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Argomenti

Una BCE sempre più asimmetrica?

Gianpaolo Rossini - 15.01.2015

La BCE alza i requisiti patrimoniali delle banche. In soldoni gli istituti di credito devono accantonare più denaro e quindi sono costretti a prestarne di meno.  Insomma l’annunciato aumento della circolazione di moneta (quantitative easing) si fa precedere da una manovra che ha l’effetto di ridurre l’effetto di quanto promesso, ma ancora non attuato. Con una mano, prima si toglie e con l’altra, più tardi, si darà. La BCE non fa regali e, se li promette, esige in anticipo contropartite da chi li riceve.  Ma se non bastasse ci sono altre spinosità ancora più insidiose nella politica monetaria di questa banca centrale sempre più arcigna. La prima riguarda il merito (il rating) dei titoli sovrani da acquistare nella manovra di (forse) 500 miliardi annunciata da Draghi. Questo esclude in partenza titoli di Cipro e Grecia negando così la cura ricostituente a chi né ha più bisogno. Alla gente comune le regole (che però nessuno ha mai fatto valere in condizioni di emergenza come quelle di questi giorni) della politica monetaria sono inspiegabilmente crudeli e aggiungono antipatia e distacco verso l’Europa e le sue acide vestali. In occasioni analoghe la FED americana leggi tutto

Patto di stabilità o grande alibi?

Gianpaolo Rossini - 30.12.2014

Italia a disagio con il patto di stabilità. Germania  poco incline ad aprirlo per renderlo più flessibile. Sembrano due posizioni inconciliabili con una unica via d’uscita per il paese più debole cui non resta che fare i compiti a casa fino all’ultima riga. La realtà è forse un po’ diversa e ancora più cruda di quanto non appaia dalle frecciate a distanza tra governi nazionali, commissione della Ue e qualche banchiere centrale dell’eurogruppo. Il Patto di stabilità è una regola con una bella dote di sanzioni e reprimende per i paesi che sgarrano. Ma è macchinoso ed è politicamente difficile applicarlo. E quindi serve quanto la Sagrada Famiglia di Barcelona per dire messa tutti i giorni. Perché in verità i veri guardiani del patto di stabilità sono altri. Stanno nei mercati finanziari e nelle agenzie di rating molto più spicci nelle loro decisioni e nei loro giudizi di quanto non siano gli organismi Ue. Le discussioni sul Patto di Stabilità sono delle stucchevoli sceneggiate che ormai stancamente narrate dai giornalisti che per mestiere devono occuparsi di questioni europee.  E neppure suscitano più alcun interesse nel  pubblico  che sa benissimo che ciò che è in agguato è lo spread e la simpatia o meno dei mercati per i titoli di stato del proprio paese. leggi tutto

Petrolio e politica: alla fine del primo boom energetico del XXI secolo

Massimiliano Trentin * - 23.12.2014

Dalla metà dello scorso giugno, il prezzo del barile di petrolio è calato di quasi la metà: secondo i dati forniti dal più grande cartello dei Paesi produttori, l’OPEC, siamo passati da 107 a poco meno di 62US$ nel giro di sei mesi. L’OPEC non esaurisce certamente tutte le riserve e la produzione totale di petrolio, né tantomeno quelle dei combustibili fossili. E tuttavia, le sue scelte sono molto importanti perché tra i suoi membri troviamo ancora i grandi produttori, come i più grandi detentori di riserve ad oggi conosciute ed utilizzabili.

Le spiegazioni per questo calo drastico, anzi possiamo parlare di vero e proprio crollo, sono essenzialmente di due tipi: quella strettamente “economica” basata sulla razionalità, sulla funzione di utilità; e quella geopolitica che considera come preponderanti la lotta di potere in atto a livello mondiale. Nelle società industriali e dei consumi di massa, le relazioni tra produttori e consumatori di energia non hanno mai seguito la razionalità del supposto homo economicus, per cui è difficile parlare di “mercato libero” del petrolio o dell’energia come se queste fossero due merci come le altre. Allo stesso tempo, politiche energetiche che non hanno considerato la propria sostenibilità finanziaria hanno mostrato presto i loro limiti. E’ dunque assai probabile leggi tutto

La crisi politica ed economica della Grecia. Uno spettro che si aggira per l'Europa?

Rigas Raftopoulos * - 23.12.2014

La prima votazione per eleggere il nuovo presidente della Repubblica ellenica si è tenuta mercoledì 17 dicembre come aveva annunciato l'8 dicembre scorso il primo ministro Antonis Samaras ed ha avuto esito negativo. Il candidato proposto dal governo, Stavros Dimas, ha ricevuto infatti soltanto 160 voti a favore  laddove la Costituzione greca prevede per la prima tornata il quorum di 200 deputati sui 300 del Parlamento. Se la maggioranza necessaria non viene raggiunta allora dopo cinque giorni si torna a votare con stesse modalità e requisiti. In caso ancora negativo, dopo altri cinque giorni si dovrà effettuare la terza ed ultima votazione con il quorum abbassato a 180 voti. Il fallimento al terzo turno comporterebbe dopo dieci ulteriori giorni le dimissioni del Consiglio dei ministri, lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni politiche. Il nuovo Parlamento procederebbe come suo primo compito all'elezione del presidente della Repubblica seguendo un calendario articolato su tre votazioni: nella prima il quorum è fissato a 180 voti, nella seconda, cinque giorni dopo, a 151 voti e nelle eventuale terza tornata si confronterebbero i due candidati più votati in precedenza e il vincitore della tornata verrebbe eletto nuovo presidente della Repubblica. leggi tutto

Troppi shock per la cara vecchia Europa

Gianpaolo Rossini - 06.12.2014

E’ passato un altro primo giovedì del mese. Sono mesti gli occhi dei mercati e della gente comune  puntati sulle decisioni della BCE, insediata nel nuovo grattacielo a Francoforte costato più di una avveniristica sonda spaziale. La BCE, per bocca del suo presidente, si è di nuovo negata alle richieste dell’economia. Non ci sarà alcuna espansione monetaria. Forse se ne riparlerà nel 2015. Per chi crede nella Befana ci sono ancora speranze. Per chi è invece già adulto c’è la certezza che dalla torre di cristallo di Francoforte non verranno doni. Dovremo invece sorbirci ancora una volta il trito invito a fare riforme. Forse la deflazione non fa più paura e questa potrebbe essere la spiegazione. Non è chiaro su quali basi poggi questa spavalderia. Ma forse è semplicemente l’aut aut di qualche fastidioso rappresentante delle banche centrali nazionali nel board BCE. Ci risulta però che la BCE abbia un obiettivo di stabilità dei prezzi che vale sia per combattere l’inflazione sopra il 2% sia per impedire che i prezzi scivolino sotto zero. E la BCE l’abbiamo vista ben attiva e accigliata quando l’inflazione stava di un pelino sopra il 2% con i saggi teutonici che agitavano la falce lugubre della iperinflazione della Germania di Weimar. Ora in quasi tutti le lande dove tintinna l’euro i prezzi strisciano sopra lo zero o sono già sotto di un bel po’ (come in Spagna). Eppure sembra si viva con un certo piacere a Francoforte questa pseudo armonia di prezzi che galleggiano sull’acqua di un mare calmo in cui rischiano presto di finire sul fondo. Il paradosso è ancora più stridente se si legge quanto dichiarato da Draghi, sempre più simile ad un internato che fa volare tra le sbarre della sua gattabuia un messaggio disperato sperando che qualcuno abbia la grazia di raccoglierlo. leggi tutto

La Germania e la crisi economica

Edmondo Montali * - 20.11.2014

La Germania è vittima di una sorta di maledizione sulla quale storici e pubblicisti discutono da decenni.

Se prova ad esercitare la propria influenza, traducendo la sua forza economica in scelte politiche, la cosa migliore che può capitare è l’evocazione di un famigerato quarto Reich. Se invece sceglie un atteggiamento di basso profilo ripiegando sulla difesa dei propri interessi che non appaia protagonismo internazionale allora il coro intona la grettezza teutonica incapace di vedere oltre la sua meschina convenienza.

Ne nasce un enigma irrisolvibile: è sempre colpa della Germania.

L’attuale crisi dell’eurozona non fa eccezione. La Germania è doppiamente colpevole: di cercare di instaurare un’egemonia tedesca sull’Europa con mezzi diversi dalle avventure militari dei precedenti tentativi; ma allo stesso tempo è colpevole di non esercitare una leadership sufficientemente forte e visibile per consentire a tutta la zona Euro di uscire dalle difficoltà.

In verità, il dibattito europeo, certamente esacerbato dalla crisi e alimentato da strumentalizzazioni politiche al servizio di interessi di parte, manca di chiarezza sia su cosa succede sulle sponde del Reno e dell’Oder sia dei motivi che spingono i tedeschi a una politica che in apparenza miope e senza prospettive.

La Germania ha avviato un processo di riforme per il quale paga un prezzo sociale alto. Certo, ha un grande surplus commerciale, imprese competitive, conti pubblici in ordine, un Welfare state ancora relativamente generoso leggi tutto

Sineddoche e corpi intermedi

Stefano Zan * - 13.11.2014

Molti amici e colleghi che operano in diversi campi dell’arena politica e economica cominciano a sostenere che Renzi abbia una precisa strategia di attacco ai corpi intermedi e portano a riprova della loro tesi numerosi esempi concreti oltre alle frequenti dichiarazioni dello stesso Presidente del Consiglio. La mia impressione, almeno al momento, è in parte diversa. Quello che Renzi attacca è la sineddoche politica e cioè la pretesa di molti corpi intermedi di essere la parte che rappresenta il tutto. Pochi esempi per capire. La pretesa della Confindustria di rappresentare l’imprenditoria/economi italiana è palesemente infondata. Intanto rappresenta solo una parte delle imprese. Molte non sono iscritte; molte sono uscite dall’associazione; molte sono iscritte ad altre associazioni. Lo stesso vale per la pretesa del sindacato di rappresentare il lavoro. I sindacati rappresentano una parte consistente ma minoritaria del mondo del lavoro. La stragrande maggioranza degli iscritti sono pensionati o dipendenti pubblici. Precari, partite Iva, disoccupati, dipendenti delle piccole imprese, ma anche molti lavoratori della grande impresa non sono rappresentati dal sindacato (per sua stessa blanda ammissione). Perché Renzi sembra preferire Landini alla Camusso? Non credo per simpatie personali ma perché il primo rappresenta seppure minoritariamente un mondo reale e la seconda e l’espressione più classica della sineddoche politica. leggi tutto

Perché le imprese pubbliche devono uscire dalla Confindustria

Stefano Zan * - 16.10.2014

Le imprese pubbliche che, stando a fonti giornalistiche, versano ogni anno alla Confindustria circa 25 milioni di euro, devono uscire da questa associazione per almeno quattro ragioni.

La prima è che le imprese pubbliche sono imprese dello Stato, cioè di tuti i cittadini e non si capisce perché i cittadini, per altro del tutto inconsapevoli, debbano finanziare un’associazione privata. Magari questi cittadini sono imprenditori iscritti ad altre associazioni oppure lavoratori dipendenti, iscritti al sindacato, che da anni finanziano, senza saperlo, un’associazione che è concorrente o controparte. Dal momento che, da che mondo è mondo, nel nostro ordinamento l’adesione ad una qualsiasi associazione è volontaria e libera andrebbe quanto meno chiesto loro se vogliono finanziare la Confindustria. E’ facile presumere che non tutti sarebbero d’accordo. D’altra parte non si capisce perché se i trattati europei proibiscono gli aiuti di Stato alle imprese sia invece lecito dare contributi di Stato ad una (sola) associazione imprenditoriale. Oltretutto in una fase di spending review in cui si mette un tetto agli stipendi dei manager risulta ancora più incomprensibile perché le imprese pubbliche debbano finanziare un’associazione privata.

L’ipotesi avanzata da alcuni che questi contributi servano a dare rappresentanza, in termini in particolare di lobby e contrattazione, alle imprese pubbliche tramite la Confindustria non sta in piedi. Infatti, seconda ragione, è ridicolo pensare che presidenti e amministratori delegati nominati direttamente dal governo abbiano bisogno di attori terzi, di intermediari associativi, per parlare con il governo stesso. Anche sul piano contrattuale, terza ragione, considerando le particolarità settoriali e dimensionali leggi tutto

Calamità naturali: un’occasione per solidarietà, mercato e un freno al cemento

Gianpaolo Rossini - 14.10.2014

A Genova il copione delle calamità naturali che si abbattono sul nostro paese si è ripetuto puntualmente la settimana passata. Poco importa che fosse o meno prevedibile. Purtroppo siamo sempre indietro con le opere di protezione dell’ambiente . Il problema resta e, al di là delle semplificazioni demagogiche non è di immediata soluzione. La Suprema Corte il 16 febbraio 2012   cancellò  per illegittimità costituzionale la norma che chiedeva alle regioni di partecipare con maggiori imposte locali al finanziamento delle emergenze dovute a calamità. Certo, lo scarico di responsabilità è un gioco che si ripete. Le colpe , quando ci sono, sono diffuse tra cittadini, spesso veri roditori del territorio, e vari organi  dello stato, nessuno escluso.

In ogni caso dobbiamo affrontare il finanziamento delle emergenze ambientali, dei grandi rischi e della Protezione Civile. Un modo meno impegnativo per le casse pubbliche potrebbe passare attraverso il ricorso ad assicurazioni private.  Le emergenze e i grandi rischi toccano in maniera imprevedibile e casuale zone diverse del paese lasciando altre temporaneamente immuni da danni. Nessuna area è immune da rischi anche se tra loro diversi. Si tratta quindi di eventi agevolmente assicurabili se il territorio nazionale viene coperto da assicurazione obbligatoria contro una vasta gamma di grandi rischi calamitosi.  A dire il vero, vi sono già alcuni soggetti, ad esempio imprese, che assicurano stabilimenti,  macchinari e manufatti contro questo tipo di rischi. Ma per molti altri non è così. Per le residenze abitative una tale copertura è quasi assente. Così come per molti edifici pubblici e infrastrutture. leggi tutto

Fino a quando useremo banconote e monete?

Gianpaolo Rossini - 27.09.2014

Qualche giorno fa il settimanale inglese “Economist” si chiedeva fino a quando useremo banconote e monete metalliche per i nostri pagamenti. Diversi studiosi si stanno occupando del tema, tra cui Kenneth Rogoff vicepresidente del Fondo Monetario Internazionale. La questione tocca diversi aspetti non puramente economici della vita pubblica e privata. Le tecnologie digitali oggi hanno portato due grandi novità. La prima concerne la moneta prodotta dalla banca centrale in collaborazione con il sistema delle banche. La seconda riguarda la nascita di nuove monete digitali che circolano solo sulla rete e che sono gestite da privati o da web communities senza alcuna supervisione dell’autorità monetaria. In alcuni paesi la tendenza è ad usare sempre meno banconote e monete e al loro posto utilizzare il sistema dei pagamenti privato delle banche  con carte di credito, di debito, prepagate e carte bancomat con supervisione della banca centrale, organismo pubblico. Questo ha significato in diversi casi una riduzione della circolazione della moneta prodotta dalla banca centrale, ovvero il contante. Il fenomeno però non è diffuso in modo omogeneo e in alcuni paesi la circolazione del contante legale (legal tender) è ancora su livelli sostenuti. A fianco di questo fenomeno c’è quello del tutto nuovo di monete digitali private. leggi tutto