Ultimo Aggiornamento:
28 gennaio 2023
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Argomenti

Alla vigilia del voto

Francesco Provinciali * - 24.09.2022

Si trascina stancamente verso il D-Day una campagna elettorale caratterizzata dalle invettive e dalle accuse incrociate e sbiadita nei contenuti, probabilmente la più scialba degli ultimi decenni, dall’esito condizionato dai sondaggi e largamente previsto.

Una guerra lampo dopo la caduta del governo Draghi, dove le tattiche hanno prevalso sulle strategie, decisamente autoreferenziale nella rappresentazione di scenari apocalittici, con molte comparse e qualche primattore, condizionata da eventi internazionali come la guerra in Ucraina e la crisi energetica, priva di programmi di breve e medio termine, in conflitto con se stessa tra governo delle larghe intese e rimasugli di retaggi ideologici, sostanzialmente e decisamente molto confusa.

Il tema veramente prioritario della crisi climatica è stato solo sfiorato, purtroppo l’alluvione nelle Marche ha messo le forze politiche al cospetto della propria latitanza.

Il timore è che il gap che separa ormai da tempo il paese legale e della rappresentanza nelle istituzioni da quello reale della società civile finisca per radicarsi nell’astensionismo: l’indecisione degli scettici è certamente miscelata con l’indifferenza e la delusione dei potenziali elettori.

La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature: pochi i chiamati, scarsa la rappresentanza della società civile, alcune conferme e altrettante rinunce

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Democrazia illiberale?

Paolo Pombeni - 21.09.2022

Ci si conceda di toglierci dal frastuono elettoralistico che cresce in quest’ultima settimana e di affrontare, speriamo in maniera appropriata, un tema molto serio venuto malamente alla ribalta con la faccenda della condanna del parlamento europeo e della Commissione europea al sistema politico messo in piedi dal presidente ungherese Orban (vedremo poi se il Consiglio Europeo darà seguito a queste decisioni – ne dubitiamo).

Come tutti sanno, coloro che hanno approvato quella condanna hanno messo in rilievo che il sistema politico ungherese viola il modello costituzionale alla base del patto su cui si è costruita la Unione Europea. Quei non molti che hanno obiettato, fra cui in Italia Lega e FdI con i loro leader, l’hanno fatto sulla base dell’argomento che Orban è stato regolarmente eletto in competizioni almeno formalmente aperte. Dunque si sarebbero rispettate le regole della democrazia, che affida la sovranità al popolo, ma si è sorvolato sul fatto che il leader ungherese e vari suoi seguaci hanno apertamente parlato di “democrazia illiberale”.

Quella definizione è un ossimoro, ovvero una definizione che unisce due termini fra loro in contrasto, oppure non lo è, perché il liberalismo (meglio: il costituzionalismo liberale) è al massimo una delle forme che può assumere la democrazia, la quale potrebbe esistere leggi tutto

Una donna a Palazzo Chigi? Qualche nota a proposito di Meloni e di una campagna elettorale senza qualità

Raffaella Gherardi * - 21.09.2022

Nel corso di una campagna elettorale che non si staglia certo, per usare un eufemismo, per livelli qualitativamente alti dal punto di vista dei contenuti, una tematica che avrebbe potuto utilmente rappresentare uno dei problemi importanti intorno ai quali focalizzare trasversalmente, da parte dei partiti, l’attenzione degli  elettori sarebbe stata sicuramente quella del ruolo delle donne, della necessità di un loro effettivo riconoscimento nella società e nella politica e di quali concrete misure occorra darsi carico in proposito. Tutto ciò sarebbe stato (e il condizionale è, come sopra, assolutamente d’obbligo!) ancora più necessario nell’era pandemica che da più da due anni a questa parte stiamo attraversando e che ha visto soprattutto le donne pagare un prezzo molto più alto rispetto ai loro colleghi maschi sotto il profilo professionale; problema che, come fior fiore di dati mostra ormai da tempo, viene universalmente riconosciuto, sulla carta almeno, come urgenza cui metter mano da parte della politica. E invece… sì, proprio così: al di là delle dichiarazioni di rito dei vari leader dei partiti, tutti pronti a stracciarsi le vesti e a spergiurare che sì certamente, imbracceranno con convinzione la causa delle donne, una volta che saranno arrivati alla vittoria finale, la campagna elettorale leggi tutto

Le "capitali regionali" nel 2019

Luca Tentoni - 17.09.2022

Il nostro viaggio nel voto delle "capitali regionali" prosegue con le elezioni europee del 2019, che videro la grande vittoria della Lega. In quella occasione, le liste di centrodestra ottennero il 49,6% dei voti a livello nazionale, contro il 28,7% del centrosinistra e il 17,1% del M5s. Una situazione che - forse incautamente - accostiamo a quella immaginata da taluni per il 2022 (ma che nessuno può dire se sia verosimile o meno, tanto più in un periodo nel quale non ci sono sondaggi, quindi resta tutto una pura ipotesi). Ebbene, nel 2019, nei capoluoghi di regione (oggetto di un mio volume sulle elezioni europee pubblicato quell'anno dal Mulino) il centrodestra ebbe il 39,1% contro il 37,8% del centrosinistra e il 17,6% del M5s. In pratica, come nel 2018, una competizione impossibile fra i due poli tradizionali diveniva non solo probabile ma reale nelle grandi città, dove solo l'1,3% li separava (contro il 20,9% nazionale). Anche in questo caso, il rendimento delle liste nei comuni maggiori rispetto agli altri è stato differente da partito a partito: Forza Italia ha perso l'1,1% nelle "capitali regionali" dove Fratelli d'Italia ha invece ottenuto lo stesso risultato che altrove, mentre la Lega ha avuto il 24,9% contro il 34,3% nazionale (-9,4%); rilevante la differenza a favore del Pd (+7,7%) e da segnalare leggi tutto

I leader incredibili

Paolo Pombeni - 14.09.2022

In questa stramba campagna elettorale che non affascina se non quelli che la fanno e che vedono dovunque grandi riscontri, un fenomeno interessante è quello dei leader incredibili. Tali non nel senso di rivelare chissà quali inaspettate capacità politiche, ma nel senso banale del termine: non credibili per il ruolo che pretendono di rivestire.

Partiamo da Giuseppe Conte, capo politico dei Cinque Stelle. Se c’è un personaggio che viene dal mondo dell’establishment prevalentemente romano è proprio lui. Divenne presidente del Consiglio per una geniale trovata dei vertici pentastellati che si resero conto che il loro successo nelle elezioni del 2018 poteva essere consolidato solo dal classico “papa straniero”. La sua fortuna tanto nel suo primo quanto nel suo secondo governo si consolidò offrendosi come sponda ad una quota di alta burocrazia desiderosa di affermarsi: lo si vide con una certa evidenza soprattutto nella gestione della pandemia e nell’avvio del programma che sarebbe poi sfociato nel PNRR (qualcuno si ricorderà di quelle fantasiose proposte e iniziative).

Come non stupirsi di trovare oggi Conte nei panni del “descamisado” che infiamma il Sud proponendosi come il gran difensore dell’assistenzialismo, tanto quello che distribuisce un equivoco reddito di cittadinanza che non incrementa l’inserimento nel mondo del lavoro, leggi tutto

Il voto del 2018 nelle "capitali regionali"

Luca Tentoni - 10.09.2022

I capoluoghi di regione sono i luoghi nei quali si svolgeranno le battaglie più aperte e aspre fra centrosinistra e destra. Per questa ragione, abbiamo deciso di analizzare i tre più recenti appuntamenti elettorali: le politiche del 2018, le europee del 2019 e le regionali (a statuto ordinario) del periodo 2018-'20. Queste consultazioni hanno un punto in comune: come nel resto della Seconda Repubblica, nelle metropoli il centrosinistra è costantemente sopra le medie nazionali, mentre la destra è, specularmente, sotto media. Succedeva un po' anche nella Prima Repubblica, con la Dc debole nelle grandi città e i laici (in parte anche il Pci) su percentuali migliori di quelle nazionali. Che le sfide nei collegi uninominali dei "capoluoghi regionali" (per riprendere il titolo del mio volume del 2018, pubblicato dal Mulino, dal quale attingeremo i dati) si vede anche esaminando il rendimento dei poli nelle metropoli e nel resto d'Italia. Alle scorse politiche, nei collegi inerenti ai venti capoluoghi di regione, il centrosinistra si è aggiudicato il 28,6% degli "uninominali", contro il 24,5% del centrodestra e il 46,9% del M5s. Altrove, invece, il centrosinistra ha avuto appena il 7,7% dei collegi in palio, contro il 54,1% del centrodestra e il 38,3% del M5s. In sintesi, la probabilità che nei collegi uninominali delle grandi città, nel leggi tutto

Le ragioni di fondo delle elezioni anticipate

Maurizio Griffo * - 10.09.2022

Forse non è inopportuno e può anzi risultare utile, proprio perché siamo in piena campagna elettorale, cercare di capire le motivazioni politiche che ci hanno portato a queste, poco opportune, elezioni anticipate. In premessa possiamo dire che sono motivazioni che vanno ricondotte da un lato alla ragione di partito, modernamente intesa, e dall’altro a più profonde, anche se non sempre percepite, affinità ideologiche.

Le cause immediate della crisi di governo sono abbastanza evidenti, si riportano, infatti, ad un calcolo di bottega: la volontà di alcuni degli attori politici di arginare la perdita di consensi che si sarebbe registrata se la legislatura fosse arrivata al suo termine naturale.

Questo riguarda in primo luogo il Movimento 5Stelle che da tempo registrava un calo costante nei consensi. Una situazione che Giuseppe Conte sperava di fronteggiare portando il partito all’opposizione, o comunque in una posizione critica rispetto alla maggioranza, per i prossimi mesi. Un discorso del tutto analogo vale per la Lega. Anche il partito di Salvini è dato da tempo in calo costante nei sondaggi, perciò il leader leghista ha colto la palla al balzo dell’iniziativa grillina per sfilarsi dalla maggioranza, far cadere il governo e andare ad elezioni anticipate. A suo avviso, restare nella leggi tutto

Le contraddizioni del cosiddetto voto utile

Paolo Pombeni - 07.09.2022

La scelta di Enrico Letta di trasformare il confronto elettorale in una lotta epica fra la destra e la sinistra, poi magari, trascinato dalla mania delle personalizzazioni, fra lui e Giorgia Meloni, non è una decisione opportuna per il futuro della democrazia italiana. Non solo perché probabilmente ci getterà nell’ennesima riedizione di una legislatura avviluppata nella eterna rappresentazione della politica come lotta fra gli angeli e i demoni, cosa che favorisce in entrambi i campi l’affermarsi dei pasdaran e dei demagoghi. Molto di più perché apre il varco proprio a quella tentazione cosiddetta “presidenzialista” che invece il PD e altri non vorrebbero vedere instaurata.

La polarizzazione del confronto fra due sole aree veramente legittimate ad interpretare le variabili della vita politica porta ad affidare poi la scelta del “vincitore” al risultato delle urne, negando però qualsiasi spazio dialettico e qualsiasi vero ruolo per l’opposizione di chi perde, ridotta solo a recitare la litania della demonizzazione del vincitore nella speranza di cacciarlo alla prossima scadenza elettorale. È uno spettacolo poco esaltante che abbiamo già visto lungo l’arco della cosiddetta seconda repubblica.

La plastica rappresentazione di cosa significhi un andazzo del genere è nell’occupazione dell’ampio sistema di sottogoverno che è stato costruito. La RAI è emblematica perché è, leggi tutto

La politica italiana dell’era Covid 19: misteri e irresponsabilità di troppo

Raffaella Gherardi * - 07.09.2022

Gli storici del futuro si troveranno di fronte a un vero e proprio rompicapo per quanto riguarda la politica dell’era Covid 19 nel nostro Paese, se vorranno tentare di ritrovarvi qualche elemento di razionalità o perlomeno di ragionevolezza. Basti pensare, restringendo lo spettro di osservazione al 2022, ai “balletti” insensati di molti leader di partito in occasione della elezione del Presidente della Repubblica, poi per fortuna risoltisi, per qualche miracolosa congiuntura di cui gli storici stessi cercheranno di tracciare le coordinate, nella rielezione di Sergio Mattarella. Che dire poi di una classe politica che da ultimo, (quando la pandemia non è ancora debellata così come i suoi pesanti contraccolpi economico-sociali e in più la guerra di aggressione di Putin all’Ucraina ha innescato devastanti conseguenze sul piano globale), ha mandato a casa un Presidente del Consiglio che, alla testa di una larga coalizione di Governo, aveva saputo dare nuova credibilità all’Italia sia sul piano interno che sul piano internazionale? Quanto alle modalità con cui il Draghicidio è avvenuto, gli storici di cui sopra avranno molto da pensare e arrabattarsi se cercassero mai di andare alla ricerca di qualche canone di ragionevolezza, non solo nei termini dell’interesse dell’Italia ma anche per le modalità attraverso le quali 5 Stelle, leggi tutto

Guida alla lettura dei sondaggi pre-elettorali

Luca Tentoni - 03.09.2022

Fra pochi giorni non si potranno più diffondere sondaggi d'opinione. In questo modo, le posizioni dei partiti verranno "cristallizzate" a quindici giorni prima del voto; il problema è che quei dati saranno confrontati con i risultati elettorali, dando verosimilmente adito all'ennesima polemica sui sondaggisti che sbagliano. Da quando è nata la cosiddetta Seconda Repubblica, i sondaggi sono diventati un elemento importante della campagna elettorale (Berlusconi, per esempio, ha usato i più vantaggiosi già nel 1994 per far propaganda al suo partito), però ancora non si è capito che questo strumento ha un limite. Così, soprattutto sui social (dove l'ignoranza e la malafede trovano un certo brodo di coltura) ci si scaglia contro i "sondaggi taroccati dal potere" (ogni tanto un bel complottone ci vuole, altrimenti alcuni internauti si sentono inappagati). Le rilevazioni delle società che operano seriamente e da molto tempo sul mercato sono degne di attenzione, anche se non si sottolineano quasi mai le istruzioni per l'uso: 1) il sondaggio fotografa l'esistente (neanche quello di oggi, ma di uno o due giorni fa quando sono state fatte le interviste); 2) a seconda del campione, il margine d'errore può essere più o meno alto (di solito è il 3%: ciò vuol dire che un partito del 12,5% vale in leggi tutto