Ultimo Aggiornamento:
24 settembre 2022
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Argomenti

Un sistema al capolinea?

Paolo Pombeni - 02.02.2022

Se si vuole una conferma che le elezioni quirinalizie sono state un test per quelle politiche future basta constatare che come accade dopo quelle tutti hanno proclamato di avere vinto. Non è proprio così e forse sarebbe giusto dire che non ha vinto nessuno, ma si è arrivati al capolinea col sistema che si era impiantato dopo il crollo della vecchia repubblica dei partiti.

Quel che pare di poter rilevare è che è andato in crisi lo schema del bipolarismo dominante: da una parte il centrodestra, dall’altro il centrosinistra. Il primo aveva orgogliosamente sostenuto che questa volta era il suo turno nel dare le carte, illudendosi di contare su una maggioranza parlamentare che sarebbe stata tenuta insieme dalla prospettiva di una sua sicura vittoria alle prossime elezioni. Questo è tutto da vedere perché è convinzione basata sui sondaggi che non solo fotografano le risposte di getto degli intervistati, ma non tengono conto di una quota molto alta che non si esprime. Comunque il corpo parlamentare non si è mostrato convinto della prospettiva e si è compattato nel proporre che per adesso si congelasse la situazione esistente.

Quanto al secondo, il centrosinistra ha offerto la prova provata della sua aleatorietà in quanto non si sa più se includa davvero leggi tutto

Il labirinto parlamentare

Paolo Pombeni - 26.01.2022

I partiti hanno trasformato il grande parlamento che deve eleggere il successore di Sergio Mattarella in un labirinto da cui non si riesce ad uscire. Tutti attendono che qualcuno porga loro il mitico filo di Arianna che li porti fuori, ma fino al momento in cui scriviamo (martedì 25 gennaio ore 21) non vediamo traccia di qualcosa di simile.

Il problema fondamentale è, come ormai hanno riconosciuto tutti, mettere insieme la soluzione del problema Quirinale con quella del governo e non solo nel caso, che al momento non sembra più molto probabile (ma in politica conta sempre l’ultimo minuto), in cui fosse Draghi stesso a salire al Colle. Il tema di fondo è che la soluzione trovata a febbraio scorso da Mattarella per risolvere la crisi di impotenza delle forze politiche rimane fortemente legata alla presenza chiave di Draghi, personalità capace di imporsi su una coalizione molto larga, ma anche all’equilibrio da lui trovato nella distribuzione dei ministeri. Intendiamoci: non tutte le scelte sono state meravigliose, non tutto funziona alla perfezione, ma non riusciamo a convincerci che ci siano le condizioni per ridisegnare in un modo migliore la compagine dell’attuale esecutivo.

Anche se ci sono state le sementite di prammatica, le indiscrezioni parlano del leggi tutto

Nelle spire di un passato che non passa

Paolo Pombeni - 19.01.2022

La politica italiana è prigioniera del suo passato. Tutti sono disposti a sottoscrivere l’affermazione guardando alla rinascita di Berlusconi che si prende il centro della scena e rimette in pista l’eterna diatriba tra pro e contro il Cavaliere. Che lui sia una presenza ingombrante non c’è dubbio. Che susciti più di un interrogativo inquietante anche.

Ci vuole naturalmente una certa disinvoltura a considerarlo “adatto” per un ruolo come la presidenza della repubblica. Non è tanto questione di suoi guai giudiziari, che certo qualche problema lo pongono, ma alla fine potrebbero anche, sia pure a fatica, essere messi fra parentesi. Le due riserve maggiori riguardano come ha svolto il suo mandato al governo. Basta leggersi quello che ha registrato Marzio Breda nel suo libro Capi senza Stato (Marsilio 2022), a proposito del suo rapporto con Ciampi per farsi venire molti dubbi sulle sue qualità di “statista” (e Breda non è giornalista di una testata pregiudizialmente di parte, né Ciampi era un esponente della “sinistra” che partiva dalla demonizzazione dell’uomo di Arcore). Aggiungiamoci però, ed è la più pesante delle palle al piede che si trascina Berlusconi, che si tratta di un uomo di grande ricchezza, con interessi economici personali notevolissimi, soprattutto nel campo della comunicazione. leggi tutto

Draghi e la querelle sul Quirinale

Paolo Pombeni - 12.01.2022

La conferenza stampa del premier Draghi è stata in genere accolta male da molti esponenti della grande stampa. Si è ritenuto intollerabile che rifiutasse domande sul suo futuro (al Quirinale o a palazzo Chigi), ci si è lamentati che avesse perso decisionismo (dopo naturalmente essersi lamentati nei mesi scorsi del suo piglio decisionista).

In realtà le cose sono più complicate, ma ormai il teatrino della politica commentata non tollera che qualcuno rifiuti di rivestire i panni che gli sono stati assegnati nella rappresentazione. A Draghi troppi non perdonano di non avere fatto il miracolo, cioè avere cancellato la pandemia. Altri si beano nel rilevare che loro l’avevano sempre detto che non ce l’avrebbe fatta. Ovviamente sono due atteggiamenti ridicoli, perché nessuno in nessuna parte del mondo è stato in grado di cancellare questa pandemia, ma Draghi non solo ha fatto molto per metterla il più possibile sotto controllo, ma ha al tempo stesso evitato che essa producesse la catastrofe economica che era profetizzata da vari osservatori.

Tutto però si è ulteriormente complicato quando si è aperta la questione di una possibile investitura dell’attuale premier come prossimo presidente della repubblica. La prospettiva suscita preoccupazione nelle forze politiche per due ragioni. La prima è che non sanno come possono

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Mattarella passa la staffetta al successore

Luca Tentoni - 05.01.2022

Quello del 31 dicembre è stato il congedo - nonostante alcuni sperino ancora, invano, in un ripensamento - di un fermo e coraggioso Capo dello Stato. Un vero arbitro, che è intervenuto quando necessario e che non ha esercitato funzioni "semipresidenziali": semplicemente, ha fatto quanto era in suo potere per assicurare la difesa e il buon funzionamento delle istituzioni repubblicane. Ha richiamato, nel suo settennato, diritti e doveri; in ultimo, ha censurato nuovamente l'atteggiamento dei "no vax" (ampiamente sopravvalutati dai mass media) con parole che la stragrande maggioranza degli italiani non può che sottoscrivere e condividere. Nell'ultimo discorso di fine anno Mattarella ha esaltato la compattezza degli italiani nella crisi pandemica: "il volto reale di una Repubblica unita e solidale". Sebbene il Presidente abbia certamente informazioni maggiori delle nostre, ci è parso che l'Italia non sia affatto uscita dalla pandemia (che, peraltro, è tuttora in corso) più giusta e più unita di prima. Si diceva: ne usciremo migliori; così, però, non è stato, né per i partiti, né per un popolo diviso a causa della pervicacia di pochi "evasori vaccinali". Il discorso di Mattarella ha avuto una parte politica non ampia, ma ricca, fatta di poche espressioni disseminate nel contesto, ma molto chiara. Alla Meloni che vuole un leggi tutto

Soluzioni di sistema cercansi

Paolo Pombeni - 05.01.2022

La vicenda dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica entra nel vivo: se si vuole evitare il risiko di uno scontro elettorale affidato agli umori e ai giochi tattici di tanti, troppi, politici in cerca del brivido del gioco d’azzardo, è ad una soluzione di sistema che bisogna pensare.

Più si va avanti, più ci sembra difficile che si raggiunga una larga intesa semplicemente a partire dall’individuazione di un “nome”. Non solo dietro, ma prima di, o quantomeno contemporaneamente a quella c’è da individuare un quadro d’insieme, prendendo atto che ciò che è arrivato a maturazione dal 2018 ad oggi è una crisi di sistema: non tiene più la repubblica dei partiti, né di quelli storici, tramontati, né di quelli nuovi che non hanno saputo o potuto riceverne l’eredità. In aggiunta sono cresciute una molteplicità di corporazioni e di gruppi di potere e/o di interesse, ciascuno con i suoi spazi di intervento (e a volte di quasi sovranità): dalla magistratura al sistema della comunicazione mediatica, ai vari centri di potere nazionali e locali.

Per andare avanti, e soprattutto per non perdere quanto si è quasi miracolosamente riconquistato sulla scena europea e internazionale è necessario avviare almeno una risistemazione del nostro quadro complessivo. È comprensibile che questo compito spaventi leggi tutto

Tre problemi e nessuna soluzione

Paolo Pombeni - 22.12.2021

I tre problemi più volte richiamati su queste colonne sono sempre lì senza che si intuisca qualche spiraglio di soluzione. Il fatto è che continuano ad essere affrontati separatamente dalle forze politiche che non hanno il coraggio di affrontarli insieme togliendoli dal loro intrico.

I tre problemi sono: la ricerca di una candidatura adeguata per il Quirinale; la decisione su come sistemare la guida del governo non solo nel passaggio in attesa delle elezioni, ma anche dopo; l’intesa su una legge elettorale che sia in grado di prendersi il carico dell’effetto del taglio dei parlamentari (e dell’attuale frammentazione politica).

È illusorio pensare che si possano risolvere le questioni in successione ed affrontandole una alla volta. Come infatti è evidente, la scelta per il Colle di un candidato condiviso il più possibile comporta decidere come si va avanti con l’attuale governo di larghe intese e siccome comunque vada ci sarà il problema delle elezioni al più tardi a primavera 2023 è necessario che i partiti sappiano con che regole si correrà per almeno immaginarsi come potrebbe andare a finire.

Lo si voglia ammettere o meno, tutto ruota attorno alla posizione di Draghi. Oramai lo si è messo in una situazione tale per cui o lo si nomina al Quirinale, leggi tutto

Una politica prigioniera dell’ambiguità

Paolo Pombeni - 15.12.2021

La storia infinita della preparazione per le elezioni quirinalizie mette in luce i limiti di partiti che sono nella loro maggioranza prigionieri delle pseudo-identità che si sono costruiti negli ultimi anni e che per uscire da queste posizioni poco fruttuose non riescono a fare altro che avvilupparsi nell’ambiguità.

La riprova più clamorosa si è avuta con la kermesse di Fratelli d’Italia sotto il titolo, incomprensibile ai più, di “Atreju”. Da un lato l’obiettivo piuttosto esplicito era mostrare come quel partito fosse pienamente legittimato come parte del sistema politico vigente, tanto da poter aprire un dialogo-show con tutte le altre componenti. Dal lato opposto nel suo intervento finale la leader Giorgia Meloni è tornata ai toni barricadieri del partito di alternativa netta contro tutto e contro tutti: con gradazioni e toni diversi (ma percepibili solo ad orecchie allenate), ma tali da confermare il proprio elettorato che si era poi quelli di sempre.

In maniera del tutto simile si stanno comportando gli altri partiti. Salvini alterna attacchi al governo a profferte di sé stesso come mediatore nella vicenda della successione a Mattarella. In Forza Italia non si riesce a decidersi se continuare ad essere i pretoriani di Berlusconi o il partito del conservatorismo ragionevole. leggi tutto

La crisi del cosiddetto “campo largo” a sinistra

Paolo Pombeni - 08.12.2021

La decisione dell’ex premier Conte di declinare l’offerta dei vertici PD a candidarsi per il seggio lasciato libero da Roberto Gualtieri è un segnale da non sottovalutare perché mette sotto i riflettori la crisi di quella strategia del cosiddetto “campo largo” che più che un progetto politico è stata ed è una ossessione dei dirigenti del Nazareno da Zingaretti in poi (ma ha anche illustri precedenti nella storia del PCI).

La rinuncia di Conte non dipende solo dal fatto che non è mai stato un cuor di leone, bensì un personaggio portato dalla fortuna in posizioni apicali, perse le quali è finito rapidamente ridimensionato. L’offerta dei vertici PD appariva onestamente un invito a rischiare l’osso del collo con la quasi certezza di rimettercelo. Il Collegio di Roma 1 era stato sì brillantemente vinto da Paolo Gentiloni e poi passato senza colpo ferire a Gualtieri, ma erano altre persone e altri tempi. Entrambi a Roma erano radicati come militanza politica anche di base, entrambi avevano potuto contare su confronti con avversari di modesto profilo in un collegio che viene presentato come “borghese” e dunque meno incline al populismo.

Nonostante questo Gualtieri aveva sì vinto le suppletive parlamentari col 62% di preferenze, ma con una partecipazione elettorale molto modesta, leggi tutto

Le incognite dell’elezione presidenziale

Luca Tentoni - 04.12.2021

La battaglia per il Quirinale è una delle poche competizioni politiche ricche di rigide regole non scritte, ma che riserva esiti quasi sempre imprevedibili. Ripartiamo dall’articolo pubblicato su questa rivista il 22 novembre 2014 per delineare i fattori, le consuetudini e i piccoli particolari determinanti per la scelta del Capo dello Stato. Anche in questa occasione è azzardato avventurarsi in pronostici che dipendono da molti fattori ma, soprattutto, dagli umori dei mille e più "grandi elettori". Con la riforma costituzionale sul “taglio” dei parlamentari, questa volta sarà l'ultima con un collegio elettorale così folto (630 deputati, 315 senatori più quelli a vita e di diritto, 58 delegati regionali): la prossima volta saranno in tutto poco più di 660, al posto degli attuali mille. Possiamo tracciare alcune caratteristiche che serviranno ai partiti (e agli eventuali "franchi tiratori") per orientare le proprie scelte. Durante la Prima Repubblica c'era la regola dell'alternanza fra i democristiani e gli altri. Era concepita come un equilibrio di medio-lungo periodo, perché abbiamo avuto elezioni consecutive di non Dc (1946 e 1948: De Nicola, Einaudi), di democristiani (1955 e 1962: Gronchi, Segni), ancora di Dc (1985, 1992: Cossiga, Scalfaro) e di non Dc (1999 e 2006-2013: Ciampi, Napolitano) per concludere con un altro Dc (2015: Mattarella). La vera e propria alternanza “perfetta” ha avuto luogo leggi tutto