Ultimo Aggiornamento:
20 ottobre 2021
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Argomenti

Esiste ancora un centro-sinistra?

Paolo Pombeni - 21.04.2021

Il centro-sinistra è stato la croce e delizia (si fa per dire) della politica italiana dal 1953 in avanti. Fu col fallimento della cosiddetta “legge truffa” che la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa, ma non in condizione di governare da sola, si pose il problema di allargare la coalizione di governo che promuoveva “aprendosi a sinistra”, cioè coinvolgendo nel quadro che puntava a reggere il sistema repubblicano il partito socialista. La questione fu affrontata direttamente da De Gasperi nel congresso dc a Napoli nel 1954 ponendo il tema della necessaria premessa di una rottura del PSI col PCI, che allora, per le note ragioni di politica internazionale, era considerato non includibile in una coalizione di governo nell’area “occidentale”.

Non abbiamo ovviamente intenzione di fare qui una storia del problema della “apertura a sinistra”: richiederebbe uno spazio ben più ampio di un articolo. Vogliamo semplicemente richiamare la stranezza di una evoluzione del nostro quadro politico in cui si sono ormai perse alcune coordinate originarie, mentre si continuano ad usare definizioni “di campo” che non si capisce più bene a cosa si riferiscano. Infatti il quadro da cui ci era mossi era, semplificando un poco, questo: esisteva un centro massiccio (la DC), che non leggi tutto

L'ora della complessità

Paolo Pombeni - 14.04.2021

Il crescere delle inquietudini sociali con l’aperta sfida alla legge di membri di alcune categorie (il movimento “Io apro” di ristoratori e baristi), episodi di rottura da parte di qualche presidente di regione (emblematico De Luca in Campania) e più in generale le notizie sugli umori sempre più esasperati presenti in quote dell’opinione pubblica preoccupano, come è ovvio, il governo. Ci si aggiunga il morso di una situazione economica che fa crescere le disuguaglianze in un paese che ha puntato molto sul settore dei consumi, situazione a cui si può ormai rispondere solo in maniera molto limitata con il ricorso ai “ristori” (che fra l’altro sono pur sempre un ricorso al deficit di bilancio, qualcosa che prima o poi si dovrà pagare).

Sembra adesso che il governo si stia smarcando da una linea aprioristicamente rigorista per provare ad immaginare una politica che consenta di andare incontro al bisogno di un qualche ritorno alla normalità. La scelta è molto onerosa e altrettanto rischiosa perché c’è il timore che si ripeta quel che successe la scorsa estate: le riaperture furono vissute come il classico “liberi tutti” e il virus trovò ottime condizioni per riprendere il suo lavoro contagiando in maniera peggiore di prima. leggi tutto

L'Italia dell'antipolitica

Luca Tentoni - 14.04.2021

L'antipolitica è ormai la cifra distintiva della nostra epoca. Dalla fine della Prima Repubblica si sono affermate forze che - usando l'antipolitica e aggiungendovi una buona dose di populismo - hanno conquistato consensi: da Forza Italia al M5s, passando per la Lega. Il tutto, oscillando fra il disprezzo della “Casta” (che è sempre riferita agli avversari politici, ovviamente, e rispetto alla quale i nuovi soggetti si proclamano estranei) e la messa in discussione della democrazia parlamentare, giudicata inefficiente, corrotta e - talvolta - persino inadeguata a rappresentare il popolo (la lotta dei primi Cinquestelle al divieto di vincolo di mandato è solo una delle tappe di una lunga storia, che ogni tanto contempla anche la favola bella dei “governi non eletti”, quando - come si sa bene - nessun governo è eletto direttamente, come spiega bene la Costituzione a chiunque abbia un minimo di alfabetizzazione). C'è chi, come Roberto Chiarini (nel suo “Storia dell'antipolitica dall'Unità ad oggi”; Rubbettino, 2021) superando il “disinvolto ricorso che si usa fare del vocabolo antipolitica con il facile impiego nella polemica spicciola dei partiti” cerca di individuare e analizzare i “troppi e diversi motivi e progetti che animano il rigetto della politica”, al di là del semplice “chiamarsi fuori”. Lo studioso individua due reazioni: una, leggi tutto

Un passaggio difficile: la nuova legge elettorale

Paolo Pombeni - 07.04.2021

Apertamente se ne parla poco, perché si stima che la gente non capirebbe un interesse in piena pandemia per una riforma della legge elettorale. Eppure è un passaggio fondamentale, non da ultimo perché potrebbe servire anche fra non troppo: se, come è possibile se non probabile, l’esperimento del governo di salute pubblica guidato da Draghi cesserà con l’elezione del successore di Mattarella, c’è a malapena un anno di tempo per arrivarci. Come tutti gli addetti ai lavori sanno, non è uno spazio temporale molto grande per un passaggio così impegnativo.

Data la situazione in cui ci troviamo sarebbe innanzitutto necessario arrivare ad una nuova legge con un ampio consenso, altrimenti poi si avranno risultati elettorali subito delegittimati dal sospetto che siano frutto di manipolazioni sfacciate anziché di un rilevamento credibile della volontà del paese. Un lusso che nelle condizioni della ricostruzione post-pandemia non possiamo permetterci. Peraltro andare al voto col sistema attuale dopo aver varato una disinvolta riduzione dei parlamentari sarebbe poco sensato: il mix di uninominale secco e di proporzionale a fronte di una geografia politica in ebollizione e di un numero ristretto di seggi da mettere in palio aprirebbe dovunque lotte intestine che non porterebbero bene.

Il dibattito che si era leggi tutto

La battaglia di primavera

Paolo Pombeni - 31.03.2021

Mario Draghi sa bene quanto sia delicato il passaggio che sta affrontando: vincere questa che si può definire la battaglia di primavera significa poter sperare di vincere la guerra contro il Covid in tempi non troppo remoti. Due sono i fronti su cui deve combattere. Il primo è sotto gli occhi di tutti ed è la campagna per le vaccinazioni di massa. Il secondo è quello che viene tenuto lontano dai riflettori ed è il completamento del Recovery Plan (più esattamente PNRR) nella speranza di avere da Bruxelles la sua approvazione prima dell’estate.

Sono due aspetti interconnessi perché col successo in entrambi il paese si compatta e, per ripetere una felice frase del premier, ritrova “il gusto del futuro”. È proprio la carenza di questo a tenere in questo momento congelato il paese, stretto fra le ossessive cronache (si fa per dire) dei talk show su quanto ci aspetta sul fronte Covid e le pressioni divergenti delle forze politiche che formano l’attuale coalizione.

Il successo nella campagna vaccinale dipende certo dall’arrivo di un numero sufficiente di dosi, e su questo il governo ci mette la faccia, ma anche dalla capacità di inocularli secondo un piano razionale ed efficace: e qui cominciano i problemi. Non tutte leggi tutto

Letta non fare l’Enrico

Paolo Pombeni - 24.03.2021

Qualcuno all’interno del PD si è compiaciuto perché Letta si chiama Enrico e questo potrebbe rimandare ad Enrico Berlinguer e far risorgere la sua proposta politica. Francamente speriamo che il nuovo segretario non cada in questa trappola, perché non è proprio il caso. Non tanto perché la situazione attuale è ben diversa da quella degli anni Ottanta del secolo scorso, ma perché il modello Berlinguer è purtroppo quello in cui vorrebbero incappucciarlo persone che non crediamo siano suoi amici. Eppure qualche mossa iniziale dell’Enrico Elle un po’ scivola sulla china che non portò bene all’Enrico Bi.

Il segretario del PCI, sull’onda di quel che sosteneva all’epoca la stampa “amica”, si fece intrappolare ad avviare il suo partito verso quella trasmissione che alcuni, Ermanno Gorrieri fra questi, definirono un “partito radicale di massa” (alla Pannella). Era la resa ai miti del momento, a quegli idola tribus che sembravano portare il PCI alla futura guida dell’alternanza: l’austerità, la diversità, la presunzione di essere fuori dai “vizi” del sistema politico italiano. In realtà portò i suoi successori (perché non sappiamo ovviamente cosa sarebbe accaduto se Berlinguer non fosse morto prematuramente nel 1984) all’affermazione sulla scena di Berlusconi.

Oggi Letta sembra cedere ai nuovi idola tribus attuali per conquistare leggi tutto

Il paese dello zero virgola

Francesco Provinciali * - 20.03.2021

Valutando la gestione politica della pandemia, ad oltre un anno dalla sua genesi, il Presidente del CENSIS Giuseppe De Rita si è soffermato – in una recentissima intervista - su due elementi di criticità: la scelta di andare a rimorchio degli eventi, rincorrendoli e la carenza di un’ informazione adeguata, sostituita da una comunicazione dai toni emotivi e dalle ripercussioni ansiogene, sincopata, rapsodica, sistematicamente caduta dall’alto e all’ultimo minuto. Se la classe dirigente del Paese imbocca queste due strade dimostra di non possedere capacità di visione d’insieme, lungimiranza e coordinamento, creando le premesse per una sorta di psicosi collettiva da “sospensione”: di scelte, indirizzi, decisioni che sono elementi costitutivi del binomio competenza- responsabilità e che si riverberano sul piano sociale con comportamenti assoggettati a sentimenti di incertezza e insicurezza, vissuti emotivi di sconcerto. Quanto dura la chiusura delle scuole? Chi procura i tablet per la DAD? Quando arriva il mio turno per vaccinarmi? Aver imboccato la via dei DPCM a spron battuto ha generato la sensazione di vivere un lungo periodo di sbandamento generalizzato, con atteggiamenti collettivi condizionati dall’inevitabile sensazione di subire gli eventi, anche nelle polarizzazioni opposte delle chiusure e del liberi-tutti- la società ha metabolizzato un vuoto di gestione, foriero di contraddizioni e suggestioni tutt’affatto rassicuranti. leggi tutto

Giovani vs vecchi: pericolose contrapposizioni della politica attuale

Raffaella Gherardi * - 20.03.2021

Che la difficile situazione pandemica che stiamo attraversando  abbia significato e significhi tuttora l’emergere sotto svariate spoglie di una gerontofobia, dispensatrice di ricette politico-strategiche a vari livelli, è cosa ormai da più parti denunciata in casa nostra e altrove. È passato parecchio tempo ormai da quando, lo scorso anno in Olanda è stato fatto recapitare a tutti gli ultra settantenni un modulo in cui si chiedeva loro di firmare che qualora essi fossero stati colpiti da Covid avrebbero rinunciato al ricovero ospedaliero per non sottrarre posti a persone più giovani che avrebbero avuto maggior probabilità di guarire. E la “ragionevolezza” di questa ingiunzione venne persino fatta propria dalla stragrande maggioranza dei vecchi in questione che sottoscrisse senza batter colpo (cfr. S.Zamagni, Pandemia da Covid-19 e gerontofobia,  7 settembre 2020). Dal canto suo il Presidente della Liguria, a inizio dello scorso novembre, in un suo celeberrimo tweet, aveva indicato gli anziani quali soggetti da proteggersi con strette misure di quasi-clausura in quanto “più fragili” e “non indispensabili allo sforzo produttivo del paese”. Al di là della indignazione di quanti insorsero in quel momento per criticare il fatto che la dignità umana possa essere misurata sulla base della sua produttività economica, altri, anche esponenti del mondo della cultura, leggi tutto

Il PD e la legge elettorale

Luca Tentoni - 17.03.2021

Nel suo discorso di investitura alla segreteria del Pd, Enrico Letta ha archiviato la stagione della "vocazione maggioritaria" per tornare ai tempi delle coalizioni prodiane, quelle che - come l'Unione - non puntavano ad escludere ma ad includere, stante anche la presenza (nel 1996 e nel 2001) di un sistema misto a prevalenza maggioritaria uninominale ad un turno come il "Mattarellum" (nel 2006 c'era il "Porcellum", che se dava un premio certo alla Camera, era una lotteria per i premi regionali del Senato, come Prodi purtroppo constatò a sue spese). Se Letta intende ripartire dal Mattarellum (che, come spiegava Sartori, non era certo il sistema migliore possibile) per andare oltre, guardando per esempio al doppio turno uninominale "alla francese" (in uso anche in gran parte del periodo dell'Italia liberale) la proposta è senza dubbio incoraggiante, perché costringe le forze politiche - soprattutto quelle pulviscolari del centro e della sinistra, cioè tutte tranne Pd e M5s - a compiere delle scelte precise: aderire ad una coalizione estesa, nella quale ognuno ha il suo spazio e la sua voce ma non il potere di ricatto, oppure restare fuori e scomparire. Il problema è che, col Mattarellum, chi resta fuori può sopravvivere, anzi può persino diventare determinante, perché la parte proporzionale e leggi tutto

Un nuovo PD?

Paolo Pombeni - 17.03.2021

Enrico Letta nel suo discorso di investitura ha esplicitamente affermato che serve un nuovo PD ed ha ragione. Si può ammorbidire l’affermazione parlando di una nuova fase di questo PD, ma cambia poco. Il problema centrale è che bisogna arrivare a decidere davvero cosa quel partito vuole fare da grande, perché ormai ha esaurito la sua fase adolescenziale. Generato dall’insostenibilità del progetto del PDS – DS che era incentrato su una trasformazione del PCI post-Berlinguer, una volta venuta meno la palla al piede del riferimento al “comunismo”, e dalla mancanza di una “casa” per la tradizione del progressismo cattolico, il PD di Veltroni ha provato ad essere un partito “di visione” affidandosi per lo più al professionismo politico espresso dalle due filiere di provenienza.

Non poteva funzionare, perché è subito venuta meno la “vocazione maggioritaria”, che non era il puntare ad ottenere l’investitura elettorale sufficiente per governare da solo (tanto è vero che cadde subito nella trappola sciagurata di fare una alleanza senza senso né nerbo col partitastro di Di Pietro), quanto piuttosto il provare ad esercitare l’egemonia sulle forze che puntavano al famoso “cambiamento” nel sistema politico italiano. Non c’erano abbastanza idee per quello, né erano maturi i tempi. C’era ancora in giro leggi tutto