Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

La "socializzazione televisiva" del Paese (1954-1969)

Luca Tentoni - 15.09.2018

Oggi l'esposizione ai mezzi di comunicazione di massa è continua e "facile", perché è a portata di mano, nel nostro cellulare, sul computer o in uno degli apparecchi televisivi di casa. C'è stato un tempo, però, del quale oggi si parla e si scrive pochissimo, in cui - alla sera - c'erano contadini capaci di prendere una sedia e portarla per alcuni chilometri, fino al bar del paese più vicino, pur di andare a vedere la Tv. In quel periodo, in talune zone d'Italia (Sardegna, Sicilia, Puglia, Basilicata e Calabria fino a tutto il 1956) il segnale della Rai non arrivava neppure. La distanza fra i possessori di apparecchi televisivi in casa, di fruitori in ambito condominiale o amicale, di spettatori nei bar (previo pagamento di una consumazione anche minima) non era solo dovuta al costo del voluminoso "nuovo caminetto" degli italiani (e neppure a quello dell'abbonamento, molto più costoso di oggi), ma a differenze sociali, economiche, territoriali, culturali. Le reazioni di fronte ai programmi della Rai del periodo nascente (1954-1969) non sono state mai univoche, ma hanno avuto una stretta relazione con la classe sociale degli spettatori, con i loro gusti. In quel tempo si è "unita l'Italia", hanno detto alcuni. Forse è più corretto affermare che leggi tutto

Il governo della gazzarra

Paolo Pombeni - 12.09.2018

Che l’attuale governo sia un governo che fa “gazzarra” l’ha dichiarato il governatore della Liguria Toti che non può essere considerato un suo nemico. D’accordo, la definizione si riferiva alla specifica problematica della ricostruzione del ponte Morandi, ma è facilmente estendibile allo spettacolo che l’esecutivo, o meglio alcuni dei suoi membri offrono quotidianamente.

La gestione della vicenda dell’Ilva, le invettive di Salvini contro la magistratura non eletta poi ritirate con un funambolico testa-coda, la telenovela sulla chiusura domenicale degli esercizi commerciali, le solite tirate in materia di immigrazione e connesse reazioni internazionali, il pastrocchio sui vaccini, l’annuncio di affidare ad un personaggio di show televisivi il controllo sui concorsi universitari, sono solo alcuni episodi di un elenco che sarebbe facile espandere. Eppure nonostante questi fuochi d’artificio non sembra crollare il consenso del paese verso la maggioranza giallo-verde e, cosa forse ancor più rilevante, al momento la situazione economica tiene.

Qualche interrogativo su questi fenomeni andrebbe pur avanzato. Proviamo a ragionarci, senza pretendere di aprire chissà quali nuove prospettive.

Il consenso tiene perché la maggior parte dell’elettorato è indifferente a quanto fa il governo nel dettaglio. Innanzitutto teniamo conto che, a stare alle rilevazioni, almeno un 30-35% dell’elettorato continua a voler star fuori dalla competizione politica. leggi tutto

Il paradosso/suicidio del PD

Stefano Zan * - 12.09.2018

Il paradosso in cui si trova il PD, che rischia di trasformarsi in un suicidio politico, può essere così sintetizzato: chiunque vinca il prossimo congresso il PD continuerà a perdere voti alle elezioni.

Tutti gli osservatori sottolineano la grande conflittualità interna, i personalismi, il gioco delle correnti, la pochezza dei leader, la scarsità delle idee, le contraddizioni, la fumosità delle analisi, l’inconsistenza dell’opposizione, ecc. che caratterizzano la vita del partito da molto tempo a questa parte e guardano al congresso, ma soprattutto al nuovo segretario, come la soluzione di tutti i problemi: basta trovare il segretario “giusto” e tutto si risolve.

Le cose però non stanno così perché, al di là delle dinamiche interne di partito, il problema vero è l’orientamento degli elettori.

Dall’avvento del primo Renzi ai risultati delle ultime elezioni i fatti ci dicono che esistono, a sinistra, due visioni, due identità, due concezioni, due prospettive non conciliabili all’interno dello stesso partito per quanto plurale esso possa essere e che, tra l’altro, non corrispondono nemmeno alle vecchie appartenenze DS-Margherita.

Senza alcuna valutazione di merito ma con puro intento descrittivo possiamo definire la prima posizione di “sinistra classica”, di quella sinistra che rivendica la sua storia, la sua tradizione, leggi tutto

Le "bolle" della comunicazione

Luca Tentoni - 08.09.2018

Pressoché ignorata per gran parte della Prima Repubblica, la comunicazione politica è diventata una delle principali protagoniste della Seconda. Negli ultimi anni, tuttavia, dalla "propaganda" più o meno sofisticata, si è passati ad un approccio doppiamente "personalizzato": in alto, verso la figura del leader, che ha rapidamente oscurato - se non sostituito - quella del partito; in basso, verso i fruitori dei messaggi politici, divisi e classificati da algoritmi in tante classi di "clienti da soddisfare" ma soprattutto da catturare, grazie a tecniche discorsive ed emotive "su misura". L'avvento dei social network non ha creato una tendenza che era già in atto, ma certo ha contribuito ad aumentare e a potenziare enormemente l'impatto della propaganda, la diffusione di informazioni di parte e di notizie spesso al limite fra il verosimile, il fantasioso e l'artatamente falso. Di questo scenario si occupano - da angolature diverse - due recentissimi volumi, uno di Anna Maria Lorusso per Laterza ("Postverità") e uno di Giuseppe Riva per Il Mulino ("Fake news"). La questione della post-verità, sostiene Lorusso "è semiotica, perché ha a che fare con i modi in cui, attraverso le pratiche discorsive, costruiamo la verità (...). Non possiamo pensare il problema delle verità al di fuori delle pratiche discorsive che la producono, leggi tutto

Una frenata retorica

Paolo Pombeni - 05.09.2018

Non vorremmo essere troppo precipitosi, ma forse si assiste ad una frenata del profluvio di intemerate da comizio elettorale. Matteo Salvini ha detto di volersi muovere rispettando nella sostanza gli impegni internazionali dell’Italia, ma soprattutto ha aggiunto che l’ambizioso programma di (costose) riforme va inteso come un programma di legislatura, non come una strategia del tutto e subito. La borsa ha immediatamente risposto positivamente e lo spread è un poco sceso.

D’accordo, non c’è da prestare troppa attenzione alle oscillazioni della borsa che, almeno quando si tratta come in questo caso di movimenti contenuti, sono tranquillamente manipolabili: bisognerà vedere quanto e come dura nelle prossime settimane.  Però qualcosa potrebbe voler dire il nuovo realismo sfoderato da Salvini, per quanto con una rappresentazione beffarda e di sufficienza tanto per non contraddire il suo personaggio.

Le interpretazioni possibili sono più d’una, sebbene si debba andare per intuizioni. Soprattutto la svolta è arrivata ancora una volta in solitaria dal “Capitano”, perché giusto il giorno prima il pasdaran leghista Borghi aveva ripetuto il solito ritornello del “chi se ne frega dell’Europa” in risposta al monito alla cautela del ministro Tria, che continuava a voler rassicurare mercati, investitori internazionali e cancellerie della tenuta del sistema-Italia. leggi tutto

L'"altro 11 settembre" e il ruolo della Dc

Luca Tentoni - 01.09.2018

Per le generazioni meno giovani, la data dell'11 settembre è stata legata a lungo ad un evento molto diverso dall'attacco alle Torri Gemelle di New York (2001): il colpo di Stato in Cile (1973). Gli effetti della tragica fine dell'esperienza di Allende e della "via cilena al socialismo" si avvertirono in particolare in America Latina, ma arrivarono con forza ad interessare anche l'Italia, che nel 1973 era ancora circondata, nel sud dell'Europa, da paesi retti da regimi di destra o dai militari (Spagna, Portogallo, Grecia). Il clima di destabilizzazione e l'ipotesi che - dopo la "suggestione greca" del 1970-1972 - vi fosse il pericolo di una "deriva cilena" fu subito ben presente ai leader politici dei due principali partiti italiani. La Dc e il Pci, infatti, stavano percorrendo il tratto preliminare di un lungo cammino che li avrebbe portati al governo Andreotti della "non sfiducia" (1976), ma erano ancora in una fase nella quale il contesto internazionale (gli USA di Nixon e Kissinger ostili alla politica di Moro; l'URSS che si apprestava a contrastare in ogni modo il nascente "eurocomunismo" di Berlinguer), la posizione di ambienti contrari al "compromesso storico" (non solo in settori imprenditoriali e nella destra, ma anche nella stessa Democrazia cristiana) e la crisi economica leggi tutto

Si prepara la battaglia d’autunno?

Paolo Pombeni - 01.09.2018

Poche volte agosto è stato politicamente bollente come quest’anno. Di solito era il momento per buttare lì vaghe provocazioni, per saggiare reazioni a future proposte e roba simile. Questa volta, complice anche il caso, si è trattato invece di un passo ulteriore nella strategia che intende seguire la nuova maggioranza, quella che continua a volersi connotare come “del cambiamento”.

Che ci fosse un po’ di movimento sul fronte dell’immigrazione c’era da aspettarselo, perché la stagione estiva ha condizioni metereologiche favorevoli ad affrontare le traversate. In realtà il movimento è stato notevolmente più contenuto che in passato, ma il ministro dell’interno Salvini non ha perso l’occasione per drammatizzare tutto. Siccome è un politico abile sa che l’occasione è propizia per due banali ragioni. La prima è che effettivamente la UE, o meglio i governi che la compongono, è incapace di trovare soluzioni diverse dal lasciare l’Italia a spicciarsela da sola. La gente queste cose le vede ed è fin troppo facile ribattere all’altezzoso Macron distributore di patenti di demagogia che lui non è da meno, visto che si guarda bene dal cambiare politica quanto a respingimenti alle sue frontiere. La seconda, tipica, è che diventa facile presentare gli attacchi che si ricevono come prove che si sta facendo sul serio per cui i nemici cercano di eliminarti. leggi tutto

Il maxipartito del 60%

Paolo Pombeni - 25.07.2018

Secondo tutti i sondaggi la somma dei consensi ai due partiti al governo raggiunge il 60% di coloro che esprimono delle preferenze e manifestano l’intenzione di andare a votare. Per di più Lega e Cinque Stelle sembrano dividersi alla pari questo bacino di preferenze. Pur con tutte le cautele del caso (si tratta di opinioni espresse in un momento in cui le elezioni sono lontane) non è un dato da sottovalutare.

La prima ragione che dovrebbe far riflettere è che, almeno in teoria, non si tratta di partiti che hanno esattamente lo stesso approccio. Anzi sono due componenti piuttosto diverse per bacini di insediamento, per tipologia di personale politico, per riferimenti ideologici. Persino le promesse che hanno presentato in campagna elettorale erano differenti, con pochi punti di contatto, tanto che questa coalizione non era stata prevista. A tutt’oggi non pochi si ostinano a ritenere che la strana alleanza sia prossima a deflagrare, ma in verità al momento non se ne vedono i segnali.

Dunque cosa è successo? La spiegazione potrebbe essere banale: la voglia nel paese di liberarsi della vecchia classe dirigente era ed è più forte di ogni altra considerazione. E’ questa che fa percepire a più della metà del paese la soddisfazione di leggi tutto

Il PD in mezzo al guado

Luigi Giorgi * - 25.07.2018

Dopo il 4 marzo il centrosinistra e il Pd, si sono trovati (soprattutto quest’ultimo) di fronte alla necessità di ricostruirsi come capacità politica di intervento nella società. E come capacità di sviluppare una opposizione adeguata sia come strumento di competizione politica sia come strumento indispensabile di garanzia democratica del nostro assetto istituzionale.

Il Pd così com’è non riesce a riprendere il filo di una costruzione politica alternativa alla maggioranza, perché esiste un sostegno sociale, sostanziale e ancora troppo consistente, al governo, e perché esso non è ancora riuscito a elaborare una comprensione adeguata del cambiamento sociale sotteso al risultato elettorale del 4 marzo. La difficoltà per il Pd (ma tutto il mondo del centrosinistra così come lo abbiamo conosciuto) ha una cifra profonda e, come si dice, è contrassegnato da un complesso mutamento di “paradigma antropologico” che ha investito il corpo elettorale rimuovendo quei caratteri con cui si era abituati a leggere la società italiana e che nel suo farsi non è stato letto adeguatamente. Forse il dato maggiore su cui riflettere, per i dirigenti del Pd e per gli uomini e donne del centrosinistra, risiede proprio in questo. Il problema non è tanto il non riuscire, anche se non sempre occorre dirlo, a fare opposizione

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La centralità leghista

Luca Tentoni - 21.07.2018

Le prime settimane del governo giallo-verde presieduto da Giuseppe Conte sono state contrassegnate da un notevole attivismo dei due vicepresidenti del Consiglio, in particolare del leghista Matteo Salvini (ministro dell'Interno) ma anche - col "decreto dignità" - del pentastellato Luigi Di Maio (ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico). Mentre prosegue il dibattito che si è sviluppato su una possibile egemonia mediatica e tematica leghista sull'Esecutivo, in questa sede ci sembra più opportuno rispondere ad una domanda molto più semplice e netta: perché, col 17% dei voti (27-30% virtuali, secondo le intenzioni di voto espresse nei sondaggi) Salvini è oggi al centro della scena politica? Una prima risposta, quella che ha dato vita al dibattito fra gli osservatori politici, è che il leader leghista ha imposto la sua agenda ed è riuscito a non perdere il "posto in prima fila" sui giornali e sui social network neppure quando è stato il suo principale alleato di maggioranza a presentare e pubblicizzare gli atti di governo voluti dai Cinquestelle. Anzi, il leghista ha fatto a Di Maio quasi una "controscena" (prima affermando che il decreto sarebbe stato reso "più efficiente e produttivo" in Parlamento, poi usando i toni più duri nello scontro col presidente dell'Inps Boeri, dimostrando - all'occorrenza - di far valere leggi tutto