa con i sistemi formativi dei Paesi della Comunità Europea.

Se da più parti si chiede un’Europa dei popoli, interconnessa sul piano istituzionale e con riferimenti etici e culturali condivisi e non solo un’Europa delle banche, dei mercati e della finanza, l’occasione del confronto su questi aspetti è andata perduta. Evidentemente questo tema non è stato messo nell’agenda dei negoziati bilaterali tra Governo italiano e Commissione europea, si è preferito elemosinare il condono delle procedure d’infrazione per imporre il reddito di cittadinanza (con tutti gli impliciti interrogativi tuttora irrisolti) piuttosto che portare al tavolo delle trattative, per nostra iniziativa, un piano europeo di sviluppo su scuola e istruzione. Infatti l’Italia resta agli ultimi posti sia rispetto agli investimenti in ricerca pura e applicata, sia miratamente in ordine all’innovazione dei suoi programmi di alfabetizzazione culturale e digitale, sia per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che per le dotazioni di risorse umane leggi tutto

La politica dell’avvocato

Paolo Pombeni - 13.03.2019

Eh, sì: il presidente Conte è un avvocato e non va al di là delle tecniche da controversie legali, cioè quelle di tirare tutto per le lunghe, vuoi nella speranza di sfinire i litiganti, vuoi in quella della prescrizione, vuoi nell’attesa che prima o poi qualcosa possa cambiare. L’abbiamo pensato in molti. Più autorevolmente di noi e prima di noi Giovanni Maria Flick sull’ Huffington Post.

Del resto Conte aveva esordito promettendo di essere l’avvocato del popolo: poi il popolo è scomparso ed è rimasto solo l’avvocato, anzi, visto come sta gestendo la vicenda TAV, il popolo è stato sostituito da Luigi Di Maio, ancor più che dal M5S (ma del resto, col nuovo statuto appena reso pubblico, le due entità si dovrebbero identificare).

Non è un passaggio di poco significato. Conte era sin dall’inizio una scelta dei Cinque Stelle, poiché da loro veniva l’indicazione, né il personaggio aveva dalla sua un curriculum tale da renderlo particolarmente adatto al compito a cui veniva chiamato. A lungo si è tentato di sottrarlo a quel legame iniziale, anche facendo leva sul suo orgoglio personale: con una alleanza governativa così anomala poteva esserci spazio per qualcuno che si assumesse seriamente il compito di fare il mediatore. Sembrò per un leggi tutto

L’analisi Tav: tra razionalismo, presentismo e chiusura

Carlo Marsonet * - 13.03.2019

Il dibattito politico, se può ancora definirsi tale, non gode di buona salute. La moda di porsi rispetto alle questioni politiche che di volta in volta si presentano pare più prossima a quella di essere “hooligan” piuttosto che quella di percepirsi come sostenitori di un’opinione tra le tante possibili. I primi, con buona approssimazione, sono chiusi, intransigenti e indisponibili ad ascoltare le ragioni degli avversari – considerati, in realtà, più nemici che competitori – giacché pensano di stare sempre e comunque dalla parte della Ragione. Il secondo tipo di individui, per converso, fa della mite e modesta umiltà il canale che orienta il proprio pensiero. Un pensiero che, in quanto guidato dall’opinione – e non dalla presunzione di certezza – risente necessariamente tanto di un’intrinseca limitazione gnoseologica (in virtù di quell’ineliminabile “dispersione della conoscenza” che ci porta ad essere ignoranti e fallibili) quanto della consapevolezza di parteggiare per una delle opzioni in conflitto.

Questo schizzo di idealtipi può forse farci comprendere qualcosa in più sul caso Tav e in generale sulle grandi questioni politiche, non da un punto di vista tecnico, bensì da un punto di vista di mentalità o, se si preferisce, di filosofia delle parti in gioco. Non v’è dubbio che lo leggi tutto

Chi comanda a Casa 5 Stelle

Francesco Provinciali * - 13.03.2019

Mi sono sempre chiesto perché intitolare a Rousseau la piattaforma on line dei Cinque stelle.

Ci sarà una ragione: a scuola l’avevo studiato come filosofo e pedagogista, teorico dello spontaneismo e del primato della natura sulla cultura che genera una civiltà corrotta, capace solo di rovinare l’educazione di un adolescente, di spezzare gli equilibri di uguaglianza dei diritti nativi.

Sul sito della piattaforma si dice di lui – citandolo come “filosofo francese” (anche se in realtà nacque in Svizzera e francese lo fu di famiglia e formazione) che fu “uno dei padri della democrazia diretta”.

Poteva accadere con Voltaire, Montesquieu e persino Pascal, forse la più calzante ed ispirata: ‘l’esprit de geometrie’ gestito in rete dalla Casaleggio-associati, con sondaggi, statistiche, consultazioni on line e ‘l’esprit de finesse’ da coltivare e promuovere nelle esternazioni dei rappresentanti del Movimento.

La citazione dei riferimenti culturali a cui intestare la piattaforma mi è venuta spontanea: guarda caso si tratta di pensatori francesi, esponenti del Paese adesso più odiato dai grillini (l’ha confermato anche il premier Conte nel suo conciliabolo con la Merkel, davanti ad un gigantesco “spritz” sorseggiato con la cannuccia, leggi tutto

La gestione politica del disincanto

Luca Tentoni - 09.03.2019

Si è detto e si è scritto molto, nell'anno trascorso dalle ultime elezioni politiche, del valore che - nella raccolta dei consensi - può assumere l'evocazione o il riconoscimento delle paure degli italiani. Ciò vale anche per le evoluzioni dei sondaggi. Tuttavia, con particolare riguardo alla volatilità elettorale e alla diminuzione complessiva dell'affluenza alle urne (la Sardegna è una piccola eccezione alla regola) c'è forse da porre attenzione ad un altro fattore che permette la "libera uscita" (in taluni casi, definitiva) di quote consistenti di voti. Ci riferiamo alla categoria del disincanto. Durante la Prima Repubblica questo effetto colpiva soprattutto l'elettorato d'opinione, che non si poteva definire disincantato ma selettivo nelle scelte. Certo, il brusco calo della Dc nel 1983 e quello - meno consistente, ma rilevante - del Pci nel 1979 rappresentarono esempi di reazione negativa ad un'offerta politica che risentiva di un logorio (i comunisti avevano pagato l'alleanza con la Dc nel triennio '76-'79) o di un mutamento interno non accettato da alcuni settori dell'elettorato (la svolta di De Mita, che mandò "in libera uscita" milioni di voti soprattutto verso il Pri, il Pli e il Msi). Però il luogo in cui la "libera uscita" diventò disincanto fu (ed è) la Seconda Repubblica. Raggiunse il massimo nel biennio 1992-1994, incoraggiato leggi tutto