Ultimo Aggiornamento:
04 aprile 2020
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Con l’aria che tira

Stefano Zan * - 06.11.2019

Con l’aria che tira perché i risultati elettorali delle prossime elezioni in Emilia-Romagna dovrebbero essere diversi da quelli ottenuti dai partiti nelle elezioni europee nella stessa regione? Ricordiamo che in quella occasione il Centro Destra ha preso il 44,2%; i 5 Stelle il 12,89; il PD il 31,24; i partiti minori, che potrebbero in teoria allearsi con il PD, l’8,56. Ai nastri di partenza il Centro Destra si presenta quindi con un 44,2% mentre il fronte anti sovranista parte da un 39,61%.

Cosa è successo in questi mesi e cosa succederà nei prossimi tre mesi che potrebbe far cambiare voto agli elettori emiliani e, soprattutto, in quale direzione? Tre sono i fattori intervenienti più rilevanti: le dinamiche nazionali, il ruolo dei 5Stelle, la campagna elettorale.

A livello nazionale, come è noto, c’è stato il cambio di governo con l’uscita della Lega e l’entrata del PD e di Leu. La Lega non solo non sembra aver pagato per la sua improvvida manovra ma dopo un lievissimo calo ha ripreso a guadagnare consensi, almeno stando ai sondaggi. Nel frattempo però cresce anche il partito della Meloni. È a tutti evidente, checché sostenga Bonaccini, che la partita è una partita nazionale, pro o contro il governo, e l’aria che tira favorisce certamente l’opposizione leggi tutto

Il ruolo di Fratelli d’Italia nel nuovo destra-centro

Luca Tentoni - 02.11.2019

Lentamente, ma inesorabilmente, il partito di Giorgia Meloni si fa strada nel Paese, conquistando il secondo posto all’interno del centrodestra (non solo nei sondaggi, ma anche alle elezioni regionali, come in Umbria). È un percorso, quello di Fratelli d’Italia, al quale non è mai stata rivolta grande attenzione perché i successi della Lega e la crisi di Forza Italia hanno occupato le pagine dei giornali dedicate all’ex Cdl. Eppure, quello che nel 2013 era un partitino postmissino destinato a venire assorbito dalla Lega o a restare marginale in quel che rimaneva del centrodestra, si è fatto strada. La Meloni ha ragione quando rivendica che FdI è l’unico partito a non aver governato dal 2012 in poi: non ha sostenuto Monti (appoggiato da Pd e Pdl-Fi), né Letta, né Renzi, né il Conte-uno (Lega-M5s) e neppure il Conte-due (Pd-M5s-Leu). Stare all’opposizione in tempi di crisi e di difficile governabilità conta e rende, in termini elettorali. Se poi consideriamo che – dopo l’uscita dalla maggioranza gialloverde – la Lega sembra rimasta sulle posizioni delle europee, mentre FI ha continuato a perdere voti e FdI ne ha guadagnati altri (in Umbria) il quadro è completo. Già nel 2018, ma ancor più alle europee 2019 e nel ciclo delle elezioni nelle regioni ordinarie iniziato lo leggi tutto

I nodi al pettine

Paolo Pombeni - 30.10.2019

Discutere se il voto in Umbria abbia o no valenza nazionale è una disputa accademica: non dipende da quel voto in sé, ma da quanto ne scaturirà. Il problema è la tenuta del quadro politico che si è tentato di costruire dopo il dissolversi dell’alleanza gialloverde: se questo riesce a ritrovare le ragioni del nuovo assetto e si consolida il voto umbro verrà considerato un segnale di pericolo a cui è eseguita una pronta reazione; se quel quadro va a pezzi lo si considererà il primo passo verso un nuovo assetto stabile della politica italiana.

Al di là di quel che viene detto a favore di telecamere e taccuini dei cronisti, più o meno tutti sono consapevoli di questa banale verità. Il dibattito che si svolge fuori della luce dei riflettori riguarda infatti il tema di come si deve andare avanti “dopo” quel che ha rilevato il voto regionale del 27 ottobre. Ne discutono tanto i perdenti, cioè M5S e per converso il PD, quanto i vincitori, cioè in primis Salvini, ma anche Berlusconi e la Meloni.

La debacle a Cinque Stelle che si è registrata mostra, se si vuole guardare le cose con un certo realismo, la crisi profonda in cui versa un agglomerato di leggi tutto

Il tempo del Capitano

Michele Marchi - 30.10.2019

Dopo il Cavaliere e il Professore, è giunto il tempo del Capitano. E a coniare questa definizione di Matteo Salvini è stato un lustro fa il suo attuale guru della comunicazione, all’anagrafe Luca Morisi, inventore e deus ex machina della cosiddetta Bestia (the Beast era la macchina della comunicazione informatica della prima campagna presidenziale di Obama). Veronese, 45 anni, laurea e dottorato in filosofia, dieci anni di cattedra nell’ateneo scaligero, poi l’impresa ma soprattutto la politica. Leghista della prima ora, incontra Salvini nel 2012 e non lo lascia più. E anzi lo porta a sfondare il tetto dei tre milioni di amicizie su Facebook (tutti gli altri leader di primo piano oscillano tra i 2 milioni di Di Maio e i 900 mila di Meloni) e di oltre un milione di follower sia su Twitter, che su Instagram.  Salvini, grazie al lavoro del suo consulente di comunicazione e al suo team (circa dieci persone) che lavora costantemente sull’identità virtuale del leader leghista, è il vero campione della nuova comunicazione politica italiana e non solo (basti pensare che doppia in termini di like e follower Marine Le Pen).  

Ebbene su tutto ciò e sulle principali ricadute politiche si è soffermata la giornalista forlivese Margherita Barbieri, proponendo un interessante studio leggi tutto

Il respiro della politica

Stefano Zan * - 30.10.2019

I processi politici, così come quelli sociali e personali, hanno bisogno di tempo, di respiro, per svilupparsi e consolidarsi. Il tempo è una variabile fondamentale che la nostra società della comunicazione, del web, dei social, sembra aver dimenticato: tutto deve accadere, essere giudicato, evolvere in tempo reale. Ma così non è. Per quanto la nostra sia, rispetto al passato, una società accelerata molte cose richiedono ancora tempo, anche quando noi non vogliamo concederlo.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che avremmo avuto una finanziaria lacrime e sangue. Così non è. Abbiamo una finanziaria onesta-modesta che era l’unica che si poteva fare in poco tempo e con i fichi secchi dei vincoli esistenti: Europa, Iva, quota cento, reddito di cittadinanza e così via.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che saremmo andati alle elezioni questo autunno. Così non è. Grazie alle dinamiche del nostro ordinamento parlamentare abbiamo un governo, improbabile, ma pur sempre un governo.

Fino a poche settimane fa tutti erano convinti che la partita si sarebbe giocata tra PD e 5Stelle. Così non è. Oggi anche Italia Viva gioca questa partita.

Metabolizzare processi di questa natura richiede tempo, soprattutto leggi tutto

L’incerto futuro della coalizione giallo-rosa

Luca Tentoni - 26.10.2019

Alla vigilia delle elezioni regionali in Umbria (che saranno seguite nei prossimi mesi da quelle in Emilia-Romagna e Calabria, prima del turno primaverile per altre sei regioni ordinarie) è opportuno soffermarsi sull’attuale configurazione dell’alleanza (giallo-rosa) che governa il Paese, confrontandola con la precedente (giallo-verde). Le due maggioranze che nella legislatura in corso hanno sostenuto i due Esecutivi guidati da Giuseppe Conte hanno infatti in comune, oltre al presidente del Consiglio e a qualche punto programmatico, la presenza del M5s (una novità assoluta, nella storia italiana). Per il resto, il quadripartito attuale è diverso non solo dal bipartito precedente, ma anche – per certi versi – dal tripartito M5s-Pd-Leu nato a inizio settembre, prima della scissione renziana. Nel 2018, subito dopo il voto per il rinnovo del Parlamento e a seguito di una lunga e faticosa ricerca di intese fra i partiti, è nata l’alleanza giallo-verde fra la Lega e il M5s. La dinamica coalizionale si è rivelata quasi subito molto più sbilanciata a favore del partito di Salvini (soprattutto per la sovraesposizione mediatica del leader sovranista), facendo intravvedere fin dai primi sondaggi un sostanziale allineamento fra la forza elettorale del soggetto politico più votato nel 2018 e l’alleato leghista. Nei mesi successivi, la Lega ha completato il recupero leggi tutto

L’Italia paese dei bonus senza controllo

Francesco Provinciali * - 26.10.2019

Ci sono almeno tre dati che gli opinionisti dei talk-show televisivi (così frizzanti se comparati alle vecchie, noiose tribune politiche) dovrebbero sempre tenere presenti mentre discettano del “particulare” dell’oggi:

i 67 governi in 70 anni di repubblica, la bulimia legislativa generata dal desiderio del governo di turno di ricominciare tutto da capo, come in una sorta di gioco dell’anno zero, e infine la smania di protagonismo dei ministri di lasciare un ricordo del proprio passaggio. Questo è il dato più soggettivo ma non certo il meno influente sui deludenti risultati che si riassumono in alcuni indici eloquenti: il debito pubblico irreversibile, l’evasione fiscale irrefrenabile, la stagnazione economica, la decadenza del ceto medio, la precarizzazione del lavoro, la fuga dei cervelli e dei pensionati all’estero, compensata da una immigrazione che – absit iniuria verbis – produce solo problemi e un diffuso disagio sociale. Un minestrone rancido di problemi rimescolato in casa e maldigerito dall’Europa, di cui siamo sempre osservati speciali.

Da alcuni anni ci si preoccupa più di elargire contentini simbolici piuttosto che immaginare modelli organici di ripresa e sviluppo, attraverso riforme radicali sempre rinviate e giocando sulla sponda dei decimali sperando che producano miracolosi effetti moltiplicatori. È la politica dei bonus, delle mance e delle elargizioni leggi tutto

Obbligati all’accordo, refrattari all’intesa

Paolo Pombeni - 23.10.2019

Dunque un’altra puntata della telenovela sulla manovra sembra essersi conclusa. Rinvia alla prossima puntata, questa volta invece che con la formula “salvo intese” con quella di rimandare il perfezionamento delle norme al passaggio parlamentare: una scelta pericolosa, visto come vanno le cose alle Camere, ma soprattutto sottoposta alla valutazione di quel che uscirà domenica 27 ottobre dalle urne dell’Umbria.

Perché il vero nodo della questione è tutto lì. È in quell’esito che si verificheranno più elementi: se tiene la coalizione PD-M5S o se Salvini straborda; come i Cinque Stelle usciranno dalla partita, perché se non ne uscissero bene l’era Di Maio sarebbe al tramonto; come il PD dimostrerà o meno di avere superato la sua doppia crisi, quella di lungo corso dopo il marzo 2018 e quella subita a breve con la scissione di Renzi. Il dibattito parlamentare sul passaggio della legge di bilancio si svolgerà avendo davanti i risultati dell’Umbria che proietteranno la loro ombra sul confronto previsto in gennaio in Emilia Romagna e Calabria: inutile girarci intorno.

Per ora la maggioranza è obbligata a trovare l’accordo, perché una crisi di governo in piena sessione di bilancio è impensabile. Inoltre annunciarla di fatto alla vigilia della prova del 27 ottobre sarebbe leggi tutto

Appunti su riforme, maggioranza e durata della legislatura

Luca Tentoni - 19.10.2019

Il nuovo sistema elettorale dovrebbe essere sottoposto all'esame delle Camere dopo la legge di riforma costituzionale che potrebbe abolire la "base regionale" di elezione dei senatori e parificare l'elettorato attivo a quello per Montecitorio. Diversamente, l'unico modo per cercare di uniformare i meccanismi dei due rami del Parlamento consisterebbe nel disegnare collegi - per Camera e Senato - corrispondenti alle regioni, attribuendo (col d'Hondt, per esempio) tutti i seggi in loco, senza recupero proporzionale. Ma, come sa chiunque abbia una minima conoscenza dei sistemi elettorali, se i deputati sono il doppio dei senatori (saranno 400 contro 200, dando per scontato il sì popolare al referendum) la dimensione della circoscrizione per Montecitorio è doppia: dunque si possono avere 10 deputati e 5 senatori in una regione, con soglie implicite d'accesso molto diverse; per avere un seggio alla Camera può essere sufficiente il 6-7%, ma il doppio per il Senato. Quindi non avremmo risultati omogenei. Palazzo Madama avrebbe quasi solo rappresentanti di grandi partiti, mentre Montecitorio ne avrebbe anche qualcuno dei piccoli. La revisione della "base regionale" e dell'età per eleggere il Senato è però una riforma che richiede tempo. Intanto, possono nascere tentazioni, quale per esempio quella di attendere il referendum "taglia-seggi" e poi andare subito a nuove elezioni che leggi tutto

Governare è decidere e scegliere

Paolo Pombeni - 16.10.2019

Che la scrittura della legge di bilancio sia un passaggio complicato lo sanno tutti: è sempre stato così da metà Ottocento ad oggi e non solo in Italia, ma ovunque si sia avuto un sistema di libera concorrenza fra partiti. Quando poi ci sono governi di coalizione, i problemi sono anche più complicati. Quel che stupisce dunque di questa fase della nostra politica non sono le difficoltà di trovare una sintesi fra le richieste dei quattro partiti al governo, ma piuttosto che non si siano prese da subito misure per contenere le tensioni.

In fondo la coalizione gialloverde era stata più furba, premurandosi di mettere a base del suo accordo un simulacro di “contratto” in cui ciascun contraente si garantiva che l’altro lo avrebbe supportato nel raggiungere certi obiettivi (poi non ha funzionato tanto, ma questa è un’altra storia). È vero che per arrivare a quella conclusione allora c’era stato più tempo, mentre la crisi di agosto ha costretto i partiti a chiudere in fretta senza predisporre alcun programma comune degno di questo nome. Tuttavia adesso i nodi del mancato accordo di quadro stanno venendo al pettine.

Ogni componente ha due problemi da risolvere: farsi vedere il più possibile (perché ci sono un leggi tutto