Ultimo Aggiornamento:
25 maggio 2019
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Argomenti

Primarie PD: Adesso verrà il bello

Paolo Pombeni - 06.03.2019

È comprensibile che si parli di riscossa dell’elettorato PD: intanto perché dopo aver temuto che non si sarebbe arrivati al milione di votanti, si è raggiunto il traguardo di circa 1,6 milioni; in secondo luogo perché il vincitore, per quanto pronosticato, ha raccolto circa il 66% dei consensi, mostrando che nel “popolo dei gazebo” c’è una notevole compattezza nelle scelte (lasciando del tutto a margine i suoi competitori, espressione ciascuno di lobby interne al partito).

Non per sminuire il significato di questi dati, ma per il realismo che fa bene alle analisi politiche quando non hanno parti al cui servizio schierarsi, vale però la pena di guardare un po’ più a fondo in quanto è avvenuto nelle cosiddette primarie dello scorso 3 marzo.

Il primo realistico dato è che la riscossa non si sa quanto sia in grado di rilanciare lo spazio politico del PD. I numeri hanno una loro logica. Alle elezioni nazionali del 4 marzo 2018 il partito raccolse 6.134.727 voti il che corrispondeva al 18,7% dei consensi. Quelli che sono andati ai gazebo rappresentano intorno ad un quarto del risultato alle politiche e dunque è prematuro sostenere che quel 1,6 milioni di elettori sia sufficiente a far uscire il PD dalla sua condizione di difficoltà. Sostenere che adesso si sono leggi tutto

Se l'autonomia produce disuguaglianze

Francesco Provinciali * - 06.03.2019

Forse ha ragione chi sostiene che – tra tutti i temi sul tappeto della politica del cambiamento – quello delle autonomie risulta essere tra i più gettonati e spinosi.

Sono le stesse forze che spingono verso la difesa dei confini nazionali, il sovranismo e le autarchie degli Stati e il populismo della tutela degli interessi generali, lottando per smantellare privilegi antichi e moderni in nome di un egualitarismo sociale che tolga ai ricchi per dare ai poveri,  che nello stesso tempo si danno un gran daffare per concedere ad alcune regioni un regime di autonomia istituzionale, legislativa ed amministrativa che crei circuiti interni del “dare” e dell’”avere” ed ipotizzi in fatto e in diritto una sorta di tassonomia gerarchica che le differenzi tra loro e dal resto dell’Italia.

Il tema dell’autonomia è legato alle alterne vicende del nostro Paese, nel suo scomporsi e ricomporsi, poiché nei flussi della Storia ora si va nella direzione dell’unità nazionale ora in quello opposto della tutela e della rivendicazione dei particolarismi locali.

Al divario nord-sud e al cronico problema del sottosviluppo del Mezzogiorno sono state dedicate leggi e norme mirate, ministeri ad hoc, pagine di letteratura, di cinema e di costume.

Una deriva che ha radici leggi tutto

Volatilità elettorale e crisi delle appartenenze

Luca Tentoni - 02.03.2019

Talvolta, per prefigurare scenari politici, si fa ricorso ad un passato anche remoto. Nel Novecento le subculture politiche territoriali hanno lasciato una profonda impronta nella società, tanto da riemergere carsicamente - soprattutto nel caso di quella socialcomunista - dopo il ventennio fascista. Eppure, se si vanno a guardare le stime sulla composizione dell'elettorato della provincia di Vicenza nel 1946 (elezioni per la Costituente, referendum istituzionale), rapportata con quello del 1921 (elezioni politiche) elaborate a suo tempo da Allum, Feltrin e Salin ("Le votazioni del 1946 a Vicenza", in "Il triplice voto del 1946", ed. Liguori, 1989) si nota che su cento aventi diritto al voto alle prime elezioni libere dopo il fascismo solo 22 erano elettori anche venticinque anni prima. Nel frattempo, la cancellazione (per morte o emigrazione) della metà degli elettori 1921, unita all'afflusso di chi nel frattempo aveva maturato i requisiti per votare (neoiscritti, immigrati, giovani, pari a circa il 25%) e naturalmente l'aggiunta delle donne (ammesse a votare per la prima volta proprio nel '46 e rappresentanti il 53% del corpo elettorale) aveva drasticamente mutato il quadro. Eppure, con solo un quarto o poco più degli elettori del 1946 "ereditato" dal 1921, le tendenze politiche non mutavano. Resistevano, nonostante quella fascista non fosse stata una semplice "parentesi". Così, quel 49,9% ottenuto dal leggi tutto

Aspettando Godot

Stefano Zan * - 02.03.2019

La politica italiana sembra entrata in una sorta di limbo che durerà fino al 26 maggio, data delle elezioni europee quando, secondo tutti gli osservatori, il quadro politico cambierà radicalmente.

Una serie di considerazioni mi inducono a ritenere che non sarà così. Vediamo con un certo ordine.

Nel corso dell’anno intercorso dalle elezioni ad oggi Salvini ha portato a casa 6 regioni (con il centro destra) e un consenso popolare, a scapito di Forza Italia e dei 5 Stelle, che tutti i sondaggi  stimano tra il 30 e il 35%.

I 5 Stelle hanno perso circa il 10% del consenso a livello nazionale e nelle elezioni regionali hanno ottenuto risultati di gran lunga inferiori alle attese. La situazione di difficoltà è talmente evidente che hanno avviato un processo di riorganizzazione interna che mette in discussione alcuni dei loro capisaldi storici.

Forza Italia, che ha dimezzato i suoi consensi, e Fratelli d’Italia abbaiano contro il governo nazionale ma non mordono sui governi locali e non fanno saltare la mitica alleanza di Centro Destra.

Il PD, fermo nei sondaggi e con qualche recupero nelle elezioni regionali, non ha ancora concluso il suo congresso.

Alle elezioni europee non si aspettano sorprese almeno per quanto riguarda la Lega.

A breve ci sono le lezioni leggi tutto

Perché il populismo deve essere combattuto

Carlo Marsonet * - 02.03.2019

Mi si perdonerà se spesso si va a toccare lo stesso argomento, ma, oltre che centrale nel panorama politico attuale, è soprattutto un elemento che, per chi ha a cuore la libertà individuale di scelta e quindi la società aperta, va contrastato sul piano delle idee. Si tratta, come si capisce dal titolo di questo breve commento, del fenomeno populista. Non sono tra quelli che vede populismo dappertutto. Intendiamoci, esso è verosimilmente un elemento significativo – ed è diventata una vera e propria moda parlarne, vista la miriade di analisi più o meno pregnanti dello stesso – della politica dei nostri tempi; tuttavia, spesso si cade nell’errore di tacciare di populismo qualcuno che non la pensa come noi, anziché andare a vedere (e soprattutto comprendere) cosa esso sia davvero. È indubitabile che alcuni fattori tipici dei nostri tempi (si veda i social network e, in generale, la “rete”) favoriscano l’emergere chiassoso e frastornante di aspre critiche (meglio, improperi) che, dal basso, si infrangono contro élite e, in generale, contro chi è percepito “altro” dal “popolo”. In altri termini, questi strumenti, impiegati senza freni ed umiltà, non hanno fatto altro che dare ulteriore corda a quel processo di eguaglianza delle condizioni, allevato dalla democratizzazione, che conduce all’appiattimento generale leggi tutto

Canne al vento

Paolo Pombeni - 27.02.2019

Poiché si parla di Sardegna, a vedere i risultati della tornata delle elezioni regionali ci è tornato alla mente il titolo di un famoso romanzo di Grazia Deledda: Canne al vento. La ragione è molto semplice: il panorama che abbiamo davanti è quello di una frammentazione molto alta con ben 24 liste che hanno raccolto voti. Anche considerando scarsamente significative le ultime quattro legate a candidati-presidente poco rilevanti, che peraltro nel complesso hanno raccolto circa l’8% dei voti, rimangono pure sempre 20 liste che si sono mosse a sostegno dei tre candidati principali.

Ora, prima di affrontare il tema di chi ha vinto e chi ha perso, c’è da chiedersi come potranno esprimere una linea politica i due blocchi principali, vista la loro composizione interna. Il vincitore Solinas è appoggiato da 11 liste. Quella che viene presentata come prevalente, cioè la Lega rappresenta qualcosa meno del 12% dell’oltre 47% raccolto dalla coalizione. Il Partito Sardo d’Azione, storica sigla forse non proprio coerente con la sua storia, ha quasi il 10%. Curiosamente Solinas appartiene ad esso, anche se è al contempo parlamentare della Lega, sicché si può anche chiedersi a quale forza risponderà nella vita concreta della politica regionale. Aggiungiamoci che FI e FdI sono due altre componenti con un loro peso leggi tutto

La destra che non c'è ancora

Francesco Provinciali * - 27.02.2019

La destra italiana durante il periodo della democrazia bloccata della cd. Prima Repubblica, viveva di sfumature nostalgiche in cui esauriva il suo collocarsi: figure retoriche di stile come la triade Dio-Patria-Famiglia erano eredi di una visione della società e dello Stato legata all’ordine, alla disciplina, alle rigide gerarchie, ai dogmi culturali mutuati dal regime. Da quando, dopo la rottura dello stallo centrista, emerse il bipolarismo come espressione della democrazia dell’alternanza né destra  sinistra hanno saputo esprimere modelli economici e sociali sostenibili ma neppure definiti per identità, proprietà, differenza, tipicità.

Nessuna forza politica ha saputo immaginare un archetipo di società proponibile, dal presente verso il futuro, così come in Europa l’assenza di valori fondativi condivisi, di una Costituzione comune, di istituzioni in cui i cittadini comunitari potessero riconoscersi con spiccato senso di appartenenza, ha reso l’UE un’entità ibrida, fragile e indefinita. La fase storica del dopo-tangentopoli reca i tratti somatici del trasformismo parlamentare del primo 900. In particolare in un Paese fondamentalmente conservatore come l’Italia colpisce l’assenza di una destra popolare, liberale, conservatrice ed europea. Le elezioni del 4 marzo u.s. sono il discrimine tra una destra ideologica minoritaria e l’esplosione, sincrona ad altri paesi europei, di movimenti capaci di rompere gli

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Partiti, leader e mediazioni: tabù da superare

Luca Tentoni - 23.02.2019

Le più recenti vicende politiche offrono spunti di riflessione su due discutibili opinioni che - per un certo periodo di tempo - hanno riscosso ampi consensi: l'idea che la democrazia possa fare a meno dei partiti; la negazione della mediazione, sia fra (e nei) soggetti politici, sia con i corpi sociali. Si è pensato, durante l'intera Seconda Repubblica ma soprattutto negli ultimi sei anni, che fosse sufficiente avere un potere "monocratico" (il leader, la Rete) per governare la complessità tipica delle democrazie contemporanee. Le quali, proprio perché complesse, hanno bisogno di più saperi, di un maggiore livello culturale e d'informazione dell'opinione pubblica, di un rapporto dialettico ma rispettoso delle differenze fra partiti, società e Stato. Il "direttismo", invece, ha tagliato tutti i rami dell'albero: niente partiti, meglio i movimenti ("partito" è una parola sconveniente, ormai); niente élites di competenti (meglio il televoto o il voto delle piattaforme informatiche); niente organizzazione sul territorio (roba vecchia, meglio una app sul telefonino); niente compromessi (il programma è come il Vangelo: chi non lo osserva o lo discute è accusato di apostasia e rapidamente esiliato dai suoi compagni); niente comunicazioni e protocolli ufficiali (meglio un comizio su Facebook, dove non c'è neanche un giornalista che potrebbe rivolgere domande sgradite); niente leggi tutto

Il congresso del PD

Stefano Zan * - 23.02.2019

Come avevamo anticipato in un precedente articolo il vero congresso del PD si apre adesso, con le primarie del 3 marzo. Gli esiti del congresso interno, quello riservato agli iscritti, sono andati come previsto con tre precisazioni che vale la pena richiamare.

Una scarsa partecipazione degli iscritti (ha votato circa la metà degli aventi diritto).

Nessun candidato ha raggiunto la soglia del 50%.

Giachetti ha avuto un consenso inaspettato.

Adesso si aprono i giochi veri che prevedono due condizioni perché sia possibile parlare di un congresso utile e positivo in quanto crea le condizioni per una svolta significativa e per una relativa ripresa dei consensi. Due condizioni di contesto che prescindono, in questa analisi, da qualsiasi considerazione di merito sulle posizioni specifiche dei tre candidati che non vengono nemmeno prese in esame.

La prima è che alle primarie partecipi un numero consistente di elettori. Nessuno si aspetta il milione e ottocentomila delle ultime votazioni ma un numero decisamente inferiore starebbe a segnalare la disaffezione degli elettori per un partito che comunque si propone di innovare profondamente rispetto al passato. Il numero dei partecipanti alle primarie è fondamentale per capire quanta attesa ci sia rispetto alla possibilità che il partito recuperi una posizione significativa nell’arena leggi tutto

Tra color che son sospesi …

Paolo Pombeni - 20.02.2019

È tutta una politica sospesa quella italiana. Così sono i partiti: la Lega che aspetta di vedere come Salvini se la caverà col caso Diciotti e colle elezioni sarde; i Cinque Stelle che si leccano le ferite dopo lo smacco abruzzese e aspettano anch’essi le urne della Sardegna; il PD che non riesce ad uscire dalle schermaglie fra i candidati alla segreteria mentre Renzi torna a spargere veleni con la scusa di un libro. Poi ci si aggiungono le decisioni politiche che non si riescono a prendere: su tutte campeggiano la questione delle nuove autonomie regionali e quella sempiterna della TAV. Ci si aggiungano i pasticcetti delle nomine, da una posizione nel direttivo della Banca d’Italia a quelle al vertice dell’INPS.

La situazione in teoria dovrebbe implodere, ma in pratica questo non avviene, perché non c’è alternativa parlamentare disponibile per un governo diverso da quello in carica. È vero che qualcosina di nuovo sembrerebbe arrivare perché Zingaretti, candidato alla segreteria PD, ha detto per la prima volta che se il governo dovesse cadere non sarà un dramma andare ad elezioni anticipate. Probabilmente si pensa ormai che nello stallo attuale, per non dire nella palude attuale, non ci sia più da temere quel leggi tutto