Ultimo Aggiornamento:
28 gennaio 2023
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Argomenti

La politica ha bisogno di una prospettiva

Paolo Pombeni - 19.10.2022

C’è la politica politicante e poi c’è la politica seria, quella che costruisce o almeno prova a costruire una qualche prospettiva. Il confine fra le due componenti è incerto e molto mobile, ma esiste, sebbene la prima provi costantemente a ricattare la seconda.

Appartiene alla politica politicante il confronto fra i partiti della coalizione di destra-centro che ha vinto le elezioni: spartirsi i ministeri (e vedremo poi cosa succederà con i sottosegretari), le presidenze di Camera e Senato, mostrare i muscoli per sottolineare i pesi reciproci. Questa è una dimensione che non si esaurirà certo negli esordi della legislatura. Abbiamo sentito anche questa volta ripetere da Salvini il famoso “dureremo cinque anni”, frase che non porta fortuna: ricordarsi che lo diceva anche il presidente Prodi e non gli andò benissimo.

Il primo round l’ha vinto Giorgia Meloni, ma al prezzo di concedere molto a Salvini, anche se non proprio tutto quello che voleva. La posizione di vicepremier non sarà paragonabile a quella che condivise con Di Maio nel Conte 1, ma gli consentirà di fare show, una pulsione a cui non sa sottrarsi. Berlusconi esce fortemente ridimensionato nella sua ambizione di mettere in scena la sua seconda “discesa in campo”, ma riuscendo a leggi tutto

Politica e democrazia della sfiducia

Raffaella Gherardi * - 19.10.2022

Che il maggior partito italiano sia quello dell’astensione e che questo dato cresca costantemente, come ampiamente confermato dalle ultime elezioni, è già di per sé indicativo della disaffezione crescente e sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e dell’intero sistema rappresentativo democratico. Su questo problema tutti i partiti di casa nostra, i loro leader e leaderini sono pronti a stracciarsi le vesti dopo ogni tornata elettorale e a promettere che, senza dubbio alcuno, essi sono pronti a pensare misure idonee a colmare lo iato fra governanti e governati. Naturalmente tale “spettacolo” è stato messo in atto anche a seguito delle elezioni del 25 settembre, fino poi a dar rapidamente corso a tutta una serie di comportamenti post-elettorali, da parte di vincitori e vinti, che non contribuiscono certo a imprimere nuova fiducia fra rappresentati e rappresentanti.  Si tratta comunque di un fenomeno che va ben oltre i nostri confini e che caratterizza a largo spettro la crisi delle democrazie contemporanee. Su questo tema la letteratura politologica in senso ampio ha da tempo puntato l’attenzione e particolarmente da quando è apparso evidente, (soprattutto a partire dall’inizio del nuovo millennio e progressivamente in misura geometrica fino al presente), che siamo lontani dal trionfo planetario della democrazia e leggi tutto

Attenti alle parole

Paolo Pombeni - 12.10.2022

Delle parole si fa un uso spregiudicato, tanto ormai è in crisi ogni linguaggio comune codificato. Ciascuno, come si dice volgarmente, un po’ se la fa, se la racconta e se la crede. Nelle more di una politica che, tanto per non smentirsi, si incaglia sui nomi (del futuro segretario del PD, dei futuri ministri), siamo colpiti da un ritorno di slogan che ci pare usino i termini con scarsa consapevolezza di cosa possano significare.

Ha stupito per esempio l’inno di Giorgia Meloni, parlando ad una convention dello spagnolo Vox, ad una “Europa dei patrioti”. In sé la definizione è ambigua, perché reggerebbe anche se volesse dire esattamente il contrario di quel che intende la leader di FdI. Infatti, è plausibile che esista chi considera l’Europa la sua “patria” e nel difenderla si senta pertanto patriota. Del resto, è quel che è successo, e che magari si cerca di far risuccedere nel nostro paese: la patria è il comune o la regione in cui siamo nati, o è l’Italia nel suo insieme? Naturalmente sappiamo bene che si tratta di un artificio retorico per sottolineare “il noi” di partito: nella sinistra ci si chiamava “compagni”, nella DC “amici”, anche la destra deve avere qualcosa di simile e siccome leggi tutto

Insensibili ai diritti?

Fulvio Cammarano * - 08.10.2022

Non era mai successo, nella storia elettorale italiana, che i diritti fossero al centro del dibattito pubblico come è avvenuto nel corso delle elezioni appena concluse. Ovviamente non si tratta di una combinazione. Il tema è, per diverse ragioni, molto attuale e non a caso, durante una campagna elettorale costantemente rivolta verso gli interlocutori europei per dimostrare la “fedeltà” dei contendenti ai valori dell’Unione, i leader politici si sono dovuti confrontare, volenti o nolenti, su questi problemi. Alla vigilia del voto, tutti i partiti avevano compattamente invitato gli elettori a recarsi alle urne. Il 25 settembre 2022 era stato equiparato per importanza al 18 aprile 1948 perché, come allora, si era di fronte ad una sorta di elezione del “dentro o fuori”, quella che avrebbe deciso le sorti del Paese aprendo la strada ad una nuova fase storica. Se lo consideriamo da questo punto di vista, allora si può dire, senza tema di smentita, che il grido di dolore non ha affatto impressionato gli italiani. L’appello di tutti i partiti a restituire lo scettro alla politica, dopo anni di governi tecnici o costruiti sull’ingegneria parlamentare, non ha lasciato il segno, se è vero che l’astensione ha raggiunto livelli record. Il 37% degli elettori (16,5 milioni di italiani) non si è leggi tutto

Partiti da ridefinire

Paolo Pombeni - 05.10.2022

Nell’attesa di vedere se e come la maggioranza di destra-centro che ha vinto le elezioni riuscirà a mettere in piedi un governo all’altezza delle sfide che ci troviamo davanti, a tenere banco è, o dovrebbe essere la necessità più o meno di tutti i partiti di ridefinirsi. Nessuno, infatti, è uscito dalla prova elettorale con un accreditamento della fisionomia con cui si era presentato ai votanti.

Persino il partito con il risultato più forte, cioè FdI, può dire di essere stato oggetto di una adesione del tutto convinta a quella che era la sua fisionomia, perché appare sempre più evidente che a vincere è stata Giorgia Meloni, cioè la leader che è riuscita ad accreditarsi come personalmente in grado di guidare il paese nelle difficili contingenze che abbiamo davanti. Effettivamente lei stessa ne è consapevole, tanto che ha impostato tutta la sua azione in questa fase di transizione obbligata come guidata da prudenza, da assenza di retoriche sopra le righe, da ricerca di trovare legittimazione presso il più ampio spettro possibile di opinione pubblica. Questo però pone in questione il suo partito, che non è affatto chiaro se sia disposto a mettersi sostanzialmente su questa nuova via e sia attrezzato per farlo. Non se ne parla leggi tutto

Illuminismo e antilluminismo in una politica magmatica

Tiziano Bonazzi * - 05.10.2022

Tutto si è dissolto e anche l'ultima speranza, il grande tecnocrate salvatore, ha fatto quel che poteva e lì si è arenato, senza colpa e con il grazie di tanti. Alla ricerca di una direzione si è tornati alla politica; ma la politica è ancora quel che era quando si chiamò il salvatore, un magma senza forma che una sinistra senza consistenza ideale o pratica ha messo in mano a una destra che a sua volta non si sa cosa sia, sconfitta per due terzi e tutta una giravolta nel suo partito leader. Un magma senza forma in cui l'unica speranza è che questo partito leader si comporti da partito conservatore tradizionale. Speriamo pure; ma come chiederglielo se anch'esso non sa cosa può essere?

          Eccomi qui a parlare perché sono un cittadino, ignorante come una capra, ma un cittadino ed è da questa possibilità data alle capre in una società aperta e costituzionale che si parte. La libertà di parola è il fondamento primo perché libertà di parola vuol dire libertà di pensare. Siamo d'accordo ritengo, però qui casca l'asino. Siamo in grado, tutti e ugualmente, di pensare e di pensare in modo autonomo e di pensare in modo consapevole? Ho sentito gente dire cose insulse, cose leggi tutto

Il voto del 2022 nelle "capitali regionali"

Luca Tentoni - 01.10.2022

Il voto del 25 settembre nelle "capitali regionali" (i capoluoghi di regione) ha rispettato la tradizione. Il centrosinistra è molto più forte che a livello nazionale, mentre la destra è più debole. La coalizione della Meloni è passata dal 31,2% al 33,9%, mentre quella di Letta è al 33,1% (32,9% nel 2018); seguono il M5s col 16,5% (31,1%) e Azione/Italia viva col 10,2% (non presente quattro anni fa). L'affluenza è passata dal 70,6% (72,9% nazionale) del 2018 al 64,1% (63,9% nazionale), scendendo meno che nel resto d'Italia e allineandosi quasi perfettamente al dato complessivo. Resta il fatto, però, che è stato un gioco "a perdere": la destra ha avuto 1,512 milioni di voti (74mila in meno che nel 2018), il centrosinistra 1,478 (198mila in meno), il M5s 0,737 (844mila in meno); ha guadagnato solo Calenda (455mila voti) solo perché nel 2018 alle politiche non c'era. La differenza fra risultati nelle capitali regionali e resto del Paese è notevole, come si diceva: la destra perde il 9,8%, il centrosinistra guadagna il 7%, il M5s ha un +1,1% e Azione/Italia viva è a +2,4%. A livello territoriale, nelle metropoli, i rapporti di forza fra i poli sono i seguenti: Nord-Ovest, destra 33,9%, centrosinistra 37,1%, M5s 10,5%, Az/Iv 12,5%; Nord-Est, destra 39%, centrosinistra 33,3%, M5s 8,3%, Az/Iv 8,6%; Centro "ex rosso", destra 29,5%, centrosinistra 41%, M5s 10,8%, Az/Iv 11,6%; Roma, destra 37,4%, centrosinistra 32,4%, M5s 14,1%, Az/Iv 10,8%; Sud, destra 29,8%, centrosinistra 25,1%, M5s 33,8%, Az/Iv 5,9%; Isole, destra 30%, centrosinistra 23,1%, M5s 32,1%, Az/Iv 5,9%. Fra i leggi tutto

Una svolta o un ciclo storico?

Paolo Pombeni - 28.09.2022

Lasciamo perdere le stucchevoli analisi sul ritorno al potere dell’estrema destra dopo il fallimento di Mussolini e settant’anni di antifascismo. È roba da storici improvvisati o da banali seguaci dei riflessi di Pavlov di una cultura politica di scarsissimo spessore. Quel che è accaduto con le elezioni di domenica 25 settembre 2022 è un fenomeno noto agli storici: la reazione ad una fase di esasperazione del cambiamento nei momenti di transizione storica.

Paradossalmente Enrico Letta è riuscito ad imporre la sua visione dello scontro elettorale come un confronto fra noi e loro, noi dei “diritti” e loro della “negazione dei diritti”. Solo che non ha capito che da un lato quella esasperazione dei cosiddetti diritti era respinta da una ampia quota della popolazione già incerta sul futuro che la attende, mentre dall’altra più che di negazione dei diritti si parlava di fermarsi nella corsa al sempre più innovativo, di riscoprire il valore connettivo delle impostazioni più o meno tradizionali lasciateci da una storia pregressa. Giorgia Meloni ha colto il punto e si è affermata come leader di una svolta, riducendo il peso delle esasperazioni che stavano nel suo campo, cioè le sparate di Salvini, che a sua volta propone un mondo che non esiste, e le utopie leggi tutto

Meloni è un fenomeno da valutare seriamente

Tiziano Bonazzi * - 28.09.2022

Non mi scaldano molto i dibattiti su quanti angeli possono stare sulla punta di un ago ovvero, in termini contemporanei, se Giorgia Meloni sia fascista o meno. Una frase polemica la prima, che pare sia stata ideata fra Cinque e Seicento nella letteratura anticattolica dei protestanti inglesi, e un quesito altrettanto polemico il secondo su cui si può dipingere con tutte le tavolozze del mondo e che dice soprattutto una cosa, che l'Italia non è ancora riuscita a superare il trauma del fascismo storico. Il fascismo fu la catastrofe di un sogno di grandezza basato sull'ignoranza italiana, sia popolare che colta, della storia occidentale e della geopolitica degli anni Venti e Trenta. Lo sfracellarsi dell'arretratezza italiana. E dal momento che il dopoguerra non ha potuto ovviare che in parte a quell'arretratezza, per ragioni legate innanzi tutto alla Guerra fredda e ai suoi “impedimenta”, eccoci ancora a dibattere sul fascismo come indicano, ad esempio, i tanti documentari su Mussolini, la Marcia su Roma, l'alleanza con Hitler ecc. che riciclano le stesse immagini e gli stessi concetti ormai più tralatizi che profondi. E tutti cambiano canale non per desiderio di una migliore conoscenza, ma perché si annoiano. Finita la Guerra fredda e sia leggi tutto

Il voto regionale nei capoluoghi: 2018-2020

Luca Tentoni - 24.09.2022

Le elezioni regionali del periodo 2018-2020 nelle quindici regioni a statuto ordinario hanno visto il destracentro e il centrosinistra divisi da circa dodici punti percentuali, un margine più ridotto rispetto ai ventuno delle europee e ai quattordici delle politiche. È stata, questa, l'occasione per Pd e alleati per riuscire a sorpassare il polo concorrente nei capoluoghi di regione: 40,2% contro 36,7% (tutti i dati sono ricavati dal mio volume "Le elezioni regionali in Italia", Il Mulino 2020). Come nelle precedenti tornate elettorali, il recupero del centrosinistra sul destracentro è stato rilevante: il 15,7%, contro il 19,6% delle europee 2019 e l'11,2% delle politiche 2018. Tutto è stato dovuto al consueto debole insediamento della Lega nei capoluoghi (-7,9%) e al buon risultato del Pd (+3,2%); Forza Italia (+0,5% nei capoluoghi) e Fratelli d'Italia (-0,2%) hanno sostanzialmente dimostrato una certa impermeabilità alla differenza centro-periferia; buono il risultato del M5s (+2,8%), a fronte però di un deludentissimo dato globale (12,2% nel complesso delle quindici regioni). Osservando le variazioni relative in percentuale fra questo ciclo di regionali e il precedente e confrontandole con quelle nei capoluoghi, vediamo che Forza Italia ha perso il 5,6% nel complesso, ma solo il 5% nelle città; la Lega ha guadagnato il 12,7%, ma "solo" il 9,4% nei capoluoghi. L'andamento nelle aree geografiche conferma il miglior rendimento "cittadino" del Pd leggi tutto