Ultimo Aggiornamento:
18 settembre 2019
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La guerra e la memoria: un commento al film di Ermanno Olmi

Alessandra De Coro * - 04.12.2014

« Sull'Altipiano, comprese le bombarde pesanti da trincea, non v'erano meno di mille bocche da fuoco. Un tambureggiamento immenso, fra boati che sembravano uscire dal ventre della terra, sconvolgeva il suolo. La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d'artiglieria. Era l'inferno che si era scatenato. Trombe di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissimi, e ricadevano lontani. Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. »  Così Emilio Lussu, dal suo esilio parigino nel 1938, raccontava – in una forma fra il memoriale e il romanzo – la sua esperienza di capitano della gloriosa Brigata Sassari nella estenuante guerra di posizione sostenuta dall’esercito italiano sull’Altipiano dei Sette Comuni, fra il 1916 e il 1917. L’inglese Rudyard Kipling, che trascorse un breve periodo su quell’altopiano come osservatore, nel 1917 scrisse un breve saggio intitolato La guerra nelle montagne: Impressioni dal fronte italiano (Mursia 2011), in cui descriveva gli alpini come «giovani energici e pieni di vitalità, che si affaccendavano intorno alle tavole, alle putrelle e alle casse di materiale vario …», mentre «al di sopra di tutto questo fermento si sporgeva la montagna imponente, la cui cima distava ancora centinaia di metri». Con uno stile epico e solare, Kipling, pur ricordando le asperrime condizioni della «routine della postazione» e le fatiche estreme di quegli uomini, ne metteva in luce le risorse, il coraggio, perfino la creatività, soffermandosi sull’esperienza umana del gruppo di alpini. leggi tutto

Gli archivi sono ancora un “bene culturale”?

Mauro Maggiorani * - 27.11.2014

A inizio 2015 prenderà corpo la riforma del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact), fortemente voluta dal ministro Franceschini ma, da tempo, all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana: già il governo Letta aveva in effetti istituito una commissione di lavoro con il compito di produrre una prima bozza di riordino. Lo slancio riformatore che ora giunge a compimento ha motivazioni economiche più che politiche, poiché è il risultato delle norme che, dal 2012, hanno introdotto la spending review coinvolgendo tutti i dicasteri in un’azione di razionalizzazione che mira a tagliare del 20% gli uffici dirigenziali e del 10% la spesa di quelli non dirigenziali. Un’azione che avrebbe dovuto essere accompagnata dal ripensamento di ruoli, competenze e strutture, ma che invece sembra procedere attraverso tagli settoriali che colpiscono secondo una precisa logica: incentivare tutto ciò che può essere monetizzato. A reggere l’impianto è l’idea che i luoghi d’arte possano (e debbano) diventare “prodotti” commerciali nel mercato internazionale. A conferma di questa visione economicistica della gestione del patrimonio culturale (che, beninteso, non è di per sé negativa se accompagnata dalla capacità di tutelare tale ricchezza) vi è la creazione di 18 Istituti museali dotati di una speciale autonomia, già ridenominati dalla stampa “supermusei” (cfr. “Il Sole 24 Ore” del 23/11/2014): fra questi, per citarne alcuni, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, Paestum, la Galleria Borghese. Si investe, insomma, sui musei che diventano il cardine di una nuova concezione del Ministero. Ma, poiché le risorse sono limitate, leggi tutto

La corrosione del modello italiano

Ugo Rossi * - 15.11.2014

I temi dell’inviluppo e della degenerazione del modello italiano sono da sempre sotto l’attenzione dei media e appartengono al dibattito usuale di politici, giornalisti e opinione pubblica. In fondo, la sintesi del ragionamento, spesso implicito, è che il modello sarebbe del tutto perfetto, se non vi fossero elementi distorsivi, se la patologia in alcuni momenti e circostanze non sopravanzasse sulla fisiologia, se l’elemento soggettivo fosse adeguato alle circostanze. Se così fosse, cioè se la crisi del modello fosse da attribuire solo alla sua infedele realizzazione, allora ne deriverebbero conseguenze politiche molto chiare e nette; ma se accanto a questo insieme di fattori ce ne fossero altri, più oggettivi, indipendenti dalle nostre volontà, o meglio dalle volontà delle classi dirigenti, allora la cosa si farebbe naturalmente meno ovvia e più complicata.

Vediamo quali fattori hanno portato alla crisi del modello. A partire dagli anni ’70, e sempre maggiormente nei decenni successivi, alcune grandi conquiste italiane in tema di benessere hanno cominciato a tradursi in macchine burocratiche inarrestabili, elefantiache, costose, che sono andate via via perdendo il senso del loro esistere.

La macchina pubblica, scuola compresa, da organizzazione concepita per servire i cittadini, si è trasformata nel luogo più facile e diretto per creare occupazione quale che sia, spesso senza reali necessità e senza un miglioramento visibile della qualità dei servizi erogati. L’espansione delle università in ogni parte del Paese si è trasformata in un apparato che risponde leggi tutto

Salvare la Domus Aurea e smentire Goethe (almeno per una volta)

Gabriele D'Ottavio - 06.11.2014

«I Romani hanno lavorato per l’eternità ed hanno previsto tutto, meno la ferocia devastante di quelli che sono venuti dopo». Così scriveva Johann Wolfgang Goethe nel suo Viaggio in Italia. Il poeta tedesco aveva ammirato le opere romane, la bellezza e la solidità degli edifici, dei templi, dei teatri ma non aveva potuto fare a meno di lanciare un grido di rabbia e di dolore nel vedere come erano male conservati. Tra le vittime eccellenti di questa «ferocia devastante di coloro che erano venuti dopo» c’è anche la Domus Aurea, l’imponente villa che l’imperatore Nerone fece costruire dopo l’incendio del 64 d.C che distrusse Roma: 16.000 metri quadrati, 153 stanze, pareti ricoperte di marmi pregiati, volte di dodici metri decorate d’oro e di pietre preziose, giardini popolati con animali, fontane e ninfee.

Alla morte di Nerone i suoi successori cercarono di cancellare ogni traccia del palazzo imperiale. Nell’anno 104 d.C. Traiano fece interrare la reggia per costruirvi sopra le terme traianee che la protessero per secoli. Le fastose decorazioni a fresco e a stucco della Domus Aurea rimasero nascoste fino al Rinascimento. Allora alcuni artisti appassionati di antichità, tra cui Pinturicchio, Ghirlandaio, Raffaello, Giovanni da Udine e Giulio Romano, calandosi dall’alto con le torce, iniziarono a copiare i motivi decorativi delle volte. leggi tutto

E i pensionati?

Stefano Zan * - 02.10.2014

Un altro pezzo di società di cui non ho parlato nei numeri precedenti è rappresentato dai pensionati che sono assai numerosi nel nostro Paese, spesso relativamente giovani e altrettanto spesso in buona salute. Escludendo i casi estremi delle pensioni minime e di quelle d’oro che hanno ben altri problemi (o non ne hanno affatto) il pensionato “medio” quello cioè che ha una pensione dignitosa, ha molto spesso del tempo libero, ha delle competenze maturate in anni di lavoro, spesso è proprietario della sua casa ma anche di una casetta in campagna, al mare, in collina. Se la pensione è dignitosa è abbastanza saturo ma, non per sua scelta, è seduto. Il suo problema principale è dare un senso al suo tempo: se non è un hobbista sfegatato fatica a far trascorrere le ore della giornata. E’ possibile rimettere in piedi tutte queste persone senza che, ovviamente, sottraggano lavoro ai giovani, nel qual caso saremmo da capo? Proviamo a ipotizzare alcune possibilità. Intanto i pensionati, senza saperlo, sono una multiproprietà naturale. Se, attraverso una loro struttura di fiducia (il loro sindacato o la loro associazione e con software ormai banali) si scambiassero le rispettive case ai mari ai monti o in città per alcune settimane non solo vedrebbero a costo quasi zero nuovi posti ma allungherebbero anche una stagione turistica sempre più ristretta con beneficio dunque non solo per loro. Ma siccome molti pensionati vivono in case di proprietà spesso di grandi dimensioni perché in passato dovevano ospitare i figli, un’accorta operazione immobiliare, cogestita e supportata sempre da una struttura di fiducia, potrebbe portare a forme di co-housing degli anziani che avrebbe ricadute positive a costi estremamente contenuti. Intanto ridurrebbe la solitudine di molti. leggi tutto

L’impatto delle politiche del governo sulla società

Stefano Zan * - 30.09.2014

In un recente seminario promosso dalla Confesercenti il responsabile economico del PD ha sintetizzato con molta chiarezza la strategia del Governo: 1) diminuzione della tassazione sul lavoro e sulle imprese; 2) semplificazione e velocizzazione della burocrazia e del processo civile; 3) fluidificazione del mercato del lavoro e nuovi ammortizzatori sociali. L’idea è di fare riforme strutturali cioè non contingenti o occasionali ma che durino per un lungo periodo di tempo. Le riforme strutturali proposte dal governo, necessarie e sacrosante, hanno però alcuni piccoli difetti. Richiedono tempo perché devono essere fatte dal Parlamento. Sono difficili da fare perché devono essere fatte bene e soprattutto evitare le conseguenze non previste. Infine dispiegano la loro efficacia in un tempo non brevissimo. Detto questo proviamo però a ipotizzare che impatto potrebbero avere sulle diverse componenti della società di cui abbiamo parlato nei numeri precedenti. Per quella parte della società che non è né satura né seduta leggi tutto

Cosa chiede la società

Stefano Zan * - 27.09.2014

Continuando la riflessione iniziata con l’articolo di giovedì scorso (“La società satura e seduta”) proviamo a capire cosa chiedono le diverse componenti della società. La stragrande maggioranza che, come abbiamo visto, è tutt’altro che satura e seduta chiede: maggiore reddito, certezza di occupazione (anche con il supporto di nuovi ammortizzatori sociali) e una maggiore stabilità di tasse (ad esempio sulla casa) e di tariffe (bollette, assicurazioni, etc.). In questo modo potrebbe ridurre la sua inquietudine e potrebbe consumare di più. Gli imprenditori, tutti ma in particolare quelli piccoli e medi, chiedono soprattutto una cosa: più clienti. Chi ha potuto è andato a cercarseli all’estero pare con ottimi risultati (ma non eravamo un paese a bassa produttività?). Chi, in ragione della tipologia del suo business, è condannato al mercato interno, in questi sei anni si è inventato di tutto pur di tenersi i clienti, ma in molti casi non c’è riuscito (basta guardare al numero di imprese che hanno chiuso).

Certamente gli imprenditori sono (saranno) contenti se i loro dipendenti guadagnano di più e costano di meno. Certamente saranno contenti se devono perdere meno tempo in adempimenti burocratici. Certamente saranno contenti se diventa più semplice assumere e licenziare. Ma il vero problema è che se la domanda non aumenta, cioè se non aumentano i clienti, tutto questo serve a poco. E perché la domanda aumenti occorre che la maggior parte della società, di nuovo quella non satura e non seduta, abbia una maggiore capacità di spesa e maggiore tranquillità complessiva. Gli imprenditori chiedono anche credito, per innovare ed investire, ma non sembra che il sistema bancario sia particolarmente disponibile. leggi tutto

La società satura e seduta

Stefano Zan * - 25.09.2014

La definizione che De Rita offre sul Corriere della Sera di martedì 16 settembre secondo la quale la nostra società sarebbe “satura e seduta” e priva di inquietudine creativa, mi pare al contempo infondata e fuorviante. Una parte sempre crescente negli ultimi dieci anni della nostra società è tutt’altro che satura. Semplicemente non consuma o perché non ha i soldi o perché è inquieta rispetto ad un futuro incerto. Se in una famiglia un componente è in cassa integrazione, in contratto di solidarietà, in mobilità o è esodato oppure lavora in un’impresa che grazie alle tecnologie riduce l’occupazione (tipico il caso delle banche grazie all’home banking). Se nella stessa famiglia i due figli (tutt’altro che choosy) non trovano lavoro nonostante siano disposti a fare qualsiasi cosa e quindi ti tocca passargli non si ancora per quanti anni una paghetta che equivale a quello che in gergo si chiama salario di cittadinanza. Se nella stessa famiglia devi affiancare ad un genitore anziano una badante per non stravolgere la tua vita normale anche se questo si mangia buona parte del tuo stipendio, allora è evidente che cercherai di ridurre al minimo i tuoi consumi, farai di tutto per risparmiare anche pochi euro al mese (magari 80) per affrontare un futuro assolutamente incerto. Un comportamento assolutamente razionale dopo sei anni di recessione, non emotivo, che induce automaticamente una contrazione dei consumi. leggi tutto

Rappresentare l’irrappresentabile. Il Belluscone di Maresco

Maurizio Cau - 18.09.2014

La recente Mostra internazionale del cinema di Venezia ha evidenziato come l’interesse della cinematografia nostrana verso l’universo politico e i suoi lati più oscuri continui ad essere vivo, e come il filone che a partire dai maturi anni Duemila è tornato a indagare - dopo un paio di decenni di fiacca creativa - le opacità del sistema politico italiano non sembri voler scemare. Non siamo di fronte alla rinascita di un genere dai contorni particolarmente connotati, ma le pellicole che si confrontano (con alterne fortune) con l’altra faccia della politica si sono negli ultimi anni moltiplicate.

Pur nella loro diversità di approcci, esiti, modelli narrativi e intenti, Belluscone. Una storia siciliana di Franco Maresco e La trattativa di Sabina Guzzanti (il primo in sala in questi giorni, il secondo in arrivo sugli schermi i primi di ottobre) rappresentano due esempi di come il cinema stia tentando di fare i conti col sistema politico italiano e con le anomalie della nostra storia più recente. Il film di Maresco tentando di riflettere sulle radici siciliane dell’ascesa berlusconiana, quello della Guzzanti ricostruendo i contorni della trattativa che si sarebbe consumata tra lo Stato e la mafia a partire dalle stragi dei primi anni Novanta. leggi tutto

Se il voto non è più una virtù

Giovanni Bernardini - 09.09.2014

È davvero un peccato che in Italia i sondaggi attraggano l’attenzione pubblica soltanto in occasione delle consultazioni elettorali, come nel caso della pessima performance offerta dalla roulette dei recenti exit poll. In quelle occasioni il mancato adeguamento dei metodi di rilevazione e la ridefinizione del sistema partitico hanno prodotto previsioni grossolanamente fallaci e puntualmente smentite, gettando discredito sulle potenzialità della disciplina stessa. Un peccato perché tali cadute hanno contribuito a ridurre la statistica alla presunta e improbabile dimensione divinatoria, piuttosto che alla sua più proficua vocazione: avvalersi dei dati raccolti presso un campione significativo per comporre una mappa dell’intera popolazione. E come è implicitamente noto leggi tutto