Ultimo Aggiornamento:
23 febbraio 2019
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Argomenti

Il meraviglioso mondo giallo-verde

Paolo Pombeni - 19.12.2018

Come previsto da più parti, noi inclusi, alla fine di mesi di scontro con Bruxelles si è ripiegato su una manovra che prevede un punticino in più di quel che aveva proposto inizialmente il ministro Tria che aveva chiaro il quadro di quel che si poteva negoziare con la Commissione Europea: lui aveva previsto 1,9%, si chiuderà al 2,04 (in cui lo 0,4 è un trucchetto comunicativo per fingere che non si è ceduto del tutto). Non torniamo a ribadire che la faccenda ci è costata più di un miliardo in interventi sui nostri titoli di debito pubblico, perché ormai lo sanno tutti.

Non ci stupiamo che nonostante tutto Salvini e Di Maio facciano buon viso a cattivo gioco: è quel che più o meno i politici fanno sempre. Le incognite a questo punto sono due: cosa succederà in parlamento e cosa succederà quando la gente farà i conti con il risultato pratico di questa manovra, che viene presentata come meravigliosa.

Il primo punto è ambiguo. Detto banalmente, il governo presenta la manovra come un programma che si deve prendere a scatola chiusa: non c’è spazio per una discussione in commissione al Senato, bisogna fare in fretta e poi votare in Aula dove si metterà la fiducia. leggi tutto

Contro la revoca della cittadinanza

Bruno Settembrini * - 19.12.2018

Il decreto-legge in materia di sicurezza e immigrazione (n. 113 del 2018), il cui iter parlamentare si è appena concluso, contiene molti aspetti critici, che sono stati ampiamente commentati e analizzati. Ma vi è una norma, l’articolo 14, che, a me pare, è stata ingiustamente trascurata nel dibattito. É vero che si tratta di una disposizione simbolica, nel senso che difficilmente produrrà effetti pratici. Ma essa è simbolica anche nel senso che bene rappresenta quanto di inquietante è avvenuto in questi mesi con la chiusura dei porti e con la limitazione, di fatto, della possibilità di chiedere asilo politico in Italia (ed ogni persona in meno che giunge in Italia significa, nelle condizioni attuali, una persona in più torturata e stuprata nei campi libici).

 L’articolo 14 prevede, in presenza di una condanna definitiva per reati di terrorismo ed eversione, la revoca della cittadinanza per coloro che l’abbiano acquisita per matrimonio o naturalizzazione (ad esempio dopo dieci anni di residenza in Italia) e per gli stranieri nati in Italia e divenuti cittadini dopo aver risieduto in Italia legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età. Si creano così, di fronte alla medesima condanna, cittadini di serie A (quelli che non possono perdere la cittadinanza) e cittadini di serie B (quelli che possono perderla).

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I capponi di Renzi

Stefano Zan * - 15.12.2018

La cosa più singolare delle dinamiche congressuali del PD è che si ha la netta sensazione che l’unico che si è reso pienamente conto che il renzismo è finito sia lo stesso Renzi.

Per renzismo intendo quel progetto innovativo di modernizzazione del partito e della società italiana che Renzi ha incarnato negli ultimi anni. Che si fosse d’accordo o meno quel progetto ha rappresentato una sfida importante per la politica italiana e innegabilmente ha prodotto anche risultati positivi considerando la pesante crisi economica in cui si è trovato ad operare.

Piaccia o non piaccia e per una molteplicità di ragioni, quel progetto è fallito, come hanno decretato gli elettori, e non è più riproponibile. E non c’è dubbio che una parte non marginale delle ragioni del fallimento sia dovuta alla conflittualità interna del partito e alla pesante opposizione che la minoranza interna ha esercitato in tutti i modi fino ad arrivare alla scissione.

Renzi ne ha preso atto mentre buona parte del partito gioca ancora con gli occhi rivolti al passato.

Il PD, attraverso il congresso, dovrebbe “inventarsi” un nuovo progetto, una nuova visione, una nuova strategia, non solo in ragione del proprio fallimento ma anche in ragione dello straordinario successo degli altri che oggi guidano leggi tutto

Alcune domande sul reddito di cittadinanza

Francesco Provinciali * - 15.12.2018

La politica della narrazione e quella della democrazia virtuale dimostrano che il problema principale del nostro tempo sta nella differenza tra la teoria e la pratica.

Siamo “politicamente” sommersi da parole, opinioni, teoremi, congetture, ipotesi, soluzioni sciorinate da persone che dimostrano di non possedere un metodo, una progettualità che preveda riscontri, una capacità di programmazione ragionata e persino l’uso della logica e del pensiero critico.

E’’ tutto un dire e disdire, una sorta di prassi dell’illusione che crea aspettative irrealizzabili, con finalità del tutto estranee al perseguimento del bene comune: mai come adesso la gestione della cosa pubblica è un gioco di prestigio per acquisire consensi e rafforzare immagine e potere vincolati ai sondaggi di opinione e di voto.

Ma una politica che vive di sondaggi in tempo reale è una politica velleitaria che trasmette un senso di insicurezza devastante per il cittadino/elettore.

Manca un modello sostenibile di società mentre si aprono voragini economiche e vuoti esistenziali e ciò non solo a misura dei balzi dello spread o dei cali del PIL: è proprio come se tutte le certezze su cui fondavamo l’intera vita e la quotidianità dell’oggi fossero dissolte e con loro i corpi intermedi dello Stato, i punti di riferimento esistenziali, leggi tutto

Forse nel governo si arriverà al dunque

Paolo Pombeni - 12.12.2018

Se la rottura dell’alleanza di governo fra Lega e Cinque Stelle rimane molto problematica non lo è meno la convivenza. Perché ce la si può anche cavare per un po’ con rinvii, gioco delle parti, fumoserie retoriche, ma poi viene il momento che qualcuno o qualcosa presenta il conto.

La costrizione a rivedere una manovra economica che tutte le persone un minimo informate sapevano essere insostenibile può solo fino ad un certo punto essere nascosta nelle nebbie delle acrobazie sui numeri e sulle scadenze: anche se forse la massa dei cittadini può non avere compreso del tutto che facendo scivolare in avanti il reddito di cittadinanza o rendendo problematica l’adesione immediata alla famosa quota 100 per i pensionamenti se ne depotenziano gli impatti sul bilancio dello stato, rimane che l’avvicinarsi della scadenza delle elezioni europee costringe i due azionisti del governo a chiarire le loro posizioni.

Salvini sembra avere già fatto una scelta abbastanza precisa: continuare sul terreno propagandistico mescolando l’agitazione dei consueti argomenti contro il pericolo dell’immigrazione irregolare, contro i burocrati europei e a favore di un certo tradizionalismo e contemporaneamente offrirsi come un riferimento indispensabile per frenare le pulsioni avventuriste sull’economia intesa in senso ampio (dalle grandi opere alle tasse leggi tutto

Comunicazione politica e giornalismo politico: alcune riflessioni nell’era della disintermediazione

Maria Cristina Antonucci * - 12.12.2018

Il dato che la comunicazione digitale e l’uso politico dei social media abbiano ormai sottratto ogni spazio al giornalismo politico viene spesso considerato come un assunto. La disintermediazione della comunicazione politica, soprattutto nelle forme digitali e social, di prevalente dominio degli account leaderistici, si sostituirebbe ai tempi di produzione della notizia politica e alla capacità di contestualizzare, interpretare e commentare del giornalismo. La domanda da porsi è: la comunicazione politica, tramite media digitali e social, ha reso obsolescente il giornalismo politico e si sarebbe sostituita ad esso?

Il riferimento è quello ai caratteri politico-istituzionali e massmediali del modello “mediterraneo” o pluralista polarizzato di Hallin Mancini (2009). I sistemi istituzionali mediterranei sono caratterizzati da un avvento tardivo della democratizzazione, intesa come la somma dei processi di liberalizzazione e di inclusività; da un pluralismo partitico polarizzato; dalla centralità dei partiti politici quali corpi intermedi per la trasmissione delle istanze dalla cittadinanza alle istituzioni; da un ridotto sviluppo dell’autorità razionale-legale, intrinsecamente connesso con la diffusione del clientelismo. Dal punto di vista della attività giornalistica, l’assetto mediatico nel sistema mediterraneo appare connotato da una limitata circolazione dei giornali, da una stampa riservata alle élite, con una televisione “regina” dell’informazione politica per i cittadini, e una forte dipendenza leggi tutto

I testimoni dei "passi perduti"

Luca Tentoni - 08.12.2018

In democrazia, il ruolo della stampa è essenziale. Quello del giornalismo politico e parlamentare lo è, se possibile, ancora di più. Spiegare - da analisti o editorialisti - o raccontare - da cronisti - ciò che avviene nelle stanze del potere è un modo per dare all'opinione pubblica le informazioni necessarie per giudicare i propri rappresentanti nelle istituzioni. Dal resoconto di una banale seduta d'Aula o di Commissione (che talvolta può rivestire un'importanza fondamentale per una categoria di persone interessata al testo che si discute) al "retroscena" (ormai diventato un genere a parte, a volte un po' romanzesco), il giornalismo politico-parlamentare offre al lettore molti strumenti e informazioni utili. Ciò che si è spesso sottovalutato, però, è che gli articoli, così come i libri di memorie dei giornalisti parlamentari di lungo corso, finiscono per diventare materiale per gli storici. Episodi della "quotidianità politica", dei rapporti umani dei personaggi di primo piano, possono spiegare decisioni, reazioni, prese di posizione. Inoltre, persino le "veline" (ciclostilati di 4-5 pagine che tracciavano le linee principali della giornata politica: la più importante era quella di Vittorio Orefice, durante la Prima repubblica) sono reperti da analizzare, non solo per il contenuto, ma per lo stile, per la selezione degli eventi e la trattazione degli argomenti. leggi tutto

Il populismo, i nodi e le bandierine

Paolo Pombeni - 05.12.2018

Sono venuti al pettine i nodi della situazione politica che voleva promuovere il governo giallo-verde? Per certi aspetti sì e per altri no. È tipico di qualsiasi contesto populista e di questa specificità si fatica a rendersi conto.

La prima fase è stata quella delle “bandierine”, cioè di una sfilata infinita di prese di posizione intorno a slogan la cui sostenibilità quanto a traduzione in misure concrete non era mai stata studiata. Tuttavia l’importante per i due partiti al governo era far sapere forte e chiaro che loro avrebbero provato ad andare all’assalto alla baionetta delle trincee dell’odiato sistema. L’impresa si è risolta in una strage degli assalitori? Non importa, cade la carne da cannone come da manuale, i generali sbandierano l’eroismo di aver gettato il cuore oltre l’ostacolo.

Poi è arrivata la seconda fase, che è quella in cui si deve valutare se vale la pena di rinunciare a tutto quel che si è guadagnato (le poltrone governative) per il gran gesto di immolarsi sul campo di battaglia. Anche qui come nella più classica di queste storie si è riscoperta la virtù della ritirata strategica, che però tale è se viene sempre spacciata appunto come strategica, cioè, nell’immaginario che si vende al popolo, arretro per prendere nuovo slancio nell’attacco. leggi tutto

Gli inganni del populismo

Stefano Zan * - 05.12.2018

L’essenza dei partiti populisti si basa su quattro falsi ideologici che corrispondono ad altrettanti inganni degli elettori.

Primo falso: il popolo è la soluzione di tutti i problemi politici. Non è vero. Nelle democrazie moderne il popolo è il problema e non la soluzione per la semplice ragione che il popolo inteso come entità unitaria è un concetto astratto. Nella realtà concreta il popolo è un insieme assai articolato, differenziato, stratificato di persone. Del popolo reale, quello che si esprime col voto alle elezioni, fanno parte ricchi e poveri, occupati e inoccupati, colti e incolti, onesti e disonesti, credenti e non credenti, violenti e non violenti, del nord e del sud, uomini e donne, giovani e anziani, ecc. con caratteristiche socio-economiche, valori, interessi, bisogni molto diverse tra di loro. Il popolo inteso come soggetto unitario, omogeneo, caratterizzato da comune sentire semplicemente non esiste. Il problema di tutte le democrazie è quello di governare le differenze.

Secondo falso: l’unico vero conflitto sociale è tra popolo ed elite. Non è vero. Accanto ai conflitti che riguardano ampie categorie del popolo reale con le elite (che andrebbero meglio specificate), sono innumerevoli i conflitti tra le diverse componenti del popolo: nord e sud, uomini e donne, giovani e anziani, garantiti non garantiti, leggi tutto

La "vox populi" del 4 marzo

Luca Tentoni - 01.12.2018

Al termine della rassegna dedicata in queste settimane da Mentepolitica ai volumi che hanno spiegato il voto del 4 marzo, ci occupiamo di "Vox populi" (Il Mulino), il libro dell'Itanes sul "voto ad alta voce" del 2018. Per introdurre l'argomento, tuttavia, ci sembra opportuno un richiamo alla campagna elettorale che ha preceduto l'appuntamento con le urne. Lo spunto più interessante ci giunge dal saggio di Giovanni Diamanti ("Una campagna-lampo al tempo della campagna permanente") per il volume "Una nuova Italia" (di Cavallaro, Diamanti e Pregliasco, edito da Castelvecchi). Secondo Diamanti, la campagna elettorale del 2018 è stata caratterizzata da "poche innovazioni, pochi colpi di scena, poca originalità. È stata un'agenda mediatica dominata, ancora una volta, dalle tematiche dell'immigrazione e della sicurezza", come vedremo approfondendo gli esiti del voto e le motivazioni. Su questi argomenti, "il centrosinistra sceglie di non inseguire il centrodestra, non solo perché gli elettori, fra due proposte simili, scelgono sempre l'originale, ma perché su questi temi la credibilità del centrodestra è nettamente superiore"; sull'economia, invece, "il centrosinistra e il M5S sono più competitivi, ma il Pd non ha trovato il tempo e la forza di imporre i propri temi, un problema dovuto anche a errori nella definizione delle priorità" oltre che - aggiungiamo noi - leggi tutto