Ultimo Aggiornamento:
07 dicembre 2019
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Argomenti

I social e la politica

Stefano Zan * - 16.01.2019

Che la rivoluzione digitale abbia radicalmente innovato i meccanismi di informazione e comunicazione anche in politica è cosa troppo nota per essere ripresa. Vorrei però concentrare l’attenzione su tre aspetti correlati: il protagonismo, la fissazione dell’agenda, l’organizzazione.

Se fino a poco tempo fa l’accesso ai media era riservato ad un’èlite assai ristretta di persone oggi chiunque, attraverso i social può dire la sua o direttamente oppure approvando (like) o inoltrando idee e pensieri di altri. In qualche modo tutti sono diventati protagonisti e sanno che qualcuno leggerà quello che scrivono gratificando il narcisismo che li rende convinti di dire qualcosa di rilevante. Un presenzialismo senza filtri che, unito al format comunicativo dei social, sollecita gli istinti più viscerali delle persone e il loro contributo al dibattito politico si limita quasi sempre alla propaganda o all’insulto. Al di là di ogni valutazione di merito sulla qualità culturale, linguistica, politica di questa forma di espressione, resta il fatto che tutti si sentono protagonisti e partecipi ben al di là di quanto succedeva fino a pochi anni orsono e questo certamente ha cambiato e cambia il modo di pensare alla politica. Qualsiasi affermazione di qualsiasi politico in tempo reale finisce in rete e leggi tutto

I "primi" cento anni di Giulio Andreotti

Francesco Provinciali * - 16.01.2019

Avevo incontrato per la prima volta Giulio Andreotti molti anni fa a Genova, in occasione di un evento istituzionale.

Intrigato dalla curiosità di conoscerlo, oltre la fama politica che lo accompagnava mi avevano colpito di lui due aspetti fisici: la statura considerevole e le mani affusolate, quasi da pianista.

E a suo modo è stato davvero un grande solista nell’orchestra della politica italiana e internazionale.

Ricordo anche che nei convenevoli iniziali dei saluti di circostanza confuse per affinità di cognome un suo proconsole in terra di Liguria, un politico “di area” o di “corrente” come si diceva allora, con un alto dirigente di un’importante azienda nazionale.

Ripensando anni dopo a quella fugace stretta di mano e a quel piccolo lapsus mi sono venute in mente le accuse sui baci, sugli abbracci e sugli incontri narrate da malavitosi e assassini imprestati prima alla mafia e poi al pentitismo facile e imbonitore.

Nel mio piccolo credo, con tutti i miei difetti, di non aver fatto qualcosa di tanto grosso da meritare un pubblico pentimento postumo, altrimenti non mi sarei perdonato quella stretta di mano così innocente ma, vista a posteriori e per lui leggi tutto

Verso il test regionale del 2019

Luca Tentoni - 12.01.2019

Fino a qualche tempo fa, le elezioni regionali (quelle delle regioni a statuto ordinario, s'intende) erano concentrate negli anni che finivano col cinque (1975, 1985, 1995...) o con lo zero (1970, 1980, 1990...). Ora sono disperse e, aggiungendosi ai rinnovi dei consigli delle regioni a statuto speciale, finiscono per costituire importanti test elettorali annuali. Nel 2019 si voterà in Abruzzo (10 febbraio), Sardegna (24 febbraio), Basilicata (26 maggio), Calabria ed Emilia-Romagna: tutte regioni guidate da "governatori" del centrosinistra (e nelle quali - come è facile prevedere - il Pd non riuscirà a "fare il pieno" come la scorsa volta). Fra la fine del 2017 e il 2018, invece, si è votato in Sicilia, Molise, Lombardia, Lazio, Val d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia e nelle province di Trento e Bolzano: in tutto, sette regioni (tre ordinarie e quattro speciali) contro le sei del 2019 (cinque ordinarie, una speciale). Il corpo elettorale della tornata 2018 è stato di poco inferiore ai venti milioni di aventi diritto. Quello che ci attende è un test compiuto su un campione di popolazione più ristretto, ma comunque significativo. Lo scopo di questa riflessione è cercare di vedere se, nel confronto fra il voto regionale del 2018 (più la Sicilia 2017) e quello politico del 4 marzo dello stesso anno ci sono differenze rilevanti e se ci sono comportamenti strutturali dell'elettorato, in relazione leggi tutto

La politica dell’immaginario

Paolo Pombeni - 09.01.2019

Superata la boa del varo della legge finanziaria, arrivano al pettine tutti i nodi di una politica che è un incredibile impasto di immaginario e cinismo. Difficile che potesse andare diversamente.

I Cinque Stelle si misurano con la differenza siderale che passa fra una politica da rappresentare su un palcoscenico, reale, mediatico o digitale che sia, ed una da realizzare nel concreto delle situazioni storiche. Un po’ di cultura non guasterebbe, ma se non c’è bisogna limitarsi a prenderne atto. Quasi tutte le proposte dei pentastellati hanno in mente un mondo immaginario in cui basta volere le cose buone (o presunte tali) perché possano dare a cascata buoni frutti. L’idea che la natura umana sia un po’ più complicata non li sfiora, al massimo prevedono pene severissime per chi si permettesse di non comportarsi secondo la loro visione. Che poi queste pene, sempre per via del principio di realtà, non solo siano difficili da applicare, ma anche poco dissuasive non importa. Avessero letto a scuola “I Promessi Sposi” saprebbero come minimo che esiste il precedente delle “grida” seicentesche su cui opportunamente attirava l’attenzione il Manzoni.

Il massimo livello dell’immaginario si è raggiunto con la proposta di riforma costituzionale per l’introduzione di un leggi tutto

Sorgenti

Stefano Zan * - 09.01.2019

Ha ragione Pombeni quando in un articolo di qualche settimana fa sostiene che la crisi dei progressisti non dipende solo dai partiti ma dall’inaridimento di quelle “sorgenti” da cui i partiti traevano linfa vitale, analisi, proposte, suggestioni, sostegno (stampa, riviste, intellettuali, centri studi, forze sociali). Basta pensare alla qualità e quantità di intellettuali di valore che per anni hanno affiancato i sindacati e che oggi non esistono più.

Ma allora la domanda vera diventa quando e perché questo inaridimento, oggi molto evidente, è iniziato?

La mia risposta è che sul finire del secolo scorso è venuto meno il collante ideologico che, seppure in maniera lasca, per decenni aveva “tenuto insieme” partiti, sindacati, cooperazione, centri studi, intellettuali, le sorgenti appunto. Quel collante era il socialismo che pur nelle sue infinite declinazioni aveva alcuni punti fermi: l’emancipazione dei lavoratori, le grandi riforme (sanità, pensioni, welfare), il contrasto agli aspetti più negativi del capitalismo. Un’ideologia, intesa come sistema tendenzialmente coerente di valori e come visione del mondo che da un lato produceva identificazione e dall’altro induceva le varie sorgenti ad alimentare dibattito e riflessioni sui temi più rilevanti. Con i processi di secolarizzazione e con la fine del socialismo reale l’ideologia socialista, latamente intesa, è andata in leggi tutto

La dinamica centro-periferia nelle elezioni politiche della repubblica italiana

Michele Amicucci * - 09.01.2019

In Capitali regionali, le elezioni politiche nei capoluoghi di regione 1946-2018, Luca Tentoni offre un’interessante disamina delle vicende elettorali italiane a partire dal referendum istituzionale che ha inaugurato la nostra storia repubblicana sino alle recenti politiche del marzo 2018, eleggendo i capoluoghi di regione quali unità d’analisi. Le capitali regionali, i 19 capoluoghi di regione più Bolzano e Trento, sono il punto di osservazione primo delle 19 elezioni politiche occorse dal 1946 ad oggi.

In quello che si rappresenta come un prezioso contributo agli studi di geografia elettorale urbana – oltre che essere un’interessante rilettura della storia politica dell’Italia repubblicana, osservata attraverso l’angolatura del rapporto “centro-periferia” – le cosiddette “piccole capitali” si pongono come attore collettivo nell’arena politica del nostro paese. I capoluoghi di regione, con il proprio retroterra culturale, economico, sociale, hanno da sempre vantato una certa natura sui generis da un punto di vista politico-elettorale nei confronti delle rispettive provincie. Per quanto lo sguardo di Tentoni resti costantemente legato ad una revisione della dinamica elettorale sull’asse “centro-periferia”, di cui l’indice di disomogeneità geopolitica e quello di difformità ne sono strumenti d’analisi effettivi, leggi tutto

L'"altra Italia" di Mattarella

Luca Tentoni - 05.01.2019

Il discorso di fine anno del Capo dello Stato ha stupito molti ascoltatori e commentatori per le argomentazioni e i toni "controcorrente" usati da Mattarella. Alcuni si aspettavano un cenno di risposta alle ingiurie, alle accuse immotivate che gli sono state mosse durante la gestione della più complessa crisi di governo del Dopoguerra. Se il presidente avesse replicato, avrebbe finito per rinfocolare polemiche, per accentuare attriti. In pratica, avrebbe dovuto rinnegare quel messaggio di unione, di ricerca dello stare insieme e di ricostruire le ragioni della comunità che invece ha affermato nel discorso di fine anno. Ha invece marcato la diversità di una comunicazione tradizionale ma non formale. Ha per un momento fatto tornare in primo piano il Paese che non vive di odio e di costruzione di paure e di nemici, ma l'Italia che ogni giorno si riscopre unita per superare le difficoltà e mettere le proprie grandi risorse umane, relazionali ed economiche a disposizione degli ultimi, dei dimenticati. Il filo del discorso di Mattarella è lineare. Lo si ritrova in tutti i principali momenti del messaggio agli italiani: l'accenno alla semplicità dell'appuntamento di fine anno che stride con la compulsiva attività dei politici (e di molti altri) che ormai leggi tutto

Il meraviglioso mondo giallo-verde

Paolo Pombeni - 19.12.2018

Come previsto da più parti, noi inclusi, alla fine di mesi di scontro con Bruxelles si è ripiegato su una manovra che prevede un punticino in più di quel che aveva proposto inizialmente il ministro Tria che aveva chiaro il quadro di quel che si poteva negoziare con la Commissione Europea: lui aveva previsto 1,9%, si chiuderà al 2,04 (in cui lo 0,4 è un trucchetto comunicativo per fingere che non si è ceduto del tutto). Non torniamo a ribadire che la faccenda ci è costata più di un miliardo in interventi sui nostri titoli di debito pubblico, perché ormai lo sanno tutti.

Non ci stupiamo che nonostante tutto Salvini e Di Maio facciano buon viso a cattivo gioco: è quel che più o meno i politici fanno sempre. Le incognite a questo punto sono due: cosa succederà in parlamento e cosa succederà quando la gente farà i conti con il risultato pratico di questa manovra, che viene presentata come meravigliosa.

Il primo punto è ambiguo. Detto banalmente, il governo presenta la manovra come un programma che si deve prendere a scatola chiusa: non c’è spazio per una discussione in commissione al Senato, bisogna fare in fretta e poi votare in Aula dove si metterà la fiducia. leggi tutto

Contro la revoca della cittadinanza

Bruno Settembrini * - 19.12.2018

Il decreto-legge in materia di sicurezza e immigrazione (n. 113 del 2018), il cui iter parlamentare si è appena concluso, contiene molti aspetti critici, che sono stati ampiamente commentati e analizzati. Ma vi è una norma, l’articolo 14, che, a me pare, è stata ingiustamente trascurata nel dibattito. É vero che si tratta di una disposizione simbolica, nel senso che difficilmente produrrà effetti pratici. Ma essa è simbolica anche nel senso che bene rappresenta quanto di inquietante è avvenuto in questi mesi con la chiusura dei porti e con la limitazione, di fatto, della possibilità di chiedere asilo politico in Italia (ed ogni persona in meno che giunge in Italia significa, nelle condizioni attuali, una persona in più torturata e stuprata nei campi libici).

 L’articolo 14 prevede, in presenza di una condanna definitiva per reati di terrorismo ed eversione, la revoca della cittadinanza per coloro che l’abbiano acquisita per matrimonio o naturalizzazione (ad esempio dopo dieci anni di residenza in Italia) e per gli stranieri nati in Italia e divenuti cittadini dopo aver risieduto in Italia legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età. Si creano così, di fronte alla medesima condanna, cittadini di serie A (quelli che non possono perdere la cittadinanza) e cittadini di serie B (quelli che possono perderla).

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I capponi di Renzi

Stefano Zan * - 15.12.2018

La cosa più singolare delle dinamiche congressuali del PD è che si ha la netta sensazione che l’unico che si è reso pienamente conto che il renzismo è finito sia lo stesso Renzi.

Per renzismo intendo quel progetto innovativo di modernizzazione del partito e della società italiana che Renzi ha incarnato negli ultimi anni. Che si fosse d’accordo o meno quel progetto ha rappresentato una sfida importante per la politica italiana e innegabilmente ha prodotto anche risultati positivi considerando la pesante crisi economica in cui si è trovato ad operare.

Piaccia o non piaccia e per una molteplicità di ragioni, quel progetto è fallito, come hanno decretato gli elettori, e non è più riproponibile. E non c’è dubbio che una parte non marginale delle ragioni del fallimento sia dovuta alla conflittualità interna del partito e alla pesante opposizione che la minoranza interna ha esercitato in tutti i modi fino ad arrivare alla scissione.

Renzi ne ha preso atto mentre buona parte del partito gioca ancora con gli occhi rivolti al passato.

Il PD, attraverso il congresso, dovrebbe “inventarsi” un nuovo progetto, una nuova visione, una nuova strategia, non solo in ragione del proprio fallimento ma anche in ragione dello straordinario successo degli altri che oggi guidano leggi tutto