Ultimo Aggiornamento:
15 dicembre 2018
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Argomenti

Il sentiero stretto del Quirinale

Paolo Pombeni - 18.04.2018

Fase di stallo quella della politica. Già, ma in attesa di cosa e perché? Queste le domande da farsi, trovando poco credibile ridurre tutto alle impuntature capricciose dei vari personaggi politici (che non mancano, ma che sono solo il contorno).

La risposta sarebbe persino banale: tutto dipende dal fatto che nessuno ha davvero vinto, ma nessuno può ammetterlo. Di conseguenza non è possibile al momento, in attesa di qualcosa che dall’esterno costringa tutti a far finta di trovare un accordo solo per piegarsi a ragioni di salvezza nazionale, avviare una mediazione. Rimane invece che tutti ragionano nei termini di una partita in cui si è combattuta una prima battaglia importante, ma non si è arrivati alla fine della guerra: si dovrà dunque attrezzarsi per la battaglia finale, quella della rivincita per alcuni, o del consolidamento della vittoria per altri.

Il rinvio attuale all’esito delle elezioni regionali in Molise e Friuli è solo un assaggio della convinzione che “la guerra continua” e che dunque ogni battaglia serve per consolidare posizioni e fornire premesse sull’esito finale dello scontro. Non che consideriamo la cosa come una prospettiva intelligente, ma questo è, e conviene prenderne atto, capendo che tutti agiscono in vista di una legislatura che prevedono breve e leggi tutto

L’ultimo dei Moikani: c’è o ci fa

Stefano Zan * - 18.04.2018

Di Maio è rimasto l’ultimo degli antiberlusconiani militanti. La cosa è al contempo curiosa e ingenerosa per molte ragioni.

Intanto addebitare a Berlusconi i disastri, assolutamente presunti, dell’economia italiana degli ultimi anni è singolare visto che Forza Italia è da tempo all’opposizione insieme ai 5Stelle.

Insieme ai 5Stelle Forza Italia ha combattuto Renzi in tutti i modi e, insieme, hanno fatto fallire la riforma costituzionale con il referendum del 4 dicembre.

Ma, soprattutto, Forza Italia ha regalato ai 5Stelle le città di Roma e Torino sottraendole al PD.

E’ vero che alle ultime elezioni Berlusconi è (ri)disceso in campo per l’ennesima volta adducendo il pericolo grillino a suo avviso ancora più insidioso di quello dei comunisti del ’94, ma così come allora “scherzava”.

Non si capisce dunque il perché di tanta ingratitudine e di tanto astio retroattivo. A meno che ….

Nelle sue ultime esternazioni, non sappiamo quanto reali o quanto tattiche e/o strumentali, Di Maio ipotizza un governo 5Stelle, Lega, PD con l’esclusione esplicita di Forza Italia.

Anche questa ipotesi è curiosa.

Da un lato è pronto a perdonare, nell’interesse del leggi tutto

I limiti della tecnica, il ruolo della politica

Luca Tentoni - 14.04.2018

Dopo il voto del 4 marzo, nel corso della crisi di governo, si è ricominciato a parlare di riforme elettorali. L'assunto di base è che per assicurare governabilità al Paese è necessario che un partito (o una coalizione omogenea) consegua la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Se l’ingegneria elettorale - come vedremo - non è una panacea, anche l'obiettivo sembra poco centrato. Come abbiamo visto nello scorso intervento su Mentepolitica, dedicato alle crisi di governo e alla loro durata, la permanenza in carica di un Esecutivo non corrisponde necessariamente (alcune volte, quando "si tira a campare", non corrisponde affatto) ad una maggiore efficacia delle politiche. Inoltre, la storia (anche della Seconda Repubblica) dimostra che persino con un numero di seggi ben superiore alla maggioranza minima si possono susseguire tre o quattro governi (più o meno basati sulla stessa coalizione di partiti) nel giro di una legislatura. Dunque, il premio (esplicito, come quota fissa di seggi in più o implicito, come meccanismo di sovrarappresentazione dovuto, per esempio, all'assegnazione di pochissimi seggi per circoscrizione senza recupero dei resti) non assicura un governo di cinque anni; quest'ultimo, poi, non garantisce una maggior efficacia delle politiche dell'Esecutivo. In pratica, sembra che il meccanismo (il premio, la durata in leggi tutto

La politica del Babau

Paolo Pombeni - 11.04.2018

Perdonate se la prendiamo alla leggera, ma l’attuale andazzo delle schermaglie politiche ci fa venire in mente la strategia che si segue, sbagliando (pedagogisti e psicologi criticano), per convincere i bambini a non fare qualcosa: attento, se ti comporti così viene il babau e ti mangia.

Nel caso della politica il babau è alternativamente la minaccia che i due autoproclamati vincitori  fanno di cambiare cavallo o di rimandare il paese alle urne. Il cambio di cavallo suppone che si disponga di un altro destriero su cui salire senza finire disarcionati. Il ritorno alle urne non dipende solo dai “vincitori”, perché ci vuole quanto meno il consenso del Presidente della Repubblica. In entrambi i casi non sembra che al momento ci siano le condizioni perché le minacce vengano prese sul serio, e questo spiega lo stallo almeno momentaneo.

Si dice che tutto sommato si punti a far passare il tempo perché maturino le condizioni per una soluzione, sia essa un’ipotesi di accordo per formare una maggioranza, sia essa il consenso su un periodo di tregua per riportare il paese alle urne, ma in maniera ordinata e col minor numero possibile di traumi. Il vero problema che abbiamo di fronte oggi è se sia leggi tutto

Questo o quello per me pari sono

Stefano Zan * - 11.04.2018

Le dichiarazioni recenti di Di Maio sono di straordinario interesse per quello che direttamente o indirettamente implicano o comportano. La più rilevante è quella in cui afferma l’interesse e la disponibilità a stipulare un contratto tanto con la Lega che con il PD (più o meno derenzizzato) sulla base del fatto che “noi non siamo né di destra né di sinistra”.

Questa affermazione dice molto di più di quanto non appaia a prima vista.

 

Intanto dovrebbe sembrare sorprendente che un partito dal 33% dei voti sia indifferente al fatto di accordarsi con uno chiaramene di destra o, in alternativa, con uno chiaramente di sinistra. Lo spessore politico del proprio posizionamento dice una sola cosa: “a noi interessa andare al governo, cioè al potere. Da soli non ce la facciamo e dobbiamo accordarci con qualcuno. Questo o quello per me pari sono”. Ora chiunque abbia un po' di memoria ricorderà quante volte Grillo abbia detto: “non faremo mai accordi con nessuno; andremo al governo quando raggiungeremo il 51%, cioè molto presto.” Cosa è cambiato nel frattempo?

 

La seconda considerazione riguarda la geometria politica, tema di cui abbiamo parlato in un nostro precedente pezzo su questo blog (Le rose, l’aritmetica e la geometria politica). leggi tutto

La lezione dei classici per l’attualità politica

Maurizio Griffo * - 11.04.2018

indicazioni risolutive (e tutto lascia credere che tali indicazioni non verranno a breve), non sarà forse inutile svolgere una breve riflessione sull’attualità politica italiana prendendo le mosse da alcuni autori classici o moderni.

Nel sesto libro delle Storie Polibio, interrompendo la narrazione degli avvenimenti della storia romana, inserisce una trattazione sulla costituzione romana e sulle forme di governo. Trattazione finalizzata a mostrare l’eccellenza della costituzione di Roma repubblicana. A suo avviso si possono individuare sei tipi di governo, tre buoni (monarchia, aristocrazia, democrazia) e tre cattivi (tirannia, oligarchia, oclocrazia). Lo scrittore greco fissa anche uno schema di successione delle forme di governo che si alternano in modo regolare. L’anaciclosi, cioè il ciclo delle forme di governo si svolge passando da una forma buona a una forma cattiva, ma con un andamento entropico. Cioè le forme buone non sono tutte egualmente positive, ma si avvicendano in una progressione man mano peggiorativa. In maniera analoga anche le forme cattive subiscono un progressivo degrado. Arrivati alla fine il ciclo si ripete partendo dal livello più alto.

Lo schema polibiano ha avuto, com’è noto, ampia risonanza nella storia delle idee politiche, leggi tutto

Italia: dal 1946, quasi sei anni senza governo

Luca Tentoni - 07.04.2018

Dal primo luglio 1946 ad oggi, l'Italia ha avuto 65 crisi di governo, durate in media 33,23 giorni (contando anche quella in corso, con dati aggiornati all'8 aprile riprendendo uno studio pubblicato dall'autore di questo articolo prima nel 1989 sulla Voce Repubblicana e poi - con l'aggiunta di un testo di Guglielmo Negri - nel 1992, col titolo "L'instabilità governativa nell'Italia repubblicana"). In pratica, il Paese ha avuto un governo "in ordinaria amministrazione" per 2160 giorni (5 anni e 11 mesi: poco più di una legislatura, dunque). L'8,25% della nostra storia è trascorso fra consultazioni, incarichi esplorativi, elezioni anticipate, ricerca di nuovi assetti politici. I nostri governi hanno avuto una durata media di 402,75 giorni (dei quali 369,52 nella pienezza dei poteri), però la media non permette di distinguere fra Prima e Seconda Repubblica. In quest'ultima abbiamo avuto 14 governi contro i 51 della Prima, per complessivi 8723 giorni contro 17456 (durata media dei governi: 1946-1994, 342,27 giorni, 33,24 dei quali di crisi; 1994-2018, 623,07 giorni, 33,21 dei quali di ordinaria amministrazione). In parole povere, nella Seconda Repubblica abbiamo avuto governi molto più longevi (in media, 22 mesi e mezzo contro gli 11 mesi e 10 giorni della Prima Repubblica) ma crisi altrettanto lunghe. Non tutte le formule politiche degli ultimi ventiquattro anni, però, hanno avuto lo stesso "rendimento" sul piano della durata: il centrosinistra ha leggi tutto

Un’attesa non troppo snervante?

Paolo Pombeni - 04.04.2018

Ciò che colpisce nella marcia verso il nuovo governo è lo scarso pathos con cui in sostanza è vissuta dalla pubblica opinione. In astratto ci sarebbero tutte le caratteristiche per definire questo passaggio come epocale, a partire dall’arrivo alla ribalta di una nuova classe politica che rappresenta pur sempre un terzo dei consensi elettorali espressi la quale si unisce ad un’altra componente, non esattamente esordiente, ma che esce dalla relativa marginalità geografica in cui aveva le sue radici. Anche il crollo di quello che era stato l’assemblaggio delle componenti critiche della prima repubblica e che bene o male era stato un perno della seconda repubblica rappresenta pur sempre una svolta che dovrebbe suggerire qualche preoccupazione.

Invece quel che si vede è una sorta di bomaccia delle Antille, per prendere a prestito una immagine letteraria. Certo i giornali e le TV ricamano sulle schermaglie dei partiti e danno palcoscenico a tutti, compresi personaggi minori che parlano solo in virtù di legami che stabiliscono con giornalisti o conduttori compiacenti. Chi vive nella vita reale non coglie però significativi rimbalzi di queste trame nella psicologia collettiva: gli italiani attendono, non si sa se pazienti o distratti, di vedere come andrà a finire la bagarre in atto fra i professionisti della politica. leggi tutto

Le rose, l’aritmetica e la geometria

Stefano Zan * - 04.04.2018

Un vecchio detto tedesco recita “Keine Rose ohne Dornen” che tradotto suona: “Non esistono  rose senza spine”.

Questo detto si attaglia perfettamente al mondo politico quando si tratta di accordi, mediazioni, compromessi, convergenze, intese, insomma tutto quello che, dall’opposizione, i partiti oggi vincenti chiamavano inciucio. Ogni accordo ha un costo che può essere più o meno alto, più o meno esplicito, più o meno immediato ma “Non esiste accordo senza costo”.

Il costo può assumere diverse configurazioni: la rinuncia parziale ad una propria posizione fino a quel momento non negoziabile; uno scambio esplicito, il classico do ut des; una compensazione su un altro piano, ecc. Uno dei costi più alti che un qualsiasi partito che si impegni in un accordo importante deve mettere in conto è la defezione di una parte dei suoi elettori, che si sentono traditi, ma anche di una parte dei suoi eletti. L’effetto che potremmo chiamare Turigliatto, dal nome del parlamentare che fece cadere Prodi per mantenere fede ai suoi ideali più rigorosi, è un effetto che può contagiare tutti i partiti in qualsiasi momento.

Facciamo un esempio. Se il PD decidesse di appoggiare il governo di centro destra perderebbe l’appoggio di un numero consistente dei suoi parlamentari. leggi tutto

Il ruolo del Colle, la responsabilità dei partiti

Luca Tentoni - 31.03.2018

Il voto è l'espressione di una sovranità popolare "che è al vertice della nostra vita democratica e che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni" le quali aprono "una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento". Sono parole pronunciate il 31 dicembre scorso dal Capo dello Stato, in un discorso che - riletto oggi - appare insieme profetico e programmatico. In quelle pagine - e nell'azione del Presidente, che in questi anni ha confermato il suo ruolo di arbitro nelle contese politiche - c'è tutto il senso della responsabilità che i partiti, coadiuvati dal Quirinale, si assumeranno già nei prossimi giorni, con le consultazioni per la formazione di un nuovo governo. In questa prima fase, Mattarella eserciterà un ruolo di paziente ascolto, cercando di cogliere le sfumature, le possibili convergenze, gli spiragli per poter proseguire nel suo difficile percorso. Il suo sarà un compito "maieutico": dovrà far emergere le potenziali convergenze, non creare ciò che non esiste o che non è nella disponibilità dei partiti e dei leader. Un conto è la cosiddetta "moral suasion" del Quirinale, un altro conto è fare pressione. Sbaglia chi pensa che nello stile dell'attuale presidente ci siano vocazioni "cesaristiche" e che, dunque, possa "tirare la giacca" a qualcuno leggi tutto