Ultimo Aggiornamento:
23 febbraio 2019
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Argomenti

Le crisi di governo nell’Italia Repubblicana (1946-2018) *

Luca Tentoni - 06.06.2018

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 34,05 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati al 1° giugno riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2213 giorni (6 anni e tre settimane: molto più di una legislatura, dunque). L'8,44% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 403,57 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 14 governi (15 con Conte) contro i 51 della Prima, per complessivi 8774 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 626,65 giorni, 36,79 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 20 mesi e tre settimane contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi leggermente più lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano leggi tutto

Le elezioni comunali del 10 giugno

Luca Tentoni - 02.06.2018

Dopo i recenti sviluppi della crisi di governo, le elezioni comunali del 10 giugno prossimo possono assumere un'importanza di gran lunga maggiore rispetto a quella che avrebbero avuto in un contesto normale. Come abbiamo detto più volte, non è agile e neppure molto appropriato comparare il voto politico con quello amministrativo, per la presenza di liste civiche, di un'offerta che alle comunali è spesso diversa e articolata rispetto a quella nazionale e per il fatto che, il 10 giugno, alcuni simboli non compariranno sulle schede di tutti i centri interessati dal rinnovo di sindaci e consigli. Il M5s, per esempio, non sarà presente a Siena e a Vicenza. Tuttavia si può fare un raffronto con le elezioni comunali precedenti, limitandoci ai venti capoluoghi di provincia che vanno al voto (Brescia, Sondrio, Treviso, Vicenza, Imperia, Massa, Pisa, Siena, Terni, Ancona, Viterbo, Teramo, Avellino, Barletta, Brindisi, Catania, Messina, Ragusa, Siracusa, Trapani, ai quali - per completare il quadro - potremmo aggiungere Udine, dove si è votato qualche settimana fa) nel quadro di una consultazione che interessa circa 800 comuni e sette milioni di italiani. Rispetto al voto di cinque anni fa (in alcuni centri, tuttavia, il consiglio comunale uscente è stato eletto dopo il 2013) il panorama politico nazionale e locale è completamente leggi tutto

Non siamo un Paese indipendente. Qual è la novità?

Omar Bellicini * - 02.06.2018

Come al solito, ci concentriamo sui protagonisti, analizzando la politica con le stesse modalità con cui valuteremmo una soap opera. Probabilmente, è una tendenza inevitabile. Qualcuno dà la colpa ai talk show, ma chiunque si sia occupato di comunicazione (o di letteratura) sa che i personaggi sono sempre stati più intriganti dei concetti, in qualunque narrazione. Il racconto della vita pubblica non fa eccezione. Ma proprio per questo è necessario ribadire un principio: in politica gli uomini contano, ma conta ancora di più il contesto in cui si muovono. Vale, naturalmente, anche per quest'ultima crisi italiana; e sul punto occorre, forse, aggiungere qualcosa. Se il problema della "sovranità limitata" derivasse dall'arrendevolezza dell'attuale Capo dello Stato nei confronti delle pressioni internazionali, i cosiddetti sovranisti avrebbero gioco facile: scaduto il settennato, o sostituito anzitempo il Presidente (qualcuno continua a sperare), vedremmo magicamente rinnovata l'autonomia della Repubblica. Basterebbe eleggere un Presidente "del popolo", evitando il "solito amico dei poteri forti". Uno scenario semplice come uno slogan. Già, come uno slogan. Invece, a dispetto delle semplificazioni strumentali e dei personalismi di cui sopra, il fenomeno della "sovranità limitata" leggi tutto

Ghigliottina per le donne nel “governo del cambiamento”?

Raffaella Gherardi * - 02.06.2018

Mentre scrivo non è ancora chiaro se  lo sbandierato e celeberrimo Contratto per il governo del cambiamento del duo Di Maio-Salvini (in ordine alfabetico) diventerà nei fatti reale piattaforma del governo della presente legislatura o invece andremo in tempi brevi di nuovo al voto e nel segno di un governo “altro” rispetto a quello i cui obiettivi vengono  delineati nel documento di cui sopra.

Devo subito specificare che la versione del programma suddetto, suddivisa in trenta paragrafi, è quella  che ho trovato oggi (31 maggio) on line: dati i tempi altalenanti  che corrono,  chi sa mai che qualcosa non si aggiunga o non cambi ancora sulle montagne russe in cui i protagonisti del cambiamento ci conducono ogni giorno. Certo la parola “cambiamento” rappresenta il grido di battaglia/panacea di tutti i mali intorno al quale ci si propone di rilegittimare la politica e dare nuova linfa alla democrazia: “Vogliamo rafforzare la fiducia nella nostra democrazia – affermano in apertura i firmatari del Contratto - e nelle istituzioni dello Stato.”

Sarebbe facile commentare che se è vero  l’antico adagio secondo il quale“il bel giorno si vede dal mattino”, non abbiamo molto da rallegrarci noi, cittadine e cittadini italiani, quanto  al rafforzamento, dopo l’ultima tornata elettorale, della nostra leggi tutto

Il gran pasticcio

Paolo Pombeni - 30.05.2018

Che la crisi politica sia grave è sotto gli occhi di tutti coloro che li vogliono tenere aperti. Peraltro più la si analizza, più rivela la sua natura di gran pasticcio in cui si sono mescolate un gran numero di debolezze di sistema fino a portarci in un vicolo cieco che assomiglia tanto ad una trappola da cui sarà difficile uscire.

A dispetto di tutto il gran parlare che si fa di trasparenza si ha l’impressione che molto dipenda da elementi che non sono noti. Il punto di partenza è stato l’impegno del presidente della Repubblica di prendere sul serio lo sconquasso elettorale uscito dalle urne del 4 marzo cercando di pilotare l’inserimento delle pulsioni protestatarie che questo esprimeva nell’alveo di una loro normalizzazione istituzionale. L’obiettivo era consentire un ricambio di classe dirigente senza che questo significasse lo sconvolgimento del nostro sistema.

Era un disegno ambizioso ed audace al tempo stesso, meritevole di una valutazione positiva che non ha avuto. Si è scontrato ben presto con due condizioni invalidanti. La prima è stata la natura stessa del successo delle forze prevalenti, basata su una mobilitazione populistica che prometteva mari e monti ad un elettorato provato dalla paura di andare incontro a tempi cupi.

 

 

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Contratto di governo M5S-Lega

Leila El Houssi * - 26.05.2018

Il fantomatico contratto di governo tra Lega e movimento 5 stelle ha partorito nel suo insieme un compromesso alquanto pericoloso che spingerà il nostro paese a una pericolosa involuzione. Se sul fronte della politica interna molti commentatori e analisti hanno espresso la loro opinione sulle eventuali disposizioni che il contratto riporta, poco è stato detto su questioni che riguardano Ius Soli, politica estera e questione immigrazione.

Allo Ius Soli non viene dedicata neanche una riga probabilmente perché l’argomento per i nostri prossimi governanti non merita di essere contemplato.  E’ palese, ed è già emerso in campagna elettorale, che leghisti e pentastellati nutrano sentimenti che passano dal disprezzo all’indifferenza nei confronti di persone la cui origine non è italiana ma  che sono nate e/o cresciute nel nostro paese. Sono 800mila ragazze e ragazzi che ad oggi non sono tutelati dallo Stato italiano e sembra non esserci alcuna volontà per una soluzione L’unico riferimento che troviamo è al punto 18 quando si parla di 'politiche per le famiglie e la natalità''. In quest’articolo in cui si avvalora “il sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane” come ha recentemente sostenuto la ex ministra Livia Turco si “calpesta l'articolo 3 della Costituzione che vieta

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Questioni di forma?

Paolo Pombeni - 23.05.2018

Scrivendo della evidente irritazione del presidente Mattarella per come si sono svolte e ancora si stanno svolgendo le procedure per la formazione del governo molti commentatori hanno continuato a fare riferimento ai poteri di nomina del Presidente della Repubblica per quanto riguarda il presidente del Consiglio e poi i singoli ministri (art. 92 della costituzione). Questi poteri sarebbero stati bellamente ignorati dal duo Di Maio-Salvini incuranti del vulnus alla nostra Carta fondamentale.

Le traballanti conoscenze dei due quanto a grammatica e sintassi costituzionali sono note, ma dalla loro parte c’è la scusante che hanno alle spalle una lunga storia quantomeno di appannamento nell’esercizio dei poteri del Quirinale in materia di nomina del governo. Certo ci sono alcune eccezioni che Mattarella ha voluto richiamare, ma si contano sulla punta delle dita di una mano. Nella prima come nella seconda repubblica i presidenti del Consiglio sono stati quasi sempre indicati dalla coalizione di governo e i ministri dai partiti che la componevano. Quel che differiva da quanto si è fatto in questa circostanza era lo stile e la salvaguardia delle forme.

Ora si dice che le forme sono sostanza e naturalmente c’è del vero, ma lo è altrettanto il fatto che l’avere per decenni consentito leggi tutto

Ci vorrebbe un nemico …

Stefano Zan * - 23.05.2018

Prima di leggere questo articolo invito i lettori a fare un piccolo esercizio. Prendete carta e penna e tracciate due colonne: una per Lega-5Stelle l’altra per il PD. Su ognuna delle colonne elencate i nemici dichiarati dei primi e dei secondi così come emergono dai programmi e dalle dichiarazioni degli ultimi mesi. Segnatevi anche quanto tempo ci mettete per ciascuna colonna. Prendetevi il tempo che vi serve e poi tornate a leggermi.

 

Anch’io nei giorni scorsi ho fatto lo stesso esercizio che mi sono inventato per caso e ho ottenuto i seguenti risultati.

I nemici dichiarati di Lega e 5Stelle sono: Europa, euro, banche, burocrazie nazionali ed europee, la casta, i migranti, i delinquenti, i sindacati.

I nemici dichiarati del PD sono: la disoccupazione, le discriminazioni e non mi viene in mente altro.

Per comporre la prima lista ci ho messo 3 minuti. Per comporre la seconda alcune ore e comunque non ho trovato nessun nemico puntuale, con nome e cognome, ma solo generali e generiche situazioni di disagio.

Immaginando che anche a voi sia capitata la stessa cosa chiediamoci perché questo esercizio non è un semplice giochetto ma è invece un’importante spiegazione del perché gli uni vincono e gli altri perdono. leggi tutto

Passaggi difficili

Paolo Pombeni - 16.05.2018

Mattarella sta usando troppa pazienza? Chi si pone questa domanda non conosca come funzionano i passaggi difficili della politica. Non si sa ancora in che senso si stia facendo la storia, come piace affermare a Di Maio, ma, pur senza troppa enfasi, indubbiamente ci sarà un giro di boa.

Vediamo il quadro. Innanzitutto ci si sta misurando con la possibilità di un significativo ricambio di classe politica. Può piacere o non piacere, ma al contrario di quel che accadde nel 1994 gli uomini e le donne che stanno cercando di mettere insieme una formula inedita di governo non vengono dalla classe politica che ha presenze al vertice non diciamo nella prima, ma nemmeno nella seconda repubblica. Eppure nel complesso è una compagine che ha raccolto un largo consenso popolare, erodendo a morte il consenso dei partiti-pilastro dell’ultimo ventennio.

Ciò significa che se questi nuovi soggetti non riusciranno a consolidare il loro ruolo è probabile che il loro crollo di credibilità crei un vuoto che genera sconquassi. E’ questa la vera preoccupazione di chi osserva con un minimo di freddezza la situazione dall’esterno, pur senza avere, nella maggioranza dei casi, simpatia per i nuovi venuti. Il ragionamento che si fa è più o meno questo: leggi tutto

La fine del tripolarismo

Stefano Zan * - 16.05.2018

L’antiberlusconismo e l’antirenzismo militanti e viscerali hanno obnubilato per anni le menti di moltissimi opinionisti, giornalisti, intellettuali, politici e anche di non pochi elettori.

Ad esempio nessuno saprà mai cosa pensano davvero gli elettori italiani delle riforme costituzionali proposte qualche anno fa dal Centro Destra e il 4 dicembre dal PD. Entrambi i referendum sono stati sonoramente bocciati dagli italiani che però, nella stragrande maggioranza dei casi hanno votato, nella sostanza, un altro referendum: il primo contro Berlusconi, il secondo contro Renzi.

Ma la cantonata più grossa presa da coloro la cui lettura del mondo era cognitivamente condizionata dall’anti renzismo viscerale è stata quella di ipotizzare l’avvento del tripolarismo in Italia partendo dalla convinzione che il movimento 5Stelle fosse espressione della (nuova) sinistra, quasi che essere contro Renzi fosse di per sé sufficiente ad essere di sinistra, dimenticando per altro che contro Renzi era schierata da sempre la destra del Paese.

Basterebbe infatti ammettere che i 5Stelle sono “oggettivamente” di destra per capire molte cose di ieri e di domani.

Dico oggettivamente perché basta conoscere un po' di storia dell’Italia, dell’Europa, dell’America Latina per capire che il Movimento 5Stelle si iscrive fin dalle sue origini “naturalmente” in quel filone di pensiero e leggi tutto