Ultimo Aggiornamento:
14 settembre 2019
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Argomenti

Il costitutivo legame tra pluralismo e democrazia

Carlo Marsonet * - 11.05.2019

La democrazia è un regime politico instabile e precario. Si tratta di una considerazione banale, è pacifico, ma non per questo va data per scontata. Sembra, infatti, che essa, come i tanti traguardi raggiunti dalla civiltà, sia vista quasi come un orpello, un risultato dato per acquisito in modo definitivo. In virtù di ciò, non vale la pena fortificarla giorno per giorno, giacché essa è ineluttabile.

Ebbene, la sua intrinseca gracilità sembra dimostrare il contrario. Essendo costituita da uomini, non può che risultare una creazione imperfetta e passibile di rivolgimenti interni. Ciò che scrisse Tocqueville a proposito della democrazia è risultato in gran parte vero. Essa si è dimostrata essere un fatto provvidenziale che ha abbracciato gran parte del mondo moderno. Nondimeno, aggiungeva il pensatore francese, essa poteva assumere forme assai divergenti: una connotazione liberale, da un lato, una connotazione dispotica, dall’altro. Ciò che è importante, allora, è considerare la democrazia come un’istituzione che dipende in larga misura dalla qualità dei suoi componenti. Efficace, in tal senso, la metafora popperiana: «le istituzioni sono come le fortezze, resistono se è buona la guarnigione». leggi tutto

Anche le parole sono pietre

Paolo Pombeni - 08.05.2019

Non sappiamo ovviamente come andrà a finire il Consiglio dei Ministri di mercoledì 8 maggio, perché questo articolo sarà pubblicato prima che si sia svolto. Il presidente Conte ha dichiarato che affronterà e risolverà il caso Siri, ma che non ci sarà nessuna “conta” (cioè non si voterà facendo spaccare il CdM fra leghisti e pentastellati) e non ci sarà nessuna crisi di governo. Sull’ultimo punto si dichiarano preventivamente d’accordo Di Maio e Salvini, anche se l’uno chiede esattamente il contrario dell’altro.

Quale sarà il coniglio che estrarrà dal cappello Conte-Silvan non lo sappiamo: le scappatoie che consente un uso avvocatesco di leggi e regolamenti sono varie. Quel che crediamo di sapere è che si illude chi continua a pensare che le parole siano acqua fresca che scorre via e non lascia segno. La lunga sceneggiata a pro di occupazione del palcoscenico mediatico è indubbiamente riuscita, perché si parla solo di quella e tutte le altre forze politiche sono state relegate sullo sfondo. E’ divenuta tanto importante da spingere il presidente Conte ad approfittarne per uscire dal suo cono d’ombra e costruirsi una parte di co-protagonista: a quale fine non è chiaro, a parte quello, intuibile, di uscire in maniera dignitosamente di scena quando il suo governo cadrà. leggi tutto

Nano politico ma gigante sociale

Stefano Zan * - 08.05.2019

La dichiarazione di Landini a favore dell’unità del sindacato in quanto “non esistono più le condizioni storiche ed economiche per la sua divisione” è di grande interesse perché, con sintesi straordinaria dice due cose fondamentali: non c’è bisogno di nessuna autocritica (sono cambiate le condizioni); possiamo partire con un nuovo protagonismo sindacale.

In realtà per capire quale possa essere lo spazio e la prospettiva di un nuovo protagonismo sindacale credo convenga riflettere sulle ragioni che negli ultimi anni hanno portato ad una evidente marginalizzazione politica del sindacato. Il punto di svolta è stato il rifiuto della concertazione da parte dei diversi governi che si sono succeduti negli anni, partendo da alcune convinzioni:

-          Il sindacato è una delle più forti corporazioni che inducendo politiche redistributive aggrava i conti dello stato (Olson)

-          Il sindacato è una corporazione conservatrice che tutela i garantiti a scapito dei non garantiti

-          Gli accordi tra governo, sindacato e associazioni imprenditoriali esautorano il parlamento

-          Il governo può e deve gestire in prima persona le politiche economiche, industriali e del lavoro nell’interesse di tutti i cittadini e non solo degli iscritti al sindacato

Con accenti e sfumature diverse (dialogo sociale) da allora ad oggi l’idea di fondo è che qualsiasi governo possa fare a leggi tutto

Dopo il reddito di cittadinanza ora la selezione dei navigator

Francesco Provinciali * - 04.05.2019

L’INPS ha reso noti alcuni dati utili ad inquadrare lo stato di avanzamento del reddito di cittadinanza, in attesa che decolli anche la pensione di cittadinanza. A fronte di 800 mila domande presentate (erano 80 mila per il REI) sono 472 mila quelle finora accolte e ammesse a fruire del quantum in maniera diversificata secondo i parametri di accesso e diritto. Allo stato risulta che solo 1 aspirante su 5 otterrà più di 750 euro mensili mentre circa 337 mila percipienti pari al 70% del totale riceveranno almeno 300 euro.

Secondo le associazioni dei consumatori più precisamente solo il 21,4 % dei beneficiari supererà o raggiungerà i 780 euro, mentre il 5.4% riceverà più di mille euro in base al quoziente familiare. Secondo i dati INPS infine il 7% degli aspiranti avrà tra i 40 e i 50 euro mensili per un totale di circa 30 mila persone mentre 60 mila saranno coloro che avranno tra i 40 e i 100 euro mensili.

Il quadro fornito dall’Istituto presieduto dal Prof. Tridico diventerà la platea di interfaccia dei cd. “navigator”: i tutor incaricati di monitorare i requisiti sostanziali di accesso e di avviare l’operazione di abbinamento tra diritto al reddito e offerta di un posto di lavoro. Premesso che la scadenza per la selezione del pubblico reclutamento “senza concorso” dei navigator

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Una repubblica fondata sul lavoro

Paolo Pombeni - 01.05.2019

In un intreccio continuo di ritualità festive, alcune più solenni e certificate, altre più inventate per vari usi (molto spesso commerciali), si sta perdendo il senso delle “celebrazioni” che dovrebbero essere atti collettivi fra degli officianti che rappresentano qualche cosa e un popolo che si fa coinvolgere e trasformare in quella rappresentazione. È inutile strapparsi le vesti per la perdita del senso di sacralità della maggior parte delle festività che giudichiamo importanti e in senso tecnico significative (lo si è appena fatto a proposito del 25 aprile). Il coinvolgimento non si può imporre per legge e troppo spesso coloro che si appropriano di questo sentimento finiscono per farne una cosa settaria poco capace di attrarre a sé chi per varie ragioni non riesce ad esserne partecipe.

Il problema profondo è che per le feste civili come per quelle religiose è necessaria un’opera di acculturazione continua che renda comprensibili e condivisibili i valori che si vogliono rappresentare e onorare evitando di trasformarli in retoriche celebrative.

Per ragioni di calendario vogliamo applicare questa riflessione al Primo Maggio, festa del lavoro, ricorrenza comune a molti paesi, ma di particolare significato nel nostro che si definisce nella sua Carta fondamentale “una repubblica fondata sul lavoro”. leggi tutto

Tra i due litiganti…

Stefano Zan * - 01.05.2019

La saggezza popolare ci dice che “tra i due litiganti il terzo gode”. L’attuale situazione politica italiana ci dice invece che tra i due litiganti non solo il terzo non gode ma godono proprio i due litiganti. I 5 Stelle hanno arrestato il loro declino che durava ormai da un anno. La Lega è assolutamente stabile. Il PD e il resto delle opposizioni non beneficiano minimamente della elevata conflittualità tra i due partiti che compongono il governo. L’interpretazione data dalla maggior parte degli osservatori sulla evidente conflittualità intragovernativa degli ultimi mesi è legata all’imminenza delle elezioni europee dove i due partiti si presentano in alternativa l’uno all’altro. Per parte mia ritengo che questa spiegazione sia limitata e parziale quando invece molto più rilevanti sono le condizioni strategiche e strutturali che sottendono un tasso così elevato di conflittualità e che non si esauriranno dopo il voto del 26 maggio. È infatti evidente che la determinazione con cui da due mesi a questa parte i 5 Stelle attaccano sistematicamente la Lega in ogni possibile occasione risponde a una strategia ben precisa non solo di comunicazione ma di rafforzamento dell’identità e dei valori di cui i 5 Stelle sono portatori. Dopo aver subito per un anno l’egemonia politica della Lega leggi tutto

La "quadriglia" repubblicana

Luca Tentoni - 27.04.2019

Il sistema politico italiano è passato, già all'inizio di questo decennio, dalla polarizzazione intorno a due leader (Berlusconi e Prodi, ma più in generale i capi di centrodestra e centrosinistra) alla riunione dell'elettorato intorno a tre o quattro personalità (e partiti) principali. Nel 2013, M5S, Pd, Pdl e Scelta civica hanno ottenuto l'80,9% dei voti per la Camera: in pratica una percentuale non distante dalla media dell'82,2% che Dc, Pci, Psi e Msi ebbero nel decennio 1979-1989 (politiche ed europee). In pratica, meno di un votante su cinque sceglie, da allora, altri partiti. O, meglio, già dal 2008-2009: però, alle politiche del 2008 c'erano due liste (Pd e Pdl) figlie dell'accorpamento di più soggetti esistenti (ecco perché i primi quattro raccolsero l'84,5% contro il 74,5% delle politiche di due anni prima). Tuttavia, l'idea della "vocazione maggioritaria" (con i due alleati - Lega per il Pdl, Idv per il Pd - a fare da scelta di riserva per l'elettorato di coalizione desideroso di cambiare voto "restando in famiglia") non sarebbe bastata per mutare a lungo il comportamento dell'elettorato. Già alle europee del 2009, infatti, col crollo del Pd (compensato solo in parte dal successo dipietrista) i primi quattro ebbero il 79,6%. Però qualcosa era successo: gli italiani ricominciavano a preferire i leggi tutto

Giochi proibiti pre-elettorali

Paolo Pombeni - 24.04.2019

Dunque alla fine il Consiglio dei ministri si è tenuto, sia pure con grande ritardo e si è trovato un escamotage per evitare una crisi che nessuno dei due azionisti vuole, ma che hanno interesse a minacciare in continuazione.

Prima di spiegare questo apparente arcano, consideriamo il ruolo del premier Conte (premier, si fa per dire), che ha contribuito certamente ad azzeccare il garbuglio per consentire ai suoi rissosi azionisti di trovare una scappatoia momentanea. La capacità di mediazione è una virtù in politica: Angela Merkel c’ha costruito la sua fortuna, tanto che alcuni commentatori tedeschi hanno coniato un nuovo verbo col suo nome (merkeln = qualcosa come “merkellare”) per designare questo modo di agire. Non crediamo però che si tratti dello stesso tipo di mediazioni in cui si è esercitato Conte, che assomigliano più alle furberie tecniche di un avvocato che deve mascherare la realtà con le parole, ma non vogliamo spingerci fino a coniare il neologismo “contezzare” per caratterizzare questo modo di procedere.

Ma veniamo alla strategia (parola grossa) che potrebbe spiegare questo scontro frontale fra Salvini e Di Maio gestito però in modo tale da provare a non sfociare in quella rottura che parrebbe obbligata. Tutti sanno che sono entrambi a caccia leggi tutto

Ma dove vanno i moderati

Stefano Zan * - 24.04.2019

La questione del voto dei moderati e della loro collocazione nello spazio politico italiano è una questione relativamente recente che si è aperta dopo le elezioni del 4 marzo 2018. Fino a quella data infatti un elettore moderato poteva scegliere tra i tanti cespugli di centro, Forza Italia, ma anche il PD di Renzi e Gentiloni. La riforma elettorale, nelle intenzioni di chi l’ha voluta e votata avrebbe dovuto risolvere il problema alla radice creando le condizioni perché in parlamento si costituisse una grande coalizione tra PD e Forza Italia. Questo era il disegno, ovviamente ufficialmente non dichiarato, per creare un argine al grillismo crescente e per governare in sostanziale continuità coi governi precedenti che sotto molti profili avevano dato risultati complessivamente positivi.

Questo disegno, speranza, ipotesi, strategia, è completamente saltato il giorno delle elezioni perché gli stessi elettori hanno punito tutti i partiti moderati (e vecchi) e hanno invece premiato i partiti più massimalisti, estremisti, populisti. Non solo gli elettori non sono stati particolarmente moderati il 4 marzo ma in seguito hanno accentuato la radicalizzazione del sistema facendo confluire sempre più consensi sulla Lega che nel frattempo ha accentuato la sua connotazione di partito di destra.

Ma anche il PD, accusato da molti di non leggi tutto

Il sistema dei partiti e l'accelerazione delle stagioni politiche

Luca Tentoni - 20.04.2019

Le elezioni europee, con la loro cadenza quinquennale, ci costringono - nostro malgrado - a fare i conti con un passato che teoricamente è prossimo, ma che in politica (nella politica italiana degli anni Dieci) è invece remoto. Nel 2014, il raffronto fra un Pd improvvisamente arrivato al 40,8% dei voti e quello del 2009 (26,1%) - nato da venti mesi ma già in crisi - era improponibile. Fra le due elezioni era trascorsa la stagione difficile del partito, poi il rilancio alle amministrative del 2011-'12, quindi il sostegno al governo Monti, poi la "non vittoria" alle politiche del 2013 e tre "primarie" (due vinte da Bersani nel 2009 e nel 2012, la terza da Renzi nel 2013), passando per la tormentata rielezione di Napolitano, il breve percorso del governo Letta e l'arrivo a Palazzo Chigi dell'ex sindaco di Firenze. Altrettanto inadeguato era il confronto fra la rinata Forza Italia berlusconiana del 2014, al 16,8% dei voti e quel Pdl che nel 2009 era all’apice della forza elettorale (35,3%) e del consenso. Oltre alle numerose e note vicende personali e giudiziarie del Cavaliere, si era assistito alla liquefazione di milioni di consensi conquistati prima da Forza Italia e An, poi dal Pdl nel primo quindicennio della Seconda Repubblica, passando da una fase durante la quale il centrodestra sembrava forte leggi tutto