Ultimo Aggiornamento:
15 giugno 2019
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Argomenti

Se il principio di sovranità popolare diventa un mito (pericoloso)

Carlo Marsonet * - 03.04.2019

Non c’è giorno in cui nelle dichiarazioni di politici siano contenute apologie sperticate della sovranità popolare. D’altronde, si potrà pensare, la parola democrazia esprime proprio questo principio, ovvero che la sovranità appartiene al popolo, che è di pertinenza del soggetto politico che viene etichettato come popolo. Tralasciando quest’ultima parola, il cui concetto è di ben ardua e complessa decodificazione, giacché può essere inteso in molteplici sensi – dal popolo inteso come comunità politica a quello considerato in senso etnico oppure in chiave socioeconomica: come si vede, comunque, i confini di ogni definizione sono ben malleabili e si prestano agli utilizzi più plastici –, la questione che si vuol brevemente toccare risiede in quello che è ormai a tutti gli effetti lo zeitgeist della politica, lo spirito dei tempi che pervade il panorama politico più o meno ovunque: il mito della sovranità popolare.

Il nodo centrale è come si interpreta questa sovranità del popolo. Infatti, essa può essere declinata in diversi modi, ma non tutti sono compatibili con i nostri sistemi politici che sono – o si avvicinano ad essere? – liberaldemocrazie. Si tratta di capire, allora, quali siano i “beni” che una democrazia liberale deve tutelare e promuovere, nonché di stabilire se è più saliente la fonte di legittimazione leggi tutto

Tanto rumore, non proprio per nulla

Paolo Pombeni - 27.03.2019

Il presidente cinese ha lasciato l’Italia e l’attenzione dei media è ora assorbita dai risultati delle elezioni regionali in Basilicata. Da un certo punto di vista non c’è connessione fra i due eventi, da un altro la si può trovare e neppure troppo forzatamente.

Si è discusso se non si sia fatto molto rumore per nulla sulla firma del memorandum quadro di intesa fra Cina ed Italia. Non si trattava in fondo della ricerca di un reciproco vantaggio commerciale, visto che sfondamenti in direzione di materie sensibili (a partire dalla rete 5G) sono stati opportunamente evitati grazie anche al Quirinale? Come si poteva condannare una politica di scambi economici che non venivano affatto disprezzati tanto dai partner europei quanto dall’alleato americano che in quel campo si sono spinti ben più avanti di noi?

Sono osservazioni di buon senso che confermerebbero la tesi del molto rumore per nulla. In realtà esse sorvolano su un aspetto che invece è ben presente ai nostri censori stranieri: l’accordo è siglato tra una grande potenza in decisa espansione, con una solidità di strutturazione del potere, ed un paese che al più può essere considerato di media grandezza, ma che è in crisi profonda sia sul piano economico che su quello leggi tutto

Buccia di banana

Stefano Zan * - 27.03.2019

Devo confessare che non riesco a capire il pesante sostegno che Salvini e la Lega stanno dando al Congresso Mondiale della Famiglia che si terrà a Verona a fine mese. In quell’occasione, provenendo da tutto il mondo, si incontreranno i sostenitori della famiglia naturale cioè coloro che ritengono che l’unica vera famiglia sia quella composta da marito e moglie innamorati, che si sono sposati in una qualche chiesa, hanno avuto due o più figli e dove il marito lavora e la moglie fa crescere i figli e supporta in tutti i modi il marito. Ovviamente i sostenitori della famiglia naturale sono anche contro l’aborto, il divorzio e l’omosessualità. Senza entrare nel merito delle convinzioni personali di ciascuno di noi mi pare si possano condividere alcune considerazioni di massima.

La famiglia naturale non esiste in natura perché in natura sono esistiti e tutt’ora esistono molti tipi diversi di famiglia. La famiglia è un’istituzione sociale che cambia col tempo, coi costumi, con le credenze, con gli andamenti economici e quindi è tutto fuorché naturale: è il portato della storia e dei cambiamenti sociali che la storia appunto porta con sé.

Il modello di famiglia così detto naturale rappresenta ormai una minoranza statistica perché la più leggi tutto

Il futuro del governo gialloverde

Roberto D’Alimonte * e Pasquale Pasquino** - 27.03.2019

La questione che domina la politica italiana oggi è la sopravvivenza del governo della stana coppia dopo le prossime elezioni europee. L’impressione diffusa è che questo sia un governo precario pronto a cedere sulla TAV o sulla autonomia regionale o su qualunque altro tema che divide i due partiti della coalizione. Molti pensano che la questione della durata del governo sarà decisa dal voto europeo. I sondaggi parlano di una crescita significativa della Lega e di un altrettanto declino dei 5 Stelle rispetto alle elezioni politiche di un anno fa. A dare credito ai sondaggi ci sono anche i risultati delle recenti elezioni regionali in Abruzzo e in Sardegna che hanno visto per l’appunto questo trend all’opera.  Le intenzioni di voto alla Lega a livello nazionale sono in media al 32 % contro il 17 % dei voti delle politiche. Per il 5 Stelle la stima è di 22 % rispetto al 33 %. Non c’è dubbio che si tratti di un mutamento rilevante e destabilizzante sulla carta.

Prima di discutere delle convenienze delle due parti rispetto all’ipotesi della continuazione della loro partnership, la domanda da farsi è se esiste una alternativa di maggioranza a questo governo. In altre parole, ipotizzando che dopo le europee ci siano elezioni politiche anticipate quanto è probabile che una

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Un voto "di secondo ordine"?

Luca Tentoni - 23.03.2019

Il tema della natura politica delle elezioni europee è da sempre oggetto di studi e riflessioni. Ce ne siamo già occupati in vario modo in precedenti articoli, ma stavolta sembra opportuno rifarsi ad una classificazione risalente al 1980, cioè relativa alle prime elezioni europee a suffragio universale (quelle del giugno 1979). Reif e Schmitt indagarono sul rapporto fra consultazioni nazionali ed europee. In particolare, operarono una distinzione fra Hauptwahlen (elezioni principali, di primo ordine) e Nebenwahlen (di secondo ordine e minore importanza per elettori e partiti). Se è acclarato che nella prima categoria rientrano le consultazioni politiche (e le presidenziali, laddove si svolgono), nella seconda abbiamo le regionali e le amministrative. Per comprendere se le "europee" siano o meno da considerarsi di secondo ordine, Reif e Schmitt hanno individuato cinque caratteristiche, che ci aiuteranno, una volta resi noti i risultati del voto del 26 maggio prossimo, a classificare questa elezione e ad interpretarla meglio. Un voto è di "secondo ordine" se: 1) l'affluenza alle urne è più bassa che alle politiche; 2) l'attenzione si sposta sui temi nazionali più che su quelli europei; 3) i partiti di governo sono sconfitti; 4) i grandi partiti fanno registrare una flessione; 5) il voto ha conseguenze nazionali (a seconda del tempo in cui si svolge: leggi tutto

Servono navigator alla politica?

Francesco Provinciali * - 23.03.2019

Quando si accendono i motori di una campagna elettorale il primo “start” non sono i programmi ma i nomi dei candidati.

Se il potere logora chi non ce l’ha è meglio mettersi al riparo e trovare rifugio in una lista, possibilmente in una collocazione sicura.

Specularmente per i vertici dei partiti è fondamentale piazzare pedine vincenti, uomini di fiducia che attirino consensi e soprattutto voti: la politica però non cerca mai i migliori ma i più fedeli, perché la struttura del potere in Italia si basa sul principio di appartenenza e sulla cortigianeria degli “yes man”.

Così è anche per le imminenti elezioni europee: ogni partito mette in moto la sua “gioiosa macchina da guerra” per individuare, reclutare e posizionare nomi di fedelissimi nei posti chiave.

Si comincia dai capilista e poi giù giù a cascata fino alle vittime sacrificali, coloro che si accontentano di una nomination pur sapendo di essere irrilevanti, di fare i tappabuchi che non compromettano la sicura elezione dei vincitori designati, che si accontentano di vedere il proprio nome in lista, una cosa da raccontare ai nipoti l’essere arrivati ad ottenere tanta fiducia.

C’è un re e un principe, poi i vassalli, i valvassori e i valvassini: ma non accadeva nel Medioevo? leggi tutto

Una politica con pochi passi avanti

Paolo Pombeni - 20.03.2019

Si dice che tutto si sbloccherà dopo il 26 maggio, ma chissà se sarà vero. Il dubbio viene perché non si riesce a capire come potrebbe chiarirsi una situazione che rimane sospesa ad attendere fatti sulla cui realizzabilità ci sono perplessità più che legittime.

La questione che al momento rimane incomprensibile, è come si potrà uscire dalla dipendenza dalla maggioranza giallo-verde. Si continua a sostenere che quando le urne delle europee avranno certificato una Lega in netta ascesa, un M5S in altrettanto netto calo e un PD in discreto recupero avremo un panorama politico profondamente mutato rispetto a quello che ci ha consegnato il voto del 4 marzo 2018. Può essere, anzi è molto probabile che sarà così a stare ai sondaggi, ma trasformare questo nuovo contesto in un nuovo equilibrio politico non sarà facile.

Il passaggio più naturale sarebbe lo scioglimento della legislatura e una nuova tornata elettorale. Sorvoliamo sul problema, niente affatto secondario, di come si potrebbe affrontare la prova in estate o nel primo autunno, con l’incombere di una nuova legge finanziaria da approntare. Ci pare che il nodo fondamentale sia però un altro: al momento non si vede come dalle urne possa, con la legge elettorale vigente, uscire la possibilità di leggi tutto

Il “lodo” Conte

Stefano Zan * - 20.03.2019

Il lodo Conte ha trasformato la Tav in una spada di Damocle che per alcuni mesi non si abbatterà sulla testa del governo. Di questo sembrano tutti contenti perché sia gli uni che gli altri possono gridar vittoria senza alcuna prova reale di quanto vanno affermando. Ma il rinvio della decisione per il momento salva il governo e consente ai partiti che lo sostengono di dedicarsi alle prossime scadenze elettorali. È probabile che di qui al 26 maggio nella politica italiana non succederà niente di particolarmente dirompente almeno per quanto riguarda le dinamiche del governo. Cogliamo allora l’occasione per una riflessione sulle strategie dei principali partiti che compongono il nostro sistema politico: Lega, 5Stelle, PD, Forza Italia.

La strategia di Salvini può ben essere sintetizzata dal titolo di una vecchia canzone di Orietta Berti:” Finché la barca va lasciala andare.” In un anno si è portato a casa sei regioni, il 50% dei voti di Forza Italia, il 30% dei voti dei 5Stelle, la leadership di fatto del governo e si appresta ad ottenere un ottimo risultato alle elezioni europee. Il tutto senza infierire sui suoi alleati ma limitandosi a sostenere con forza le sue posizioni ormai classiche. Perché cambiare quando potrebbe sottrarre ancora voti leggi tutto

L'ennesimo voto "italiano" per l'Europa

Luca Tentoni - 16.03.2019

A settanta giorni dalle elezioni europee la dialettica fra le forze di governo (in particolare) e fra maggioranza e opposizione sembrano del tutto conformi al clima usuale delle battaglie per gli appuntamenti politici nazionali. In realtà, l'idea di una "campagna elettorale permanente" non è nuova, perché siamo "mobilitati" da almeno otto anni: dalle amministrative (con referendum) del 2011-'12 alle primarie 2012 del centrosinistra, dalle politiche 2013 alle nuove primarie Pd fino alle europee 2014, per proseguire con le regionali del 2015, le amministrative e il referendum costituzionale del 2016, per giungere agli appuntamenti elettorali locali del 2017 e alle politiche del 2018 (seguite da numerose elezioni regionali a cadenza quasi bimestrale: la prossima è fissata per il 24 marzo in Basilicata) si arriva al voto del 26 maggio 2019 per il rinnovo degli europarlamentari europei e per le regionali piemontesi (senza contare che subito dopo avremo anche le amministrative nei comuni). Votazioni spesso parziali, relative a parti del territorio nazionale o consultazioni "di secondo ordine" (cioè, per semplificare molto, non considerate dagli elettori e dai partiti decisive e mobilitanti come le politiche) sembrano susseguirsi in un calendario che conosce poche soste; frattanto, ogni settimana più istituti demoscopici rilevano le intenzioni di voto degli italiani. In pratica, i voti virtuali (i sondaggi) fotografano situazioni leggi tutto

La formazione tra crescita personale e spendibilità sociale

Francesco Provinciali * - 16.03.2019

Al banchetto della legge di bilancio, definita “manovra per il popolo”, il grande convitato di pietra è un piano di investimenti mirato sulla cultura, la formazione, l’innovazione del sistema scolastico.

L’assenza si fa notare non solo dal punto di vista del budget finanziario stanziato per l’istruzione ma anche per qualsivoglia propedeutica analisi comparativa con i sistemi formativi dei Paesi della Comunità Europea.

Se da più parti si chiede un’Europa dei popoli, interconnessa sul piano istituzionale e con riferimenti etici e culturali condivisi e non solo un’Europa delle banche, dei mercati e della finanza, l’occasione del confronto su questi aspetti è andata perduta. Evidentemente questo tema non è stato messo nell’agenda dei negoziati bilaterali tra Governo italiano e Commissione europea, si è preferito elemosinare il condono delle procedure d’infrazione per imporre il reddito di cittadinanza (con tutti gli impliciti interrogativi tuttora irrisolti) piuttosto che portare al tavolo delle trattative, per nostra iniziativa, un piano europeo di sviluppo su scuola e istruzione. Infatti l’Italia resta agli ultimi posti sia rispetto agli investimenti in ricerca pura e applicata, sia miratamente in ordine all’innovazione dei suoi programmi di alfabetizzazione culturale e digitale, sia per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che per le dotazioni di risorse umane leggi tutto