Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

La democrazia e le sue crisi

Andrea Frangioni * - 31.03.2018

Si moltiplicano le grida di allarme sulla crisi delle democrazie occidentali; da ultimo si veda la rassegna di studi recenti apparsa su «La Lettura» del «Corriere della Sera» dello scorso 25 febbraio. Vale la pena, allora, interrogarsi se una prospettiva storica di lunga durata ci possa essere d’aiuto.

Il fenomeno, al fondo, è ancora quello descritto da Tocqueville: l’imponente, drammatico, sconvolgente avvento dell’eguaglianza delle condizioni, con il tramonto della società aristocratica, dei suoi valori e della visione morale e religiosa unitaria che portava con sé. Come è stato scritto, il tramonto di un modello eteronomo per affermare l’autonomia individuale.

È il fenomeno che esplode con la rivoluzione americana, la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale. I liberali ottocenteschi ne erano figli ma al tempo stesso ne temevano le conseguenze e cercarono di limitarlo, di contenerlo: è questa la logica del suffragio limitato, del compromesso istituzionale con la monarchia e con l’aristocrazia e della ricerca di una conciliazione tra liberalismo e religione. Ed è anche, in politica estera, la ratio del principio di equilibrio e del concerto delle potenze ottocenteschi.

Ma questo compromesso nulla poté di fronte all’ulteriore cammino della democrazia: l’ingresso in politica delle masse, la nascita dei partiti socialisti e lo sviluppo dei sindacati già fecero leggi tutto

Grandi manovre e piccole tattiche

Paolo Pombeni - 28.03.2018

Dunque eccoci alla prova del budino: le elezioni hanno messo in luce che ci sono vincitori e vinti  e adesso ai vincitori tocca mostrare che sono capaci di mettere a reddito i consensi che hanno ricevuto nelle urne. Impresa non facile perché per farlo i vincitori della gara elettorale avrebbero bisogno di qualcosa che dalla conta delle schede non è uscito, cioè una maggioranza di governo attribuita ad una delle forze che l’avevano chiesta ai cittadini accorsi a compilare le schede.

E’ dunque venuta l’ora della fantasia politica indispensabile per uscire dall’impasse in cui il sistema è stato cacciato da una legge elettorale mal congeniata e peggio gestita. L’operazione è tutt’altro che facile perché è condizionata da una campagna combattuta a suon di slogan e di scomuniche reciproche. Chi pensava che tanto quelle erano parole al vento, sarà costretto a ricredersi, non perché riteniamo che i partiti ci credessero davvero, ma perché chi li ha votati farà poi fatica ad accettare che invece della nuova politica della trasparenza continui la vecchia dell’accomodamento alle circostanze.

Eppure le due tendenze hanno convissuto, almeno nelle dinamiche che hanno portato all’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Qui i Cinque Stelle hanno voluto a tutti costi piantare la leggi tutto

Trent'anni fa l'assassinio di Roberto Ruffilli: ciò che non abbiamo imparato da lui

Raffaella Gherardi * - 28.03.2018

Trent'anni fa, il 16 aprile 1988, le Brigate rosse assassinavano Roberto Ruffilli, Professore nella facoltà di Scienze politiche di Bologna, allora Senatore della Democrazia Cristiana e membro della Commissione Bozzi per le riforme istituzionali. Il comunicato che venne fatto successivamente ritrovare, in cui veniva rivendicata la sua uccisione, si apriva con affermazioni che ancora oggi danno i brividi nella loro spietata lucidità: vi si affermava infatti di aver  "giustiziato"  Roberto Ruffilli quale "uno dei migliori quadri politici della DC, l'uomo chiave del rinnovamento" e di un progetto che aspirava ad aprire una nuova fase costituente e la riformulazione delle regole del gioco, nell'ambito di un processo di razionalizzazione dei poteri dello Stato. Inoltre, l'accusa delle accuse da parte  dei suoi assassini, era quella secondo la quale Ruffilli aveva saputo "concretamente ricucire", intorno a questo progetto, "tutto l'arco delle forze politiche", comprese le "opposizioni istituzionali". Ecco disegnato il profilo di chi le Brigate rosse avevano individuato come nemico da colpire a morte: Ruffilli come uomo delle riforme e del rinnovamento, capace di chiamare a raccolta, senza pregiudiziali di sorta, forze politiche diverse sul tema di un confronto aperto e a tutto campo, nel segno dei nuovi compiti spettanti allo Stato. Storico delle istituzioni, leggi tutto

Partiti, l'era della precarietà

Luca Tentoni - 24.03.2018

Sebbene in misura ridotta rispetto al passaggio fra il 2008 e il 2013, anche le elezioni del 4 marzo scorso hanno fatto registrare una volatilità elettorale superiore al 25%. Un italiano su quattro (nella stima più prudente) ha cambiato voto rispetto alle politiche precedenti. Nel 2013 la volatilità si era attestata poco sotto il 40%. È una caratteristica tipica della Seconda Repubblica: nata dopo il terremoto elettorale del 1992 (soprattutto al Nord) e del 1994 (generalizzato ma più incisivo al Sud), l'epoca caratterizzata dallo scontro fra due (1996, 2001, 2006, 2008) o tre poli (1994, 2013, 2018) ha avuto un periodo centrale di stabilizzazione, anche se con una carsica tendenza al movimento che non è mai del tutto scomparsa. È vero: la Prima repubblica non aveva rapporti di forza del tutto cristallizzati, perché la Dc ha oscillato fra il 35,2% del 1946 e il 48,5% del 1948, per scendere al 40,1% nel 1953, risalire al 42,4% nel 1958, per poi finalmente assestarsi sul 38-39% nel periodo 1963-1979; così il Pci, che nel '76 è passato dal 27,2% al 34,4% e nel '79 è ridisceso al 30,4%. Quel che però sembrava eccezionale e strabiliante nei primi quarantacinque anni di Repubblica è diventato ordinaria amministrazione dal 1992 in poi. Prima ci fu un crollo della Dc (dal 34,3% al 29,7%) nell'anno in cui la Lega salì dallo 0,5% all'8,7% (1992). Poi, però, quella abitudine "sedentaria" dell'elettore medio si è trasformata in una mobilità che leggi tutto

Absit iniuria verbis

Stefano Zan * - 24.03.2018

Nel linguaggio comune ci sono due termini che hanno un blando valore offensivo mentre nel linguaggio politico hanno assunto il valore di categorie analitiche se non di veri e propri concetti. Mi riferisco ai termini idiota e stupido.

Per la verità nell’uso politico il termine idiota si accompagna sempre all’aggettivo utile. Non è chiaro chi sia stato il primo ad usare questa espressione. Secondo l’enciclopedia Treccani potrebbe essere stato Lenin, ma non ci sono tracce nei suoi scritti. Altri dicono sia stato Stalin. Altri ancora qualcuno del loro entourage. Non importa. Quel che conta è che con “utile idiota” si faceva riferimento a quanti, nell’occidente, sostenevano la rivoluzione bolscevica. Utile perché questo portava sostegno all’immagine del regime sovietico e veniva appunto utilizzato per la propaganda dello stesso regime. Idiota, con riferimento a quella che una volta era considerata una vera e propria malattia, l’idiozia, perché questo sostegno in realtà sarebbe andato contro gli interessi di chi lo stesso sostegno esprimeva. Da allora l’espressione si riferisce a tutti coloro che inconsapevolmente sostengono un partito che non fa e non farà i loro interessi.

L’utile idiota è persona appassionata, positiva, attiva che però sbaglia, senza averne consapevolezza, la parte a cui affida il suo impegno, leggi tutto

La vigilia

Paolo Pombeni - 21.03.2018

L’attenzione si appunta sull’apertura dei lavori delle due Camere, anche se i media fanno a gara a spiegarci che tutto o quasi è praticamente deciso, sia per le presidenze che per le strategie per formare il futuro governo. Come sempre non è così, ma il gioco ad accaparrarsi la palma del “noi lo sapevamo già e ve l’avevamo anche detto” ha sempre il suo fascino.

In realtà ben poco è chiaro. Innanzitutto non si capisce ancora cosa guiderà la scelta finale dei due presidenti. Lasciamo da parte le rituali affermazioni sulla necessità di figure di alto spessore che diano automaticamente lustro alla seconda e terza carica dello Stato: fra quelle che ci vengono propinate non ce ne sono. Poco spazio sembra trovare al momento anche l’ipotesi di dare una camera alla maggioranza ed una alla opposizione, per la semplice ragione che una maggioranza non c’è e di conseguenza si fatica a capire chi possa rappresentare l’opposizione nel suo complesso. Oltre tutto questa prassi è stata una parentesi nella storia della repubblica essendo stata in vigore solo dal 1972 al 1992, cioè vent’anni su settanta. Per il resto le maggioranze si sono prese entrambe le Camere, semmai spartendosele fra i membri della coalizione di governo, giusto per leggi tutto

La "popolocrazia"

Luca Tentoni - 17.03.2018

In Europa le forze "populiste" riscuotono buoni risultati quasi dappertutto: anche in Italia, come si è visto alle elezioni del 4 marzo scorso. C'è però da intendersi su una definizione che - già sfumata e sfuggente per natura - è spesso usata impropriamente, più "con un senso peggiorativo e stigmatizzante, verso un avversario, per screditarlo", che per coglierne e delimitarne i contorni. Nel suo "Popolocrazia" (Laterza, 2018) scritto con Ilvo Diamanti, Marc Lazar affronta il tema della metamorfosi delle nostre democrazie cercando di individuare le varianti di un fenomeno che è molto più complesso di quanto comunemente si creda. Riprende una frase di Marc Bloch adattandola e applicandola alla situazione attuale: "Populisti, antipopulisti, smettiamola di litigare, cerchiamo di comprendere che cos'è il populismo e cosa sono i populisti". In effetti, "populismo" e "populisti" sono "parole contenitore", generiche quanto basta per comprendere fenomeni molto diversi. Non si tratta soltanto di partiti che contestano le forze politiche tradizionali o l'establishment "o incensano il popolo, fustigano l'Europa, esaltano la Nazione, respingono gli immigrati, avanzano in continuazione proposte semplicistiche, si servono della demagogia. Non prosperano solo in paesi in recessione sottoposti a politiche di rigore e caratterizzati da forte disoccupazione, generalizzazione del precariato e allargamento delle diseguaglianze". In altre parole, se leggi tutto

Chi ha paura di nuove elezioni

Stefano Zan * - 17.03.2018

Gli osservatori della politica dovrebbero evitare due errori fondamentali: il primo è quello di fare previsioni puntuali; il secondo è quello di dare suggerimenti ai partiti. Dovrebbero limitarsi a mettere in evidenza scenari, possibili evoluzioni, contraddizioni, problemi, lasciando poi a chi di dovere assumere decisioni. Nel rispetto di questi due principi mi pare si possa prendere in considerazione il fatto che uno dei possibili esiti di questa situazione di stallo, che non prevedo e non auspico, ma mi limito ad analizzare, è un rapido (qualche mese?) ritorno alle urne.

Alcuni sostengono che non si possa fare con la stessa legge elettorale perché non cambierebbe nulla. Ma se non si riesce a formare un governo non si capisce come e perché si potrebbe invece riuscire a fare una nuova legge largamente condivisa. Ci sono elevate probabilità che, nel caso, si ritorni alle urne con la stessa legge e i risultati, secondo me, sarebbero profondamente diversi. Vediamo perché.

Il crollo dei partiti minori (Liberi e Uguali, Insieme, Casini e Lorenzin, Quarta gamba, ecc.) è stato talmente pesante da renderli aritmeticamente inutili per qualsiasi coalizione. Anzi, non mettere in lista certi candidati (esempio Casini a Bologna) potrebbe fare aumentare i voti leggi tutto

Giochi di Palazzo?

Paolo Pombeni - 14.03.2018

L’autoproclamatosi premier in pectore (altrimenti non ci sarebbe democrazia!) Luigi Di Maio liquida come giochi di Palazzo l’agitarsi convulso della politica a fronte di una situazione che non tanto ha visto uno stallo per mancanza di vincitori assoluti, ma che sconta una campagna elettorale giocata su promesse irrealizzabili che adesso vincolano i due partiti che potrebbero essere a un passo da Palazzo Chigi. Invece è solo la realtà politica che presenta il suo conto: la democrazia parlamentare non è una lotteria dove uno può estrarre il biglietto vincente con un colpo di fortuna.

Del resto, se di giochi di Palazzo si deve discorrere, già la questione di designare i vertici delle due Camere lo sono e i Cinque Stelle ci stanno partecipando alla grande. La delicatezza delle due posizioni sembra sfuggire e del resto era già accaduto nella legislatura appena conclusa, con la trovata di metterci Grasso e Boldrini, che non si sono rivelati esattamente due figure capaci di ricoprire il ruolo di mallevadori e garanti di una cultura politica nazionale capace di ricucire le lacerazioni di un paese in crisi. Così, una volta di più, le due presidenze vengono viste più come fortini da conquistare per piantarci la propria bandierina che leggi tutto

Calma e sangue freddo

Stefano Zan * - 14.03.2018

La passione che spinge e anima ogni campagna elettorale all’esito della stessa gioca brutti scherzi.

Tutti perdono lucidità. Chi ha “vinto” si esalta più del dovuto dimenticando, per esempio, che ha pur sempre contro più del 60% del Paese. Chi ha perso si deprime più del dovuto dimenticando che è comunque il secondo partito del Paese. Gli osservatori, gli opinion maker che oggi si chiamerebbero influencer, vanno letteralmente giù di testa e dicono sciocchezze a ruota libera.

Chi, come Scalfari e D’Alema sostiene che i 5stelle sono di sinistra perché sono stati votati da persone che prima votavano PD dimenticano: collocazione internazionale, programma, e governance del partito di Casaleggio; dimenticano che in parlamento siedono gli eletti e non gli elettori (e non mi pare che gli eletti, almeno quelli noti siano di sinistra); inoltre cominciano a costruire una profezia che si autoadempie: se è vero che i 5stelle sono di sinistra allora alla prossima elezione tanto vale votare loro che almeno vincono.

Poi c’è chi parla di obbligo morale per il PD di favorire subito la costituzione di un governo. Pasquino sostiene che il PD che si colloca all’opposizione è addirittura eversivo dimenticando che tutte le democrazie moderne hanno una maggioranza e un’opposizione che leggi tutto