Ultimo Aggiornamento:
01 agosto 2020
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Argomenti

I dilemmi di una riforma elettorale

Paolo Pombeni - 08.07.2020

A fine mese la maggioranza, ma sarebbe meglio dire il PD, proverà a far approvare almeno alla Camera il disegno di legge che rinnova il nostro sistema elettorale. Era parte dei patti che avevano dato vita al governo giallorosso per compensare il taglio senza logica del numero dei parlamentari. I Cinque Stelle hanno portato a casa quel risultato, ma poi non hanno fatto molto per tenere fede al patto, tranne il fatto che la bozza in discussione  è intitolata al loro presidente della Commissione Affari Costituzionali, l’on. Brescia.

Si tratta del cosiddetto “Germanicum”, un sistema battezzato così solo perché dal sistema tedesco prende la soglia del 5% per ammettere al conseguimento della rappresentanza parlamentare (peraltro pasticciandolo con un ambiguo “diritto di tribuna” che è una spiritosa invenzione della politica). Del sistema tedesco è l’unico elemento che prende e, a dire al verità, in questo momento anche quel sistema è messo in discussione anche in Germania per problemi vari.

Però oggi il dibattito è ripreso sul solito classico tema: ha senso andare ad un sistema proporzionale, come è nel caso della bozza in discussione, o non sarebbe meglio un sistema che obbliga a scegliere fra due coalizioni, così si sa subito chi ha vinto e chi ha perso? leggi tutto

Il governo "calabrone"

Luca Tentoni - 04.07.2020

La coalizione di governo è come - nella convinzione popolare errata che la scienza ha censurato più volte - un calabrone: per le sue caratteristiche, sembra impossibile che riesca a volare, però lo fa. In questa fase, nella quale la politica del rinvio attuata scientificamente dal presidente del Consiglio serve a non mettere in difficoltà i Cinquestelle, ma anche a far saltare pazienza ed equilibri del Pd, tutto - compresi i passaggi di senatori pentastellati alla Lega o al Misto - fa pensare che il calabrone stia per precipitare: magari non ora, ma a settembre, con la resa dei conti, prima nelle urne e poi in Parlamento. Questo governo - che abbiamo sempre definito giallorosa e non giallorosso, per la presenza della componente centrista/macroniana di Italia viva - è sorretto da due partiti maggiori e da due comprimari (entrambi indispensabili, visti i numeri in Senato). Il M5s è il soggetto politico che - sulla carta - dovrebbe essere egemone o almeno - dati i rapporti di forza fra i seggi parlamentari pentastellati e quelli del Pd - recitare il ruolo che fu della Dc nel pentapartito (mentre al partito di Zingaretti spetterebbe quello del Psi). Eppure, quel 32% delle politiche raccolto dai Cinquestelle e quel 18% del Pd sono retaggi del passato: l'ultima rilevazione Ipsos leggi tutto

Se adesso il gioco si fa duro

Paolo Pombeni - 01.07.2020

Le ripetute uscite di Zingaretti sulla assoluta opportunità per l’Italia di ricorrere al MES sono davvero una svolta nel quadro politico attuale? E’ la domanda che non possiamo evitare di porci, visto che fino a poco tempo fa era sembrato che il PD assecondasse la politica di Conte del troncare e sopire. In effetti il clima è diventato piuttosto caldo e si potrebbe dire, parafrasando una celebre battuta da film, che adesso il gioco si fa duro. Che poi, continuando nella citazione, questo sia il momento in cui i duri cominciano a giocare lo vedremo: fino ad ora di duri veri non se ne sono visti in giro.

E’ comunque un fatto che Zingaretti ha battuto un colpo e si è trattato di un colpo forte. Perché l’abbia fatto, può prestarsi a diverse interpretazioni. La più banale è che si sia stancato dell’infantilismo dei Cinque Stelle che pretendono di condizionare la politica italiana alla loro incapacità di gestire la crisi interna al movimento. Ci sarà sicuramente anche questo, ma dubitiamo che sia la ragione principale, perché avrebbe potuto accorgersene anche prima. E’ più plausibile che il segretario del PD si stia rendendo conto che i Cinque Stelle chiedono sempre attenzione alle loro problematiche, leggi tutto

La battaglia sul governo e la torta della spesa pubblica

Luca Tentoni - 27.06.2020

Mai come ora, negli ultimi venticinque anni, un governo ha potuto disporre di risorse ingenti (anche se tutte in deficit e per un periodo breve, in una circostanza del tutto eccezionale). Non è una novità di poco conto: stretti fra le necessità di tenere i conti dello Stato in ordine, con un rapporto fra debito e PIL ben oltre il 100%, gli Esecutivi della Seconda Repubblica hanno potuto osare poco (anche se, dopo la parentesi di Monti, hanno a nostro avviso speso e osato fin troppo, dagli ottanta euro di Renzi al reddito di cittadinanza e a quota 100 per le pensioni, tanto per parlare delle principali iniziative di spesa pubblica a fini elettorali). Per certi versi, il limite all'espansione della spesa ha rappresentato un impedimento ai progetti delle maggioranze, mentre per altri hanno evitato - o meglio, limitato - "assalti alla diligenza" da parte di singoli parlamentari e delle categorie socioeconomiche. C'è stato, però anche un "self restraint", cioè il richiamo ad un senso della misura. Purtroppo, quasi mai si è investito in futuro (scuola, sanità, ricerca, occupazione) ma spesso, invece, lo si è fatto per iniziative immediatamente paganti in termini di consenso. Oggi, la notevole mole di potenziale spesa a disposizione del governo Conte provoca leggi tutto

Una nuova fase politica?

Paolo Pombeni - 24.06.2020

Non è chiarissimo, ma ci sbilanciamo a sostenere che si sta aprendo una nuova fase politica. Non è il frutto degli Stati Generali dell’Economia che sono stati una modesta occasione per raccogliere le lamentele, a volte travestite da suggerimenti, delle più varie rappresentanze di categoria, nonché per sentire qualche cosiddetta “intelligenza brillante” che non sappiamo cosa abbia esposto perché tutto si è svolto a porte chiuse.

Ciò che sta spingendo una pluralità di attori dentro e fuori il parlamento a riconsiderare il quadro sono due fattori. Il primo è la gestione di quella che si presume sarà una marea di soldi in arrivo dall’Europa. Il secondo è l’apertura anticipata della campagna per la successione a Mattarella (si può pensare sia troppo presto, ma non è così: semplicemente questa volta avviene più rapidamente allo scoperto rispetto alle precedenti).

Di fronte al problema della gestione delle risorse UE l’opposizione cerca una via diversa dal banale muro contro muro a cui si era affidata sinora. Inizia a dubitare che ci si possa aspettare un crollo della maggioranza di governo tale da consentirle la presa del potere. Ci vorrebbe un passaggio elettorale che al momento non si può ottenere a meno di una catastrofe che neppure l’opposizione può augurarsi in leggi tutto

Il voto omnibus del 20-21 settembre

Luca Tentoni - 20.06.2020

L'election day, forse, si farà. I giorni scelti per chiamare gli italiani alle urne per rinnovare sette consigli regionali (sei ordinari, uno a statuto speciale), migliaia di consigli comunali e per il referendum costituzionale sul "taglio" di 115 seggi al Senato e 230 alla Camera, dovrebbero essere domenica 20 (150° anniversario della presa di Roma) e lunedì 21 settembre. Normalmente questo tipo di accorpamento delle consultazioni è giustificato - come stavolta, del resto - con risparmi mirabolanti di bilancio per le casse dello Stato (che invece sono infinitesimali; per di più, è il costo della democrazia, cioè di un bene che non ha prezzo). Stavolta, però, lo si spiega con la necessità di votare nella "finestra" fra l'estate e la possibile ripresa autunnale della diffusione del Covid-19. Se teoricamente è una buona ragione, non vanno però trascurati alcuni fatti non del tutto accessori. Il primo è l'effettuazione del referendum costituzionale insieme alle amministrative, che finisce non solo per "dopare" l'affluenza alle urne (forse più quella del referendum che quella di comunali e regionali, dato l'esito pressoché scontato della consultazione sul taglio dei seggi) ma anche per fornire ad un partito oggi in enormi difficoltà (il M5s) una vetrina eccezionale per sovrapporre alle difficoltà nell'insediamento locale e al calo di consensi (generato leggi tutto

Un governo senza pace

Paolo Pombeni - 17.06.2020

Conte afferma che alla fine sarebbe felice di tornare a fare il suo mestiere: se lo dice per scaramanzia o perché non ne può più di tutte le tensioni continue non sapremmo stabilirlo. Certamente lui e il suo governo, a dispetto dei sondaggi che gli assegnano una popolarità altissima, non attraversano un buon momento.

Per ora gli Stati Generali vanno così così: non male, ma neppure bene. La parata di star delle istituzioni europee solo dai suoi elogiatori professionali può essere considerata una prova dell’alta considerazione di Conte sul piano internazionale. Difficilmente potevano sottrarsi all’invito, per di più poco impegnativo come è un’incursione in teleconferenza, invito che veniva dal vertice di uno dei paesi fondatori, ma il fatto vero è che nessuno degli intervenuti ha detto più che parole di circostanza.

Il vero cuore della faccenda è se avrà successo il confronto diretto iniziato questa settimana con le varie corporazioni del paese, che è poi il modo con cui il premier punta a bypassare i partiti. La cosa non è sfuggita al “Corriere” che l’ha trovata interessante. Vedremo se avrà successo, perché per ora il gran consenso dei ceti dirigenti delle varie categorie sociali non si è visto. Conte ha proseguito sulla via degli interventi tampone, leggi tutto

Regioni ordinarie, a settembre si vota

Luca Tentoni - 13.06.2020

Il voto nelle sei regioni a statuto ordinario, fissato per il 20 e il 21 settembre, sarà un esame per le forze di governo e opposizione. Non conteranno solo le "bandierine" (cioè le presidenze conquistate: si parte da quattro a due per il centrosinistra, ma potrebbe finire tre pari) ma anche i voti alle "famiglie politiche". Alcune liste, infatti, fra le quali quella del Pd, saranno certamente penalizzate dalla presenza di "partiti del presidente" (così come accadrà alla Lega in Veneto con la lista Zaia), quindi i bilanci andranno fatti nel complesso, non nel dettaglio, a maggior ragione perché le specificità del voto in ciascuna delle sei realtà locali possono portare a scostamenti percentuali elevate rispetto al 2015, al 2018 e al 2019 che invece - prendendo tutte le regioni alle urne nel complesso - possono essere ricondotti a parametri di ragionevole utilità. Va innanzitutto fatta una distinzione fra il diverso rendimento strutturale dei tre poli nelle sei regioni: i Cinquestelle sono sistematicamente sovrastimati rispetto al dato nazionale (2018: 35,8% contro 32,7%; 2019: 19,5% contro 17,1%) mentre il destra-centro è sottostimato (35,3% nel 2018 contro il 37% nazionale; 48,4% nel 2019 contro 49,6%) e il centrosinistra è invece in linea (2018: regioni 22,5%, Camera 22,9%; 2019: 27,5% contro 28,1%). Se dunque le regionali sembrano in grado di restituirci una proiezione attendibile sul peso del centrosinistra, va fatta leggi tutto

L’enigma Conte

Paolo Pombeni - 10.06.2020

Va di moda fare l’oroscopo al governo Conte: non cade, cade, quando cade, come cade, ecc. L’unica cosa su cui c’è un consenso abbastanza ampio è che per ora regge, più che altro per mancanza di alternative (il che non è il modo migliore per reggere). Una crisi al buio, di questi tempi, non è augurabile per nessuno, neppure per l’opposizione, che certo lavora perché Conte lasci Palazzo Chigi, ma vorrebbe sapere con quali scenari per il dopo. In fondo uno sfascio totale non sarebbe nell’interesse di nessuno, neppure di Salvini e Meloni, che sono politici abbastanza navigati da sapere che il salto nel buio non è lo sport più consigliabile.

Al premier viene rinfacciata l’inclinazione al solipsismo. Ne ha data ampia prova durante la fase 1 della pandemia con l’uso eccessivo dei DPCM, la mania delle conferenze stampa che tanto somigliavano al desiderio di ergersi a colui che parla a tu per tu con la nazione. Ha proseguito in sostanza nella fase 2, mitigandosi appena un poco, ed è ricaduto nel vizio all’apertura della fase 3 con l’annuncio in solitaria di aver indetto gli Stati Generali dell’Economia.

I partiti che lo sorreggono non l’hanno presa bene, ed è comprensibile. La mossa è indirizzata ad intestarsi in prima persona la leggi tutto

Partito: una parola tabù

Luca Tentoni - 06.06.2020

Alla base della Seconda repubblica c’è un elemento di grande ipocrisia. Riguarda l'uso della parola "partito", che dopo il 1993 ha fatto la stessa fine della parole "patria"; ogni volta che "cade un regime", insomma, non sapendo fare i conti con la nostra storia li facciamo con la toponomastica (come in effetti è giusto) ma anche con il linguaggio corrente. Però, così come la Patria non è morta neanche l'8 settembre del 1943 (e semmai è risorta il 2 giugno 1946, a volerla dire con enfasi), tanto da essere rivalutata da un Capo dello Stato antifascista come Carlo Azeglio Ciampi, anche i partiti non sono affatto defunti. Anzi, già dal 1994, cioè nel primo parlamento della "Seconda repubblica", molti gruppi e molti soggetti politici (tranne il Ppi e il Pds, ad onor del vero) hanno continuato e continuano tutt'oggi ad agire come partiti, vergognandosi però di definirsi tali. Ciò è accaduto per tre motivi: negli ultimi ventisette anni, partito è sinonimo di corruzione, burocrazia politica, tangenti. In tutti i sondaggi il discredito per i partiti è a livelli record. Però è il nome che non piace, perché' se nove su dieci non amano i partiti, almeno sette su dieci (alle elezioni) li votano. Strano, vero? Il secondo motivo attiene al rinnovamento: leggi tutto