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20 luglio 2019
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Argomenti

Italia: dal 1946, quasi sei anni senza governo

Luca Tentoni - 07.04.2018

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati all'8 aprile riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2160 giorni (5 anni e 11 mesi: poco più di una legislatura, dunque). L'8,25% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 402,75 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 14 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 8723 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 623,07 giorni, 33,21 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 22 mesi e mezzo contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi altrettanto lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano della durata: il centrosinistra ha leggi tutto

Un’attesa non troppo snervante?

Paolo Pombeni - 04.04.2018

Ciò che colpisce nella marcia verso il nuovo governo è lo scarso pathos con cui in sostanza è vissuta dalla pubblica opinione. In astratto ci sarebbero tutte le caratteristiche per definire questo passaggio come epocale, a partire dall’arrivo alla ribalta di una nuova classe politica che rappresenta pur sempre un terzo dei consensi elettorali espressi la quale si unisce ad un’altra componente, non esattamente esordiente, ma che esce dalla relativa marginalità geografica in cui aveva le sue radici. Anche il crollo di quello che era stato l’assemblaggio delle componenti critiche della prima repubblica e che bene o male era stato un perno della seconda repubblica rappresenta pur sempre una svolta che dovrebbe suggerire qualche preoccupazione.

Invece quel che si vede è una sorta di bomaccia delle Antille, per prendere a prestito una immagine letteraria. Certo i giornali e le TV ricamano sulle schermaglie dei partiti e danno palcoscenico a tutti, compresi personaggi minori che parlano solo in virtù di legami che stabiliscono con giornalisti o conduttori compiacenti. Chi vive nella vita reale non coglie però significativi rimbalzi di queste trame nella psicologia collettiva: gli italiani attendono, non si sa se pazienti o distratti, di vedere come andrà a finire la bagarre in atto fra i professionisti della politica. leggi tutto

Le rose, l’aritmetica e la geometria

Stefano Zan * - 04.04.2018

Un vecchio detto tedesco recita “Keine Rose ohne Dornen” che tradotto suona: “Non esistono  rose senza spine”.

Questo detto si attaglia perfettamente al mondo politico quando si tratta di accordi, mediazioni, compromessi, convergenze, intese, insomma tutto quello che, dall’opposizione, i partiti oggi vincenti chiamavano inciucio. Ogni accordo ha un costo che può essere più o meno alto, più o meno esplicito, più o meno immediato ma “Non esiste accordo senza costo”.

Il costo può assumere diverse configurazioni: la rinuncia parziale ad una propria posizione fino a quel momento non negoziabile; uno scambio esplicito, il classico do ut des; una compensazione su un altro piano, ecc. Uno dei costi più alti che un qualsiasi partito che si impegni in un accordo importante deve mettere in conto è la defezione di una parte dei suoi elettori, che si sentono traditi, ma anche di una parte dei suoi eletti. L’effetto che potremmo chiamare Turigliatto, dal nome del parlamentare che fece cadere Prodi per mantenere fede ai suoi ideali più rigorosi, è un effetto che può contagiare tutti i partiti in qualsiasi momento.

Facciamo un esempio. Se il PD decidesse di appoggiare il governo di centro destra perderebbe l’appoggio di un numero consistente dei suoi parlamentari. leggi tutto

Il ruolo del Colle, la responsabilità dei partiti

Luca Tentoni - 31.03.2018

Il voto è l'espressione di una sovranità popolare "che è al vertice della nostra vita democratica e che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni" le quali aprono "una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento". Sono parole pronunciate il 31 dicembre scorso dal Capo dello Stato, in un discorso che - riletto oggi - appare insieme profetico e programmatico. In quelle pagine - e nell'azione del Presidente, che in questi anni ha confermato il suo ruolo di arbitro nelle contese politiche - c'è tutto il senso della responsabilità che i partiti, coadiuvati dal Quirinale, si assumeranno già nei prossimi giorni, con le consultazioni per la formazione di un nuovo governo. In questa prima fase, Mattarella eserciterà un ruolo di paziente ascolto, cercando di cogliere le sfumature, le possibili convergenze, gli spiragli per poter proseguire nel suo difficile percorso. Il suo sarà un compito "maieutico": dovrà far emergere le potenziali convergenze, non creare ciò che non esiste o che non è nella disponibilità dei partiti e dei leader. Un conto è la cosiddetta "moral suasion" del Quirinale, un altro conto è fare pressione. Sbaglia chi pensa che nello stile dell'attuale presidente ci siano vocazioni "cesaristiche" e che, dunque, possa "tirare la giacca" a qualcuno leggi tutto

La democrazia e le sue crisi

Andrea Frangioni * - 31.03.2018

Si moltiplicano le grida di allarme sulla crisi delle democrazie occidentali; da ultimo si veda la rassegna di studi recenti apparsa su «La Lettura» del «Corriere della Sera» dello scorso 25 febbraio. Vale la pena, allora, interrogarsi se una prospettiva storica di lunga durata ci possa essere d’aiuto.

Il fenomeno, al fondo, è ancora quello descritto da Tocqueville: l’imponente, drammatico, sconvolgente avvento dell’eguaglianza delle condizioni, con il tramonto della società aristocratica, dei suoi valori e della visione morale e religiosa unitaria che portava con sé. Come è stato scritto, il tramonto di un modello eteronomo per affermare l’autonomia individuale.

È il fenomeno che esplode con la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale. I liberali ottocenteschi ne erano figli ma al tempo stesso ne temevano le conseguenze e cercarono di limitarlo, di contenerlo: è questa la logica del suffragio limitato, del compromesso istituzionale con la monarchia e con l’aristocrazia e della ricerca di una conciliazione tra liberalismo e religione. Ed è anche, in politica estera, la ratio del principio di equilibrio e del concerto delle potenze ottocenteschi.

Ma questo compromesso nulla poté di fronte all’ulteriore cammino della democrazia: l’ingresso in politica delle masse, la nascita dei partiti socialisti e lo sviluppo dei sindacati già fecero leggi tutto

Grandi manovre e piccole tattiche

Paolo Pombeni - 28.03.2018

Dunque eccoci alla prova del budino: le elezioni hanno messo in luce che ci sono vincitori e vinti  e adesso ai vincitori tocca mostrare che sono capaci di mettere a reddito i consensi che hanno ricevuto nelle urne. Impresa non facile perché per farlo i vincitori della gara elettorale avrebbero bisogno di qualcosa che dalla conta delle schede non è uscito, cioè una maggioranza di governo attribuita ad una delle forze che l’avevano chiesta ai cittadini accorsi a compilare le schede.

E’ dunque venuta l’ora della fantasia politica indispensabile per uscire dall’impasse in cui il sistema è stato cacciato da una legge elettorale mal congeniata e peggio gestita. L’operazione è tutt’altro che facile perché è condizionata da una campagna combattuta a suon di slogan e di scomuniche reciproche. Chi pensava che tanto quelle erano parole al vento, sarà costretto a ricredersi, non perché riteniamo che i partiti ci credessero davvero, ma perché chi li ha votati farà poi fatica ad accettare che invece della nuova politica della trasparenza continui la vecchia dell’accomodamento alle circostanze.

Eppure le due tendenze hanno convissuto, almeno nelle dinamiche che hanno portato all’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Qui i Cinque Stelle hanno voluto a tutti costi piantare la leggi tutto

Trent'anni fa l'assassinio di Roberto Ruffilli: ciò che non abbiamo imparato da lui

Raffaella Gherardi * - 28.03.2018

Trent'anni fa, il 16 aprile 1988, le Brigate rosse assassinavano Roberto Ruffilli, Professore nella facoltà di Scienze politiche di Bologna, allora Senatore della Democrazia Cristiana e membro della Commissione Bozzi per le riforme istituzionali. Il comunicato che venne fatto successivamente ritrovare, in cui veniva rivendicata la sua uccisione, si apriva con affermazioni che ancora oggi danno i brividi nella loro spietata lucidità: vi si affermava infatti di aver  "giustiziato"  Roberto Ruffilli quale "uno dei migliori quadri politici della DC, l'uomo chiave del rinnovamento" e di un progetto che aspirava ad aprire una nuova fase costituente e la riformulazione delle regole del gioco, nell'ambito di un processo di razionalizzazione dei poteri dello Stato. Inoltre, l'accusa delle accuse da parte  dei suoi assassini, era quella secondo la quale Ruffilli aveva saputo "concretamente ricucire", intorno a questo progetto, "tutto l'arco delle forze politiche", comprese le "opposizioni istituzionali". Ecco disegnato il profilo di chi le Brigate rosse avevano individuato come nemico da colpire a morte: Ruffilli come uomo delle riforme e del rinnovamento, capace di chiamare a raccolta, senza pregiudiziali di sorta, forze politiche diverse sul tema di un confronto aperto e a tutto campo, nel segno dei nuovi compiti spettanti allo Stato. Storico delle istituzioni, leggi tutto

Partiti, l'era della precarietà

Luca Tentoni - 24.03.2018

Sebbene in misura ridotta rispetto al passaggio fra il 2008 e il 2013, anche le elezioni del 4 marzo scorso hanno fatto registrare una volatilità elettorale superiore al 25%. Un italiano su quattro (nella stima più prudente) ha cambiato voto rispetto alle politiche precedenti. Nel 2013 la volatilità si era attestata poco sotto il 40%. È una caratteristica tipica della Seconda Repubblica: nata dopo il terremoto elettorale del 1992 (soprattutto al Nord) e del 1994 (generalizzato ma più incisivo al Sud), l'epoca caratterizzata dallo scontro fra due (1996, 2001, 2006, 2008) o tre poli (1994, 2013, 2018) ha avuto un periodo centrale di stabilizzazione, anche se con una carsica tendenza al movimento che non è mai del tutto scomparsa. È vero: la Prima repubblica non aveva rapporti di forza del tutto cristallizzati, perché la Dc ha oscillato fra il 35,2% del 1946 e il 48,5% del 1948, per scendere al 40,1% nel 1953, risalire al 42,4% nel 1958, per poi finalmente assestarsi sul 38-39% nel periodo 1963-1979; così il Pci, che nel '76 è passato dal 27,2% al 34,4% e nel '79 è ridisceso al 30,4%. Quel che però sembrava eccezionale e strabiliante nei primi quarantacinque anni di Repubblica è diventato ordinaria amministrazione dal 1992 in poi. Prima ci fu un crollo della Dc (dal 34,3% al 29,7%) nell'anno in cui la Lega salì dallo 0,5% all'8,7% (1992). Poi, però, quella abitudine "sedentaria" dell'elettore medio si è trasformata in una mobilità che leggi tutto

Absit iniuria verbis

Stefano Zan * - 24.03.2018

Nel linguaggio comune ci sono due termini che hanno un blando valore offensivo mentre nel linguaggio politico hanno assunto il valore di categorie analitiche se non di veri e propri concetti. Mi riferisco ai termini idiota e stupido.

Per la verità nell’uso politico il termine idiota si accompagna sempre all’aggettivo utile. Non è chiaro chi sia stato il primo ad usare questa espressione. Secondo l’enciclopedia Treccani potrebbe essere stato Lenin, ma non ci sono tracce nei suoi scritti. Altri dicono sia stato Stalin. Altri ancora qualcuno del loro entourage. Non importa. Quel che conta è che con “utile idiota” si faceva riferimento a quanti, nell’occidente, sostenevano la rivoluzione bolscevica. Utile perché questo portava sostegno all’immagine del regime sovietico e veniva appunto utilizzato per la propaganda dello stesso regime. Idiota, con riferimento a quella che una volta era considerata una vera e propria malattia, l’idiozia, perché questo sostegno in realtà sarebbe andato contro gli interessi di chi lo stesso sostegno esprimeva. Da allora l’espressione si riferisce a tutti coloro che inconsapevolmente sostengono un partito che non fa e non farà i loro interessi.

L’utile idiota è persona appassionata, positiva, attiva che però sbaglia, senza averne consapevolezza, la parte a cui affida il suo impegno, leggi tutto

La vigilia

Paolo Pombeni - 21.03.2018

L’attenzione si appunta sull’apertura dei lavori delle due Camere, anche se i media fanno a gara a spiegarci che tutto o quasi è praticamente deciso, sia per le presidenze che per le strategie per formare il futuro governo. Come sempre non è così, ma il gioco ad accaparrarsi la palma del “noi lo sapevamo già e ve l’avevamo anche detto” ha sempre il suo fascino.

In realtà ben poco è chiaro. Innanzitutto non si capisce ancora cosa guiderà la scelta finale dei due presidenti. Lasciamo da parte le rituali affermazioni sulla necessità di figure di alto spessore che diano automaticamente lustro alla seconda e terza carica dello Stato: fra quelle che ci vengono propinate non ce ne sono. Poco spazio sembra trovare al momento anche l’ipotesi di dare una camera alla maggioranza ed una alla opposizione, per la semplice ragione che una maggioranza non c’è e di conseguenza si fatica a capire chi possa rappresentare l’opposizione nel suo complesso. Oltre tutto questa prassi è stata una parentesi nella storia della repubblica essendo stata in vigore solo dal 1972 al 1992, cioè vent’anni su settanta. Per il resto le maggioranze si sono prese entrambe le Camere, semmai spartendosele fra i membri della coalizione di governo, giusto per leggi tutto