Ultimo Aggiornamento:
16 ottobre 2019
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Argomenti

Politica e mass media: dalle passioni alle emozioni

Luca Tentoni - 14.07.2018

Nei precedenti interventi su Mentepolitica si è fatto riferimento all'estrema volatilità (per certi versi volubilità) che caratterizza una parte consistente dell'elettorato italiano. Fra le tante interpretazioni possibili del fenomeno (oltre alla mobilitazione permanente, figlia di una campagna elettorale ininterrotta e all'affermazione di "partiti del leader") c'è anche un fattore che insieme è tecnico, politico ed emotivo. Lo sviluppo dei social network e il loro utilizzo come arma di diffusione dei messaggi politici, ma anche di lotta fra partiti e leader (oltre che fra i supporters dei diversi schieramenti, incitati a lanciarsi in duelli virtuali "all'arma bianca" da una comoda tastiera di computer contro altri utenti, creando masse di manovra e acuendo fratture sociali e culturali già esistenti nel mondo reale) ha orientato lo stesso rapporto fra i soggetti politici e gli operatori dell'informazione ad adeguarsi a ritmi e a canoni comunicativi molto diversi rispetto al passato. La stessa crisi della carta stampata, il calo di attenzione dei lettori nei confronti di articoli lunghi, rendono ormai necessari messaggi brevi, diretti. Una buona battuta, uno slogan, un'invettiva sintetica sono molto più efficaci di discorsi ponderati, ricchi di contenuti, di idee, di progetti concreti. Accade un po' ciò che successe molti anni fa quando l'audience leggi tutto

Populismi e furberie

Paolo Pombeni - 11.07.2018

La politica italiana continua ad essere ingabbiata entro la cornice della sfida populista. Non è possibile attribuirne la colpa al solo Salvini, sebbene sia il personaggio più attivo nel promuoversi in questo ruolo. Molti, se non proprio tutti (ma le eccezioni sono poche), lo seguono  su questo terreno: un po’ perché una quota della attuale classe politica si è formata più che altro in quei “bar sport digitali” che sono i cosiddetti social; un po’ perché anche in personaggi che dovrebbero essere più sperimentati prevale la convinzione che oramai solo così si trova audience.

Chi si sottrae, magari perché non ha la stoffa per quel genere di intemerate, si guarda bene dal mettere in discussione quel contesto comunicativo. Lo si è visto in maniera più che chiara nell’intervista che il presidente Conte ha rilasciato alla “Stampa” il 10 luglio: un avvocatesco approccio per dire che in fondo era d’accordo su tutto quel che facevano i suoi due vice, Di Maio e Salvini, e se parlava poco era perché studiava i dossier (a qual fine non è chiaro).

Il fatto è che in un equilibrio ancora precario continua a dominare la voglia di tenere “caldi” i rispettivi elettorati, fosse mai che si dovesse tornare alle urne, e leggi tutto

Elettori, partiti e leader: un rapporto senza impegno

Luca Tentoni - 07.07.2018

La campagna elettorale permanente che mobilita leader, elettori e soggetti politici da almeno quindici anni (della quale abbiamo parlato nello scorso appuntamento con Mentepolitica) ha finito per ripercuotersi sulla natura, la struttura, la forma stessa dei partiti italiani. Questi ultimi, peraltro, erano già interessati da mutazioni comuni a tutte le democrazie, ma che da noi si erano accentuate col passaggio dal sistema dei partiti che aveva caratterizzato la Prima repubblica a quello - più "liquido" da una parte e più leaderistico dall'altra - della Seconda. Più in generale, come scrive Marino De Luca in "Partiti di carta" (Carocci, 2018) "la logica degli effetti e delle influenze ha rapidamente trasformato i partiti politici in contenitori di issues a tempo determinato, destinati a vivere pochi anni prima di destrutturarsi e ristrutturarsi intorno a nuove issues. Il ruolo che hanno assunto nella sfera pubblica risulta veicolato da fattori che prescindono dalla stessa sfera organizzativa". De Luca, nel suo saggio, osserva i mutamenti dei partiti e la vita effimera di quelli nuovi: se fra le liste presenti alla Camera, nel 1992, il 36% era costituito da "vecchi partiti", nel 1994 siamo passati al 12%, nel 2008 di nuovo al 33% e nel 2018 al 21%. Molti di quelli nuovi sono partiti che De Luca definisce leggi tutto

Di Maio batte un colpo?

Paolo Pombeni - 04.07.2018

Dopo una lunga fase di presenzialismo esasperato di Salvini, conclusosi con la prspettazione a Pontida di un ciclo trentennale di governo, il secondo dei cosiddetti dioscuri governativi, Luigi Di Maio, non poteva esimersi dal reclamare un suo forte momento mediatico. L’ha trovato facendosi promotore del primo decreto del nuovo governo a cui, tanto per non essere da meno del suo competitore, ha voluto dare il nome altisonante di “decreto dignità”. Come da tradizione si tratta di un provvedimento “omnibus” in cui si mettono insieme cose diverse: da interventi in materia di diritto del lavoro, a norme contro la pubblicità alle scommesse, a sanzioni per le imprese che prendono aiuti dallo stato e poi licenziano o delocalizzano.

E’ roba buona più per andare in TV e sui social a lanciare qualche slogan contro il precariato e il Jobs Act di Renzi che per incidere davvero su problemi delicati. Non solo perché è stato tutto un va e vieni nella stesura delle norme, inevitabilmente soggette al vaglio delle autorità finanziarie che tutto vogliono tranne che creare problemi di instabilità in un momento delicato, ma anche per la complessità di materie che mal si prestano ad essere tagliate con l’accetta della propaganda. Si pensi leggi tutto

L'uguaglianza e la sinistra

Francesca Rigotti * - 04.07.2018

E' possibile che il crollo della sinistra, che si verifica un po' ovunque nei paesi della tarda modernità postindustriale, sia dovuto al venir meno dell'appeal del suo valore portante, l'uguaglianza? E se così fosse, occorre darsi da fare per resuscitarla e riproporla come principio costitutivo fondante e indispensabile della democrazia liberal-egualitaria? O avrebbe più senso cercare di ricompattare la sinistra indirizzandosi verso altri valori e quali?

Il fatto/problema è che la società degli uguali, dell'uguaglianza di diritto (e di fatto) nonché dell'uniformità sociale pare non attrarre più. Le si è sostituita, per motivi dovuti a  trasformazioni economiche e tecnologiche, una società di individui o meglio di enti singoli (non solo persone) le cui differenze vengono coltivate ad arte e quasi performate affinchè siano sempre più forti e marcate. All'idea del lavoro diviso tra sfruttatori e sfruttati, per es., si è sostituita la percezione del lavoro tout court, e accanto ad essa la prassi sociale della cura di sé, della performatività, dell'elaborazione – grazie alle tecnologie digitali – di profili tanto densi e complessi quanto unici e irrepetibili.

Oltre a ciò, un nuovo paradigma o modello non egualitarista leggi tutto

Quindici anni di campagna elettorale

Luca Tentoni - 30.06.2018

Le "comunali" del 10 e 24 giugno sono state l'ennesimo capitolo di una perenne campagna elettorale (non finita: ci attendono le europee del 2019 e le regionali del 2018-2020) che ha riguardato (negli ultimi venti mesi) le regionali in Val d'Aosta, Molise, Friuli-Venezia Giulia, le politiche del 4 marzo 2018, le comunali del 2017, la consultazione popolare sull’autonomia del lombardo-veneto, il referendum costituzionale del dicembre 2016. Ma anche, risalendo nel tempo, il referendum del 2016 (con quorum mancato), le elezioni regionali del 2014-2016 e le comunali dello stesso periodo, le europee del 2014 e ancora le politiche del 2013 e le due “primarie” Pd del 2012-‘13. Senza contare le comunali del triennio 2011-2013, particolarmente favorevoli al centrosinistra, così come i referendum del 2011 che videro la vittoria del cosiddetto "fronte arancione". E ancora: le regionali del 2010, le europee del 2009, le politiche del 2008 e del 2006, le regionali (che il centrodestra perse quasi dovunque, tranne che in Lombardia e Veneto) del 2005, a loro volta precedute dalle primarie del Pd per Prodi nel 2004 e dalle europee dello stesso anno. A ben vedere, la mobilitazione dell'elettorato - a diversi livelli territoriali, con contesti sociali, politici ed economici molto diversi fra loro - dura da circa quindici anni. Un conflitto continuo che ha logorato e in parte dissolto poli forti del 43-48% dei leggi tutto

L'uguaglianza e la sinistra

Francesca Rigotti * - 30.06.2018

E' possibile che il crollo della sinistra, che si verifica un po' ovunque nei paesi della tarda modernità postindustriale, sia dovuto al venir meno dell'appeal del suo valore portante, l'uguaglianza? E se così fosse, occorre darsi da fare per resuscitarla e riproporla come principio costitutivo fondante e indispensabile della democrazia liberal-egualitaria? O avrebbe più senso cercare di ricompattare la sinistra indirizzandosi verso altri valori e quali?

Il fatto/problema è che la società degli uguali, dell'uguaglianza di diritto (e di fatto) nonché dell'uniformità sociale pare non attrarre più. Le si è sostituita, per motivi dovuti a  trasformazioni economiche e tecnologiche, una società di individui o meglio di enti singoli (non solo persone) le cui differenze vengono coltivate ad arte e quasi performate affinchè siano sempre più forti e marcate. All'idea del lavoro diviso tra sfruttatori e sfruttati, per es., si è sostituita la percezione del lavoro tout court, e accanto ad essa la prassi sociale della cura di sé, della performatività, dell'elaborazione – grazie alle tecnologie digitali – di profili tanto densi e complessi quanto unici e irrepetibili.

Oltre a ciò, un nuovo paradigma o modello non egualitarista leggi tutto

Nostalgia della DC?

Michele Iscra * - 30.06.2018

C’è una strana nostalgia che gira almeno per certi ambienti dell’Italia: il rimpianto della DC. Non esattamente come partito cattolico, perché non sono più i tempi, bensì come partito che viene ricordato come capace di fare sintesi, di coltivare e trasmettere una qualche forma di identità nazionale capace in definitiva di parlare a tutti, anche agli avversari. E’ in parte il mito di don Camillo e Peppone, inventato da Guareschi, che appunto rappresentava un paese dove alla fine tutti, clericali e mangiapreti, quando erano parte del “popolo” si riconoscevano in una comune cultura di base in materia di moralità pubblica, di rapporti tra i sessi, di atteggiamento di fronte alle incognite del futuro.

Se qualcuno ha presente quelle storie, esse non a caso erano collocate in un “mondo piccolo”, di cui non facevano parte né i vescovi e i cardinali, né gli intellettuali che dirigevano il PCI al vertice e nelle città. Anzi i due protagonisti avevano alla fine problemi a rapportarsi con loro, capaci invece di trovare sentimenti comuni nella mitologia della Grande Guerra, in quella della Resistenza, ma nella versione popolare, e magari, di straforo, persino nella resa in segreto alle credenze degli uni e degli altri. leggi tutto

PD: Una disfatta neppure tanto strana

Paolo Pombeni - 27.06.2018

Una delle battute più fuorvianti è quella famosa di Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”. E’ l’autoconsolazione di tutti i politici che sognano un mondo senza ricambio e non tengono conto che prima o poi la domanda di circolazione delle elite si mette in moto. Certo, per allontanarla o diluirla, si potrebbe seguire il suggerimento che Aldo Moro dette una volta al suo partito: partendo allora dall’assunto che la DC per ragioni internazionali non poteva essere rimossa dal governo, il partito doveva costruire al suo interno l’opposizione a sé stesso.

E’ quanto più o meno tutti i partiti si illudono di fare, scambiando le lotte interne di fazione per una dialettica di ricambio e non considerando che così non si apre alcun circuito virtuoso. A Renzi accadde esattamente questo. Capì a suo tempo che il problema era il ricambio di elite e propose la famosa “rottamazione”. Gli andò bene, ebbe successo sia personale che elettorale, fintanto che non divenne palese la prospettiva asfittica dell’operazione: non un lavoro per immettere forze nuove, ma un giochetto per favorire cerchie di amici, neppure sempre all’altezza dei compiti, e per aggregare componenti interne delle filiere tradizionali subito disposte a cambiare casacca. leggi tutto

I sondaggi e la tentazione di una legislatura breve

Luca Tentoni - 23.06.2018

Sebbene il quadro politico sembri in via di stabilizzazione, l'ipotesi di un ritorno alle urne nella tarda primavera del 2019 non è tramontata del tutto. In altri tempi - anche abbastanza recenti - la formazione di una coalizione di governo dotata di una maggioranza parlamentare non eccessivamente grande (soprattutto in Senato) ma sufficiente per superare più di un ostacolo avrebbe indotto gli osservatori e le forze politiche a pensare di avere di fronte una legislatura capace di durare almeno due o tre anni, fino alle regionali del 2020 e forse oltre. Del resto, gli stessi alleati della coalizione giallo-verde prevedono - nel "contratto" - di fare un "tagliando" a metà del percorso, dunque verso la fine del 2020 ("le parti concordano sulla necessità di effettuare una verifica complessiva sull’azione di governo a metà della XVIII legislatura, allo scopo di accertare in quale misura gli obiettivi condivisi siano stati raggiunti e, se possibile, di condividerne degli altri"). Se le valutazioni su governo e coalizione non fossero soddisfacenti per entrambe le parti che sostengono l'Esecutivo, si potrebbe andare ad elezioni anticipate nella primavera del 2021. C'è però un fattore tempo che ormai sembra aver preso il sopravvento su tutto il resto. Nell'era in cui tutto si "consuma" mediaticamente in poco tempo, leggi tutto