Ultimo Aggiornamento:
20 luglio 2019
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Argomenti

La "popolocrazia"

Luca Tentoni - 17.03.2018

In Europa le forze "populiste" riscuotono buoni risultati quasi dappertutto: anche in Italia, come si è visto alle elezioni del 4 marzo scorso. C'è però da intendersi su una definizione che - già sfumata e sfuggente per natura - è spesso usata impropriamente, più "con un senso peggiorativo e stigmatizzante, verso un avversario, per screditarlo", che per coglierne e delimitarne i contorni. Nel suo "Popolocrazia" (Laterza, 2018) scritto con Ilvo Diamanti, Marc Lazar affronta il tema della metamorfosi delle nostre democrazie cercando di individuare le varianti di un fenomeno che è molto più complesso di quanto comunemente si creda. Riprende una frase di Marc Bloch adattandola e applicandola alla situazione attuale: "Populisti, antipopulisti, smettiamola di litigare, cerchiamo di comprendere che cos'è il populismo e cosa sono i populisti". In effetti, "populismo" e "populisti" sono "parole contenitore", generiche quanto basta per comprendere fenomeni molto diversi. Non si tratta soltanto di partiti che contestano le forze politiche tradizionali o l'establishment "o incensano il popolo, fustigano l'Europa, esaltano la Nazione, respingono gli immigrati, avanzano in continuazione proposte semplicistiche, si servono della demagogia. Non prosperano solo in paesi in recessione sottoposti a politiche di rigore e caratterizzati da forte disoccupazione, generalizzazione del precariato e allargamento delle diseguaglianze". In altre parole, se leggi tutto

Chi ha paura di nuove elezioni

Stefano Zan * - 17.03.2018

Gli osservatori della politica dovrebbero evitare due errori fondamentali: il primo è quello di fare previsioni puntuali; il secondo è quello di dare suggerimenti ai partiti. Dovrebbero limitarsi a mettere in evidenza scenari, possibili evoluzioni, contraddizioni, problemi, lasciando poi a chi di dovere assumere decisioni. Nel rispetto di questi due principi mi pare si possa prendere in considerazione il fatto che uno dei possibili esiti di questa situazione di stallo, che non prevedo e non auspico, ma mi limito ad analizzare, è un rapido (qualche mese?) ritorno alle urne.

Alcuni sostengono che non si possa fare con la stessa legge elettorale perché non cambierebbe nulla. Ma se non si riesce a formare un governo non si capisce come e perché si potrebbe invece riuscire a fare una nuova legge largamente condivisa. Ci sono elevate probabilità che, nel caso, si ritorni alle urne con la stessa legge e i risultati, secondo me, sarebbero profondamente diversi. Vediamo perché.

Il crollo dei partiti minori (Liberi e Uguali, Insieme, Casini e Lorenzin, Quarta gamba, ecc.) è stato talmente pesante da renderli aritmeticamente inutili per qualsiasi coalizione. Anzi, non mettere in lista certi candidati (esempio Casini a Bologna) potrebbe fare aumentare i voti leggi tutto

Giochi di Palazzo?

Paolo Pombeni - 14.03.2018

L’autoproclamatosi premier in pectore (altrimenti non ci sarebbe democrazia!) Luigi Di Maio liquida come giochi di Palazzo l’agitarsi convulso della politica a fronte di una situazione che non tanto ha visto uno stallo per mancanza di vincitori assoluti, ma che sconta una campagna elettorale giocata su promesse irrealizzabili che adesso vincolano i due partiti che potrebbero essere a un passo da Palazzo Chigi. Invece è solo la realtà politica che presenta il suo conto: la democrazia parlamentare non è una lotteria dove uno può estrarre il biglietto vincente con un colpo di fortuna.

Del resto, se di giochi di Palazzo si deve discorrere, già la questione di designare i vertici delle due Camere lo sono e i Cinque Stelle ci stanno partecipando alla grande. La delicatezza delle due posizioni sembra sfuggire e del resto era già accaduto nella legislatura appena conclusa, con la trovata di metterci Grasso e Boldrini, che non si sono rivelati esattamente due figure capaci di ricoprire il ruolo di mallevadori e garanti di una cultura politica nazionale capace di ricucire le lacerazioni di un paese in crisi. Così, una volta di più, le due presidenze vengono viste più come fortini da conquistare per piantarci la propria bandierina che leggi tutto

Calma e sangue freddo

Stefano Zan * - 14.03.2018

La passione che spinge e anima ogni campagna elettorale all’esito della stessa gioca brutti scherzi.

Tutti perdono lucidità. Chi ha “vinto” si esalta più del dovuto dimenticando, per esempio, che ha pur sempre contro più del 60% del Paese. Chi ha perso si deprime più del dovuto dimenticando che è comunque il secondo partito del Paese. Gli osservatori, gli opinion maker che oggi si chiamerebbero influencer, vanno letteralmente giù di testa e dicono sciocchezze a ruota libera.

Chi, come Scalfari e D’Alema sostiene che i 5stelle sono di sinistra perché sono stati votati da persone che prima votavano PD dimenticano: collocazione internazionale, programma, e governance del partito di Casaleggio; dimenticano che in parlamento siedono gli eletti e non gli elettori (e non mi pare che gli eletti, almeno quelli noti siano di sinistra); inoltre cominciano a costruire una profezia che si autoadempie: se è vero che i 5stelle sono di sinistra allora alla prossima elezione tanto vale votare loro che almeno vincono.

Poi c’è chi parla di obbligo morale per il PD di favorire subito la costituzione di un governo. Pasquino sostiene che il PD che si colloca all’opposizione è addirittura eversivo dimenticando che tutte le democrazie moderne hanno una maggioranza e un’opposizione che leggi tutto

2018: un primo bilancio del voto

Luca Tentoni - 10.03.2018

Le elezioni del 4 marzo hanno profondamente mutato i rapporti di forza fra i partiti, ma soprattutto hanno dimostrato che nessuna posizione acquisita è destinata a restare immutabile nel tempo. La volatilità elettorale è stata, in una prima e parziale stima, non inferiore al 27% degli elettori, con scambi fra i poli di almeno il 15% dei voti. I due partiti (Pd e Fi-Pdl) che nel 2008 avevano il 70,6% dei consensi alla Camera e che nel 2013 erano scesi al 47%, sono ora al 33%. I saldi delle coalizioni - nonostante il crollo di Pd e Fi - sono resi meno pesanti dal risultato degli alleati: nel centrosinistra la lista Bonino (pur non raggiungendo il 3%) permette di contenere la flessione a 1,6 milioni (il Pd ne perde 2,6), mentre nel centrodestra ai 2,8 milioni di consensi persi dagli "azzurri" fanno da contrappeso i 4,2 guadagnati dalla Lega e i cinquecentomila in più conquistati da FdI, per un saldo finale positivo per 1,9 milioni. È stata - quella del 2018 - un'elezione di "rimescolamento". L'indice di bipartitismo sembra fermo (passa dal 51% del 2013 al 51,4%) però, in realtà, non vede più due partiti praticamente alla pari come cinque anni fa (divisi da uno 0,1%) ma il M5S che distacca il Pd di ben 4,5 milioni di voti e circa 14 punti percentuali. Nel centrodestra, il partito leggi tutto

I discorsi dei leader all’indomani del voto del 4 marzo

Donatella Campus * - 10.03.2018

I discorsi con i quali i leader festeggiano la vittoria o riconoscono la sconfitta rivelano molte cose sul loro stile e la loro personalità. Ecco perché vale la pena analizzare quel che i principali leader hanno detto (e come lo hanno detto) all’indomani del voto.

 

I leader sanno adattarsi ai contesti? Renzi e Salvini a confronto

 

Una delle domande più interessanti che ci si può porre a proposito della leadership è se i leader sono capaci di adeguarsi a contesti diversi. Machiavelli, ad esempio, era convinto che la natura di un principe resti sempre la stessa anche quando mutate circostanze suggerirebbero di cambiare atteggiamento (Il Principe, cap XXV). A questo proposito, Matteo Renzi è un leader con delle caratteristiche molto evidenti: assertività, energia, propensione all’azione. Tratti che hanno forgiato la sua immagine di leader all’inizio del suo percorso e lo hanno aiutato ad arrivare alla segreteria del PD e successivamente al governo. Questi stessi elementi sono stati sono stati abbondantemente presenti anche nel discorso con il quale ha annunciato le sue dimissioni. Il punto è che, di consueto, in queste occasioni ci si aspetta che emerga anche altro. Ad esempio, il travaglio di una decisione sofferta, il dispiacere di aver deluso chi ti

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Un paese di fronte alla sua crisi politica

Paolo Pombeni - 07.03.2018
Che interpretazione dare dello tsunami elettorale che domenica 4 marzo 2018 si è abbattuto sull’Italia? In verità le interpretazioni che si sono susseguite in questi giorni sono convergenti: segnano il rigetto da parte di una metà abbondante del paese delle filiere che hanno prodotto nell’ultimo ventennio le classi dirigenti della politica italiana. Parliamo di filiere più che di partiti, perché altrimenti non si comprenderebbe perché il PD, che è stato connotato da una stagione di “rottamazione”, abbia pagato un prezzo così alto. In realtà quel partito aveva sì rottamato un po’ di vecchi leader e loro seguaci (prontamente corsi a farsi un loro partitino clamorosamente fallito), ma i nuovi erano prodotti di quelle stesse filiere ed avevano subito da quelle ereditato modalità, stili di comportamento e chiusure nei circoli consacrati.
Non stupisce dunque che il principale beneficiario della reazione a quel “sistema” sia stato il Movimento Cinque Stelle,  dove, pur con molte limitazioni, chiunque poteva buttarsi a guadagnare un posto in politica solo che fosse capace di disporre di un numero modesto di sostenitori nelle selezioni in rete (un obiettivo alla portata di molti se non di tutti). Abilmente, va riconosciuto, la dirigenza del movimento ha coronato l’esplicitazione di questo messaggio con la presentazione della sua ipotetica squadra di governo.
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Quello che i programmi (non) dicono. I grillini e l’antimeritocrazia (il caso di università e ricerca)

Novello Monelli * - 03.03.2018

La cenerentola della campagna elettorale

In quella che è stata ribattezzata coralmente la più bruta campagna elettorale di sempre ci sono stati (almeno) due temi cenerentola, tendenzialmente ignorati nei confronti (virtuali) tra i leader: ricerca e difesa. La constatazione non dovrebbe sorprendere. Nessun ufficio comunicazione di un partito e nessun addetto stampa di un politico eletto consiglierebbe oggi di investire troppo tempo in argomenti ritenuti lontani dagli interessi di pancia dell’elettore medio. Mentre, per forza o per amore, la scuola è un oggetto caro a tutti i genitori-elettori (sebbene il più delle volte per interessi poco o punto legati alla crescita culturale dei propri figli), l’università e la ricerca sono percepite come realtà astruse, estranee ad una vita quotidiana fatta di tasse, buche nelle strade, parcheggi, immigrati e paure. Ancora di più, atenei e enti di ricerca sono normalmente destinatari di una congrua fetta di invidia sociale: in fin dei conti, professori e ricercatori non sono dei privilegiati, sostanzialmente parassitari del sistema, che non producono e non vendono nulla (per sintetizzare una formula simpatica che ogni addetto, almeno una volta, si è sentito rivolgere)? A questa sostanziale estraneità (o diffidenza) del messaggio elettorale rispetto al settore della ricerca e dello sviluppo concorre non leggi tutto

Dopo le sparate elettorali

Paolo Pombeni - 28.02.2018

Si sa che specie negli ultimi giorni prima del voto tutti i partiti si arroccano sulle loro posizioni identitarie, timorosi di offrire il fianco alle incursioni degli avversari. Non mancano i giochi spregiudicati (per non dire sporchi) tipo il parlar bene di Minniti da parte di esponenti del centrodestra per sostenere dall’esterno la tesi che il PD non è più di sinistra, o lasciar intendere che la Bonino può diventare un elemento ponte col centrodestra, in modo da renderla sospetta agli elettori di centrosinistra e suscitare zizzania con Renzi, che già si preoccupa per l’ipotesi che quella lista superi il 3% non contribuendo così ad aumentare i seggi del PD.

Ci limitiamo a questi due esempi, anche se tutti stanno facendo cose simili. Naturalmente la contromossa contro le sparate iperboliche è la strategia del realismo ostentato, che è quanto sta facendo Gentiloni. E’ la vecchia tecnica con cui De Gasperi e Adenauer nel primo dopoguerra riuscirono a raccogliere un consenso maggioritario, ma allora si veniva dall’indigestione delle trombonate di fascismo e nazismo e tutti avevano toccato con mano dove si era andati a finire.

Non sappiamo se questa volta la strategia funzionerà, soprattutto perché l’astensionismo sottrae elettorato alle componenti più riflessive: è infatti tutto da leggi tutto

Elezioni, la Tv ha ancora il suo peso

Luca Tentoni - 24.02.2018

Quella che si va concludendo è stata una campagna elettorale che ha visto la scomparsa dei manifesti dai muri delle città. Non sappiamo se il 2018 sarà ricordato per uno stravolgimento del quadro politico, ma lo sarà di certo per aver rappresentato l'ennesimo passo verso il tramonto della comunicazione politica tradizionale, quella alla quale la Seconda Repubblica, già nel 1994 (ma, ancor prima, l'ingresso del marketing negli anni Ottanta) aveva assestato un duro colpo. In quei cartelloni spogli sta il segno di un cambiamento profondo, che però non va necessariamente e completamente ad avvantaggiare la comunicazione via web e social network. Va ricordato, infatti, che un'ampia fascia di popolazione non più giovanissima non ha molta familiarità con il computer, però fa registrare ancora buoni tassi di affluenza alle urne. Considerando che questa coorte elettorale è più numerosa di quella dei giovani (e che questi ultimi, soprattutto fra i 22-23 e i 30 anni, sono stati nel recente passato meno attratti dal voto rispetto agli altri italiani) possiamo dire che è ancora la televisione il miglior mezzo per raggiungere le "pantere grigie". I leader politici lo sanno molto bene: le loro presenze nei "talk show" si moltiplicano fino alla saturazione, perchè il comizio televisivo, anche se un po' leggi tutto