Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Argomenti

Il gran pasticcio

Paolo Pombeni - 30.05.2018

Che la crisi politica sia grave è sotto gli occhi di tutti coloro che li vogliono tenere aperti. Peraltro più la si analizza, più rivela la sua natura di gran pasticcio in cui si sono mescolate un gran numero di debolezze di sistema fino a portarci in un vicolo cieco che assomiglia tanto ad una trappola da cui sarà difficile uscire.

A dispetto di tutto il gran parlare che si fa di trasparenza si ha l’impressione che molto dipenda da elementi che non sono noti. Il punto di partenza è stato l’impegno del presidente della Repubblica di prendere sul serio lo sconquasso elettorale uscito dalle urne del 4 marzo cercando di pilotare l’inserimento delle pulsioni protestatarie che questo esprimeva nell’alveo di una loro normalizzazione istituzionale. L’obiettivo era consentire un ricambio di classe dirigente senza che questo significasse lo sconvolgimento del nostro sistema.

Era un disegno ambizioso ed audace al tempo stesso, meritevole di una valutazione positiva che non ha avuto. Si è scontrato ben presto con due condizioni invalidanti. La prima è stata la natura stessa del successo delle forze prevalenti, basata su una mobilitazione populistica che prometteva mari e monti ad un elettorato provato dalla paura di andare incontro a tempi cupi.

 

 

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Contratto di governo M5S-Lega

Leila El Houssi * - 26.05.2018

Il fantomatico contratto di governo tra Lega e movimento 5 stelle ha partorito nel suo insieme un compromesso alquanto pericoloso che spingerà il nostro paese a una pericolosa involuzione. Se sul fronte della politica interna molti commentatori e analisti hanno espresso la loro opinione sulle eventuali disposizioni che il contratto riporta, poco è stato detto su questioni che riguardano Ius Soli, politica estera e questione immigrazione.

Allo Ius Soli non viene dedicata neanche una riga probabilmente perché l’argomento per i nostri prossimi governanti non merita di essere contemplato.  E’ palese, ed è già emerso in campagna elettorale, che leghisti e pentastellati nutrano sentimenti che passano dal disprezzo all’indifferenza nei confronti di persone la cui origine non è italiana ma  che sono nate e/o cresciute nel nostro paese. Sono 800mila ragazze e ragazzi che ad oggi non sono tutelati dallo Stato italiano e sembra non esserci alcuna volontà per una soluzione L’unico riferimento che troviamo è al punto 18 quando si parla di 'politiche per le famiglie e la natalità''. In quest’articolo in cui si avvalora “il sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane” come ha recentemente sostenuto la ex ministra Livia Turco si “calpesta l'articolo 3 della Costituzione che vieta

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Questioni di forma?

Paolo Pombeni - 23.05.2018

Scrivendo della evidente irritazione del presidente Mattarella per come si sono svolte e ancora si stanno svolgendo le procedure per la formazione del governo molti commentatori hanno continuato a fare riferimento ai poteri di nomina del Presidente della Repubblica per quanto riguarda il presidente del Consiglio e poi i singoli ministri (art. 92 della costituzione). Questi poteri sarebbero stati bellamente ignorati dal duo Di Maio-Salvini incuranti del vulnus alla nostra Carta fondamentale.

Le traballanti conoscenze dei due quanto a grammatica e sintassi costituzionali sono note, ma dalla loro parte c’è la scusante che hanno alle spalle una lunga storia quantomeno di appannamento nell’esercizio dei poteri del Quirinale in materia di nomina del governo. Certo ci sono alcune eccezioni che Mattarella ha voluto richiamare, ma si contano sulla punta delle dita di una mano. Nella prima come nella seconda repubblica i presidenti del Consiglio sono stati quasi sempre indicati dalla coalizione di governo e i ministri dai partiti che la componevano. Quel che differiva da quanto si è fatto in questa circostanza era lo stile e la salvaguardia delle forme.

Ora si dice che le forme sono sostanza e naturalmente c’è del vero, ma lo è altrettanto il fatto che l’avere per decenni consentito leggi tutto

Ci vorrebbe un nemico …

Stefano Zan * - 23.05.2018

Prima di leggere questo articolo invito i lettori a fare un piccolo esercizio. Prendete carta e penna e tracciate due colonne: una per Lega-5Stelle l’altra per il PD. Su ognuna delle colonne elencate i nemici dichiarati dei primi e dei secondi così come emergono dai programmi e dalle dichiarazioni degli ultimi mesi. Segnatevi anche quanto tempo ci mettete per ciascuna colonna. Prendetevi il tempo che vi serve e poi tornate a leggermi.

 

Anch’io nei giorni scorsi ho fatto lo stesso esercizio che mi sono inventato per caso e ho ottenuto i seguenti risultati.

I nemici dichiarati di Lega e 5Stelle sono: Europa, euro, banche, burocrazie nazionali ed europee, la casta, i migranti, i delinquenti, i sindacati.

I nemici dichiarati del PD sono: la disoccupazione, le discriminazioni e non mi viene in mente altro.

Per comporre la prima lista ci ho messo 3 minuti. Per comporre la seconda alcune ore e comunque non ho trovato nessun nemico puntuale, con nome e cognome, ma solo generali e generiche situazioni di disagio.

Immaginando che anche a voi sia capitata la stessa cosa chiediamoci perché questo esercizio non è un semplice giochetto ma è invece un’importante spiegazione del perché gli uni vincono e gli altri perdono. leggi tutto

Passaggi difficili

Paolo Pombeni - 16.05.2018

Mattarella sta usando troppa pazienza? Chi si pone questa domanda non conosca come funzionano i passaggi difficili della politica. Non si sa ancora in che senso si stia facendo la storia, come piace affermare a Di Maio, ma, pur senza troppa enfasi, indubbiamente ci sarà un giro di boa.

Vediamo il quadro. Innanzitutto ci si sta misurando con la possibilità di un significativo ricambio di classe politica. Può piacere o non piacere, ma al contrario di quel che accadde nel 1994 gli uomini e le donne che stanno cercando di mettere insieme una formula inedita di governo non vengono dalla classe politica che ha presenze al vertice non diciamo nella prima, ma nemmeno nella seconda repubblica. Eppure nel complesso è una compagine che ha raccolto un largo consenso popolare, erodendo a morte il consenso dei partiti-pilastro dell’ultimo ventennio.

Ciò significa che se questi nuovi soggetti non riusciranno a consolidare il loro ruolo è probabile che il loro crollo di credibilità crei un vuoto che genera sconquassi. E’ questa la vera preoccupazione di chi osserva con un minimo di freddezza la situazione dall’esterno, pur senza avere, nella maggioranza dei casi, simpatia per i nuovi venuti. Il ragionamento che si fa è più o meno questo: leggi tutto

La fine del tripolarismo

Stefano Zan * - 16.05.2018

L’antiberlusconismo e l’antirenzismo militanti e viscerali hanno obnubilato per anni le menti di moltissimi opinionisti, giornalisti, intellettuali, politici e anche di non pochi elettori.

Ad esempio nessuno saprà mai cosa pensano davvero gli elettori italiani delle riforme costituzionali proposte qualche anno fa dal Centro Destra e il 4 dicembre dal PD. Entrambi i referendum sono stati sonoramente bocciati dagli italiani che però, nella stragrande maggioranza dei casi hanno votato, nella sostanza, un altro referendum: il primo contro Berlusconi, il secondo contro Renzi.

Ma la cantonata più grossa presa da coloro la cui lettura del mondo era cognitivamente condizionata dall’anti renzismo viscerale è stata quella di ipotizzare l’avvento del tripolarismo in Italia partendo dalla convinzione che il movimento 5Stelle fosse espressione della (nuova) sinistra, quasi che essere contro Renzi fosse di per sé sufficiente ad essere di sinistra, dimenticando per altro che contro Renzi era schierata da sempre la destra del Paese.

Basterebbe infatti ammettere che i 5Stelle sono “oggettivamente” di destra per capire molte cose di ieri e di domani.

Dico oggettivamente perché basta conoscere un po' di storia dell’Italia, dell’Europa, dell’America Latina per capire che il Movimento 5Stelle si iscrive fin dalle sue origini “naturalmente” in quel filone di pensiero e leggi tutto

Effetto spaesamento

Michele Iscra * - 12.05.2018

E’ curioso: dopo aver tanto spinto per sostenere la crescita di sentimenti populisti, dopo aver lavorato ad incrinare, se non a distruggere conoscenze appropriate sui meccanismi della democrazia costituzionale, adesso tutta una serie di personaggi si straccia le vesti per il “connubio” fra la Lega e i Cinque Stelle. Nessuno ricorda che questo genere di alleanze giudicate spiazzanti sono già avvenute e hanno già suscitato apprensioni nella storia del nostro paese: da Cavour che le faceva con la sinistra piemontese-sabauda ad Andreotti che le denunciava quando era in vista l’apertura ai socialisti dispiacendo ai vescovi di allora, i quali, secondo l’uomo politico dc, “non ci avevano allevato per questo”.

Il fatto è che la politica non si governa dandole la linea dall’esterno. Bismarck, che se ne intendeva, aveva come motto unda fert nec regitur, l’onda ti porta, ma non lo puoi governare indirizzandola dove vuoi tu. Coloro che hanno scatenato l’ondata populista potrebbero meditarci sopra.

Succede infatti che dopo avere proclamato che “il popolo” decide tutto e che il popolo è rappresentato da una parte di elettori, i cui eletti magari sono stati designati con un numero non esattamente cospicuo di clic su una tastiera, diventa difficile immaginarsi che i beneficiati da leggi tutto

Una crisi di sistema

Paolo Pombeni - 09.05.2018

E’ accaduto quel che tutte le persone di buon senso speravano non accadesse: un gruppo di capi partito ha deciso di mettere in questione anche l’istituzione di garanzia e snodo del sistema, cioè la presidenza della repubblica. Si fa presto a dire che la storia darà un giudizio severo dell’irresponsabilità di queste persone che si baloccano con richiami alla democrazia senza sapere che cosa essa sia e come si governi. Purtroppo le conseguenze di questa irresponsabilità ricadranno su tutto il paese e non è una consolazione scrivere che in un certo senso il paese se l’è cercata facendo prevalere la voglia di dare un calcio ad una vecchia classe dirigente che non aveva saputo trasmettergli la fiducia necessaria in anni di difficile crisi.

Quel che si deve valutare è che l’assennata proposta del presidente Mattarella di chiedere che si metta in servizio un governo “neutrale” per consentire al paese di decidere del suo futuro con una ragionevole riflessione è stata rifiutata da capi partito smaniosi solo di sfruttare quello che credono possa essere il vento favorevole delle sfide spettacolari. Il prezzo però non sarà solo la perdita di importanti scadenze e magari un nuovo sussulto per la nostra economia (e non si tratta leggi tutto

Non è detto che il capo sia un leader

Stefano Zan * - 09.05.2018

Nel linguaggio comune si tende ad usare il termine leader come equivalente di capo, segretario, reggente, portavoce di un qualsiasi partito. In realtà la parola leader evoca alcune caratteristiche che non necessariamente un qualsiasi capo politico possiede, soprattutto quando la sua nomina proviene “dall’alto”, dal vero azionista di maggioranza del partito, oppure dal basso, come mediazione tra tante correnti.

 

Vale forse la pena richiamare le caratteristiche principali che fanno di un capo un vero leader, rispetto a un qualsiasi “segretario” o “burocrate”.

Sintetizzando e semplificando al massimo una letteratura vastissima possiamo dire che il leader si distingue per:

 

-          Carisma

-          Sintonia

-          Visione

-          Innovazione

 

Il carisma è l’insieme di quelle doti assolutamente personali che fanno sì, come diceva Max Weber, che gli individui si predispongano all’obbedienza proprio in ragione di queste virtù personali. E’ difficile dire in cosa consista effettivamente il carisma perché la storia è ricca di esempi di leader certamente carismatici ma che avevano e hanno caratteristiche personali profondamente diverse. Il carisma è tale in quanto viene riconosciuto come dote peculiare di una singola persona che in questo modo ottiene la fiducia e il riconoscimento dei suoi accoliti pronti a seguirlo in ogni occasione con scarsissimo senso critico. “C’è scritto ma io vi

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Il voto del Friuli-Venezia Giulia

Luca Tentoni - 05.05.2018

La discussione circa l'opportunità di attribuire valore di "test politico nazionale" a consultazioni locali ha occupato per due settimane le pagine dei giornali: prima col Molise, poi col Friuli-Venezia Giulia. Forse bisognerebbe chiarire alcuni punti sul tema. Il principale riguarda il differente approccio degli elettori nei confronti di consultazioni di diverso ordine. Un conto è scegliere il rappresentante al Parlamento nazionale, un conto il presidente della regione e il governo locale, un altro conto - infine - il sindaco e i consiglieri comunali. Sono dimensioni diverse sia a livello decisionale, sia a livello politico. Si può dire, anche guardando la differente composizione delle coalizioni (e la moltiplicazione delle liste) che il tentativo di ricondurre ad unità i raggruppamenti è complesso, quando sono molto eterogenei e soprattutto quando sono costituiti da liste civiche o "del sindaco" o “del presidente” presenti su una scheda (per regione o comune) ma non sulle altre (per la Camera, ad esempio). Volendo tentare a tutti i costi una comparazione - pur sempre ardita e poco consigliabile - si potrebbe far riferimento dunque alle coalizioni, ma con moltissima cautela. Il secondo punto riguarda il sistema elettorale: quello per le politiche non ha il voto disgiunto e neppure le preferenze, ma ha il collegio uninominale, leggi tutto