Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

PD: Una disfatta neppure tanto strana

Paolo Pombeni - 27.06.2018

Una delle battute più fuorvianti è quella famosa di Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E’ l’autoconsolazione di tutti i politici che sognano un mondo senza ricambio e non tengono conto che prima o poi la domanda di circolazione delle elite si mette in moto. Certo, per allontanarla o diluirla, si potrebbe seguire il suggerimento che Aldo Moro dette una volta al suo partito: partendo allora dall’assunto che la DC per ragioni internazionali non poteva essere rimossa dal governo, il partito doveva costruire al suo interno l’opposizione a sé stesso.

E’ quanto più o meno tutti i partiti si illudono di fare, scambiando le lotte interne di fazione per una dialettica di ricambio e non considerando che così non si apre alcun circuito virtuoso. A Renzi accadde esattamente questo. Capì a suo tempo che il problema era il ricambio di elite e propose la famosa “rottamazione”. Gli andò bene, ebbe successo sia personale che elettorale, fintanto che non divenne palese la prospettiva asfittica dell’operazione: non un lavoro per immettere forze nuove, ma un giochetto per favorire cerchie di amici, neppure sempre all’altezza dei compiti, e per aggregare componenti interne delle filiere tradizionali subito disposte a cambiare casacca. leggi tutto

I sondaggi e la tentazione di una legislatura breve

Luca Tentoni - 23.06.2018

Sebbene il quadro politico sembri in via di stabilizzazione, l'ipotesi di un ritorno alle urne nella tarda primavera del 2019 non è tramontata del tutto. In altri tempi - anche abbastanza recenti - la formazione di una coalizione di governo dotata di una maggioranza parlamentare non eccessivamente grande (soprattutto in Senato) ma sufficiente per superare più di un ostacolo avrebbe indotto gli osservatori e le forze politiche a pensare di avere di fronte una legislatura capace di durare almeno due o tre anni, fino alle regionali del 2020 e forse oltre. Del resto, gli stessi alleati della coalizione giallo-verde prevedono - nel "contratto" - di fare un "tagliando" a metà del percorso, dunque verso la fine del 2020 ("le parti concordano sulla necessità di effettuare una verifica complessiva sull’azione di governo a metà della XVIII legislatura, allo scopo di accertare in quale misura gli obiettivi condivisi siano stati raggiunti e, se possibile, di condividerne degli altri"). Se le valutazioni su governo e coalizione non fossero soddisfacenti per entrambe le parti che sostengono l'Esecutivo, si potrebbe andare ad elezioni anticipate nella primavera del 2021. C'è però un fattore tempo che ormai sembra aver preso il sopravvento su tutto il resto. Nell'era in cui tutto si "consuma" mediaticamente in poco tempo, leggi tutto

Elezione Continua

Paolo Pombeni - 20.06.2018

Chi pensava che finita la campagna per le elezioni nazionali e insediato il governo della nuova maggioranza avremmo avuto almeno una sensibile riduzione dei toni ha dovuto ricredersi. Salvini non molla e l’aver conseguito l’obiettivo di sedersi al Viminale non l’ha portato a mettere da parte i panni dell’agitatore politico. Di conseguenza sono costretti a seguirlo su quella strada sia gli avversari che gli alleati, se non si rifugiano in un silenzio più che sospetto.

Quale è la spiegazione per questo stato di cose che non si può semplicemente attribuire alla “natura” del leader della Lega, che è un politico che dosa le sue performance più di quanto non appaia? Quella banale è che Salvini sfrutta un momento favorevole che fa salire il suo partito nei sondaggi, dove secondo alcuni è ormai alla pari se non ha superato di poco il consenso espresso per i Cinque Stelle. Poi c’è stata la relativamente piccola scadenza della tornata di amministrative, che peraltro avrà una coda nei ballottaggi di domenica. Tuttavia si può osservare che tutto questo non basta a spiegare a fondo lo stato di cose attuale. Infatti per quel che riguarda le amministrative è probabile che la Lega sarebbe andata bene anche senza le sparate di leggi tutto

Elezioni comunali, bilancio del primo turno

Luca Tentoni - 16.06.2018

Come previsto, le elezioni comunali del 10 giugno hanno rovesciato i rapporti di forza fra i due poli maggiori della Seconda Repubblica. Nei capoluoghi (compreso Udine, dove si era votato qualche settimana fa) il centrodestra è passato dal 31,8% delle scorse amministrative al 42% (+10,2%) mentre il centrosinistra è sceso dal 42,1% al 29,6% (-12,5%) e il M5s è passato dal 7,6% all'11,3% (a Siena e Vicenza non ha presentato liste: circostanza, quest'ultima - come dimostrano gli studi sui flussi - decisiva per la vittoria al primo turno del candidato di centrodestra nel capoluogo berico). L'affermazione della coalizione "plurale" (con la Lega al governo, FI all'opposizione e FdI astenuta) è stata netta, sia in rapporto alle comunali precedenti (+10,2%) che alle politiche (+8,9%). Tuttavia, al Nord l'incremento sulle comunali (+8,6%) è stato un po' più contenuto in rapporto alle politiche (+3,6%); nel Centro "ex zona rossa" il centrodestra ha guadagnato l'8,9% sulle comunali ma appena l'1,7% sulle politiche; al Sud, invece, dove la coalizione aveva patito la concorrenza del M5s, il dato è positivo alle comunali (+11,5%) ma soprattutto rispetto alle politiche (+15,2%). In sintesi, la capacità espansiva del centrodestra è stata maggiore dove il centrosinistra è in forte difficoltà (Centro, Sud-Isole) ma non al Nord (dove, come alle politiche, il Pd non va male: il 4 marzo il centrosinistra ha guadagnato l'1,6% in questi leggi tutto

L’Italia nel gorgo europeo

Michele Iscra * - 16.06.2018

La gestione della questione dei migranti raccolti dalla nave Aquarius ha avuto l’andamento di una telenovela, più che non quello di una seria questione riguardante un’emergenza storica. E non è solo stata colpa dei nuovi governanti italiani, che hanno più che altro mostrato la loro incapacità di capire quanto la faccenda avesse risvolti che andavano ben al di là dei temi cari al sovranismo di casa nostra.

Che Salvini non comprendesse bene la delicatezza della faccenda era scontato e del resto non gli interessava farlo. Per un leader tutto chiacchiere e televisione era troppo ghiotta  l’occasione di mostrarsi nelle vesti del nuovo politico che sa decidere quel che gli altri non hanno saputo fare. Non è la decisione in sé a destare stupore, perché alla chiusura dei porti per mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità si era già pensato da parte del governo precedente. Quel che ha fatto i guai è l’averla gestita a suon di smargiassate, sino al punto da esautorare di fatto il presidente del Consiglio e il ministro degli esteri, costretti poi a seguire la linea che era stata loro imposta.

Quel che neppure l’astuto Salvini poteva prevedere era che alcuni esponenti del governo francese, incluso il presidente Macron, leggi tutto

Intrappolati dalle circostanze

Paolo Pombeni - 13.06.2018

Quel che era prevedibile è avvenuto: dopo la sbornia delle propagande elettorali di vario conio ci si è dovuti misurare con le circostanze, cioè col mondo reale che continua ad andare per la sua strada e con cui bisogna fare i conti.

Il nodo del governo dell’immigrazione è arrivato rapidamente al pettine e ha mostrato una volta di più che farsi intrappolare a priori dalle affermazioni altisonanti non serve a nulla. La massa di disperati che dall’Africa preme sull’Europa e che è in mano alle speculazioni di molti, dalle bande criminali agli umanitari a buon prezzo, non può essere sciolta a colpi di spot, truci o buonisti che siano. Pongono sfide agli equilibri sociali europei, risvegliano paure ataviche e nazionalismi sopiti, preludono a cambiamenti nella geografia umana e politica: occorre farsene carico seriamente con la consapevolezza che sono problemi ingarbugliati.

Prendete per esempio il problema della cosiddetta “legge del mare” che impone, giustamente, di salvare chi rischia di perdere la vita. Ma questo significa anche che dopo averlo salvato bisogna accompagnarlo dove vuole andare? In  astratto, vista la localizzazione di molti salvataggi, il porto più sicuro sarebbe il ritorno a quello di partenza, cosa che però, in concreto risulta difficile perché è un porto clandestino. leggi tutto

Abbiamo un governo?

Paolo Pombeni - 09.06.2018

D’accordo, sia il Senato che la Camera hanno votato la fiducia al governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte. Ma basta questo per dire che l’Italia ha un governo? A meno di non arroccarsi sul formalismo giuridico, non basta.

Come premier Conte non è riuscito ad essere convincente. Nell’esposizione del programma si è limitato ad una lunga parafrasi del cosiddetto “contratto” (esplicitamente richiamato come tale) condendola con qualche trovata retorica di modesto livello come quella scontata del trasformare l’accusa di populismo in titolo di merito perché significa ascoltare la gente (un classico della retorica politica). Nelle repliche sia al Senato che alla Camera ha sfoggiato invece la sua padronanza della retorica avvocatesca, quella che per convincere la “giuria” mescola attestazioni di umiltà, giravolte sul non mi avete capito, forse non mi sono spiegato bene, e rovesciamento delle contestazioni delle controparti.

Un po’ poco per accreditarsi come il perno dell’esecutivo e sfatare l’impressione di essere semplicemente il delegato dei due reggenti della sua maggioranza. Bisogna riconoscere che con Camere dove ormai domina una classe politica che sembra uscita in ritardo dalle assemblee studentesche post-sessantottine i limiti di Conte non sono risaltati più di tanto. Immaginarsi che questi possano minare la fiducia dell’elettorato della sua maggioranza leggi tutto

La saga del primo ministro

Stefano Zan * - 09.06.2018

Tranquilli non parlo di Conte. Il primo ministro di cui ci occupiamo è il personaggio principale di una lunghissima trilogia scritta da Anthony Trollope (1815-1882) a metà dell’800 in Inghilterra, nota appunto come saga del primo ministro. Una lettura affascinante perché Trollope come pochi (es. Tolstoi per la Russia) in realtà è un grande sociologo e un grande politologo perché con i suoi romanzi ci fa capire meglio di qualsiasi dotto saggio storico com’era la società di quell’epoca, quali problemi doveva affrontare, quali trasformazioni economiche e sociali e, soprattutto, come stava prendendo corpo il parlamentarismo inglese di quell’epoca, base di tutte le democrazie moderne.

Il “Primo Ministro” è un giovane aristocratico molto ricco di famiglia che entra ben presto in parlamento dove si distingue per la sua serietà, per la sua preparazione su tutti i dossier rilevanti, per la sua onestà, tanto da divenire in breve tempo ministro dello Scacchiere.

Preso dal quasi totale impegno derivante dal modo in cui intende il ruolo di politico, casualmente si innamora follemente di una giovane donna completamente diversa da lui. Lei è bellissima, più ricca ancora di lui, vivacissima, curiosa e per nulla condiscendente con le norme che all’epoca definivano le regole di comportamento delle signore bene. Una donna, leggi tutto

Le crisi di governo nell’Italia Repubblicana (1946-2018) *

Luca Tentoni - 06.06.2018

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 34,05 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati al 1° giugno riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2213 giorni (6 anni e tre settimane: molto più di una legislatura, dunque). L'8,44% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 403,57 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 14 governi (15 con Conte) contro i 51 della Prima, per complessivi 8774 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 626,65 giorni, 36,79 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 20 mesi e tre settimane contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi leggermente più lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano leggi tutto

Le elezioni comunali del 10 giugno

Luca Tentoni - 02.06.2018

Dopo i recenti sviluppi della crisi di governo, le elezioni comunali del 10 giugno prossimo possono assumere un'importanza di gran lunga maggiore rispetto a quella che avrebbero avuto in un contesto normale. Come abbiamo detto più volte, non è agile e neppure molto appropriato comparare il voto politico con quello amministrativo, per la presenza di liste civiche, di un'offerta che alle comunali è spesso diversa e articolata rispetto a quella nazionale e per il fatto che, il 10 giugno, alcuni simboli non compariranno sulle schede di tutti i centri interessati dal rinnovo di sindaci e consigli. Il M5s, per esempio, non sarà presente a Siena e a Vicenza. Tuttavia si può fare un raffronto con le elezioni comunali precedenti, limitandoci ai venti capoluoghi di provincia che vanno al voto (Brescia, Sondrio, Treviso, Vicenza, Imperia, Massa, Pisa, Siena, Terni, Ancona, Viterbo, Teramo, Avellino, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Ragusa, Siracusa, Trapani, ai quali - per completare il quadro - potremmo aggiungere Udine, dove si è votato qualche settimana fa) nel quadro di una consultazione che interessa circa 800 comuni e sette milioni di italiani. Rispetto al voto di cinque anni fa (in alcuni centri, tuttavia, il consiglio comunale uscente è stato eletto dopo il 2013) il panorama politico nazionale e locale è completamente leggi tutto