Ultimo Aggiornamento:
13 luglio 2019
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Semu tutti devoti tutti…cittadini!

Arianna Rotondo * - 31.01.2015

A Catania, il 3 febbraio, con l’offerta delle candele, ogni anno iniziano i festeggiamenti in onore della Santa patrona, Agata, per concludersi all’alba del 6 febbraio. Il tempo sospeso della festa per la Santuzza, la martire adolescente, è scandito da una lunga ed estenuante processione che vede impegnati migliaia di devoti, avvolti nel loro sacco bianco. Il pesante fercolo, con il busto reliquiario che ritrae Agata giovane e sorridente, centro ideologico e condensato simbolico del rito, viene trascinato a forza di braccia in un primo lungo giro (4 febbraio) esterno alla città, una sorta di accerchiamento apotropaico, a cui fa seguito un secondo (5 febbraio) giro interno, lungo le principali arterie di Catania, per poi rientrare alle prime luci dell’alba nella sua dimora sotterranea, in Cattedrale. Nell’ultima tranche del suo percorso cittadino, la Santuzza è trascinata di corsa lungo la ripida salita della via di San Giuliano, in una prova di forza dal valore contrattuale. Il rapporto diretto, personale con la Santa è regolato dalla societas dei suoi devoti, gerarchicamente organizzata, che si garantisce annualmente un protagonismo assoluto, possibile solo fuori del tempo ordinario.

Svolgono un ruolo di primo piano anche le autorità politiche ed ecclesiastiche, che in questa sorta di teatro cittadino rappresentano se stesse, il loro ruolo e le loro funzioni. Per il fatto di soddisfare esigenze di consenso e affermare un’appartenenza, la processione è stata da sempre un rituale sfruttato come spazio di esibizione e di contrattazione di poteri. leggi tutto

Perché reinvestire nella famiglia

Ugo Rossi * - 29.01.2015

La famiglia, e i suoi significati affettivi e solidali, è un cardine primario della nostra identità nazionale. Significati che rimangono forti nel “sentire collettivo”, ma che mostrano preoccupanti segni di cedimento se guardiamo ai numeri.

Si sono spese molte parole, analisi, studi sulla secolarizzazione della società occidentale e di quella italiana in particolare, e non c’è bisogno di ripercorrere quelle analisi e valutazioni. Qui si vuole fare un’altra operazione: valutare come nel corso del tempo si sia indebolita la famiglia proprio come elemento fondante dell’identità italiana.

Alcuni dati statistici sono necessari, non tanto per descrivere un percorso che è nella mente di tutti, ma per sottolineare la velocità con cui è avvenuto e l’intensità che ha fatto registrare. Forse il dato più impressionante, al di là di ogni valutazione ideologica sul valore della famiglia e del matrimonio, è la crescita esponenziale del modello opposto alla famiglia, cioè il numero delle persone sole. Nel 1983 coloro che dal punto di vista statistico erano classificati come “persone sole non vedove” rappresentavano il 5,3 % della popolazione nazionale; in meno di dieci anni, nel 1990, sono quasi raddoppiati, arrivando al 9,3 %. E sono andati poi crescendo fino a raggiungere la cifra del 16,2 % nel 2009. Oggi, alle soglie del 2015, se la tendenza dovesse permanere quella degli ultimi anni, avremmo circa un italiano su cinque che vive da solo. Un dato incredibile in un Paese che ha fatto delle famiglie larghe quasi la sua connotazione identitaria. leggi tutto

Partecipazione politica in rete tra social network e polis

Patrizia Fariselli * - 22.01.2015

Oggi viene attribuita molta enfasi al fenomeno, esploso negli ultimi 10 anni, del social networking, interpretato come opportunità di sviluppo del potenziale comunicativo e di partecipazione dal basso della rete, ma impiegato estensivamente anche dall’establishment politico e governativo e dalle istituzioni della polis per interagire con i cittadini. Questi canali di comunicazione hanno acquisito un peso crescente nell’attenzione mediatica, diventando essi stessi fonte privilegiata di informazione politica. Spesso la stessa citazione della fonte “social” diventa la notizia, come dimostra il riferimento sistematico ai tweet di Renzi o ai blog di Grillo come prima notizia, sulla quale si innesta un loop di azioni e reazioni veicolate sugli stessi social media.

E’ utile, dunque, cercare di capire quanto si connettono e cosa fanno gli italiani su Internet, e come si definisce la partecipazione politica in rete tramite i social network rispetto alla polis.

L’Italia è in fondo alla graduatoria europea rispetto alla diffusione demo-geografica di Internet, ma è molto avanti per quanto riguarda l’uso dei social network. Secondo ISTAT, a fronte di una media europea del 72% degli individui tra i 16 e i 74 anni che usano regolarmente Internet -  leggi tutto

Pessima maestra televisione. L’attentato a “Charlie Hebdo” e l’incapacità dei media italiani di raccontare le crisi

Novello Monelli * - 13.01.2015

Gli attacchi terroristici di Parigi hanno messo in rilievo una volta di più la strutturale difficoltà dei media italiani di raccontare le crisi.


La strage alla sede di Charlie Hebdo la mattina del 7 gennaio, l’omicidio di Montrouge il giorno seguente, l’inseguimento dei terroristi e la sua conclusione, con il sequestro e gli assedi a Porte de Vincennes e a Dammartin-en-Goële, sono stati seguiti in modo incerto e talora goffo in Italia. La prima impressione è che la gravità di ciò che stava accadendo non sia stata subito percepita. Non si capirebbe altrimenti per quale motivo, quando la notizia del più grave attentato in Francia degli ultimi anni stava già rimbalzando sui siti di informazione da più di un’ora, la maggior parte dei telegiornali nazionali abbia continuato a riservare uno spazio sproporzionato e grottesco ai funerali di un cantante. L’incapacità di adattare rapidamente la programmazione all’incalzare degli eventi è uno dei problemi evidenziati dai fatti parigini. Che sia da imputare a scarsa sensibilità, ad un evidente deficit di prospettiva o alla letargia culturale derivante da alcuni decenni di imperante provincialismo informativo (è più simpatico parlare di soubrette e gossip che di omicidi e attacchi alla libertà di stampa), ci sono pochi dubbi comunque sul fatto che gli organi di informazione italiani, e in particolare i canali televisivi, leggi tutto

(Inter) Net Neutrality: nessuno contro, non tutti a favore

Patrizia Fariselli * - 30.12.2014
Riprendiamo il filo del precedente articolo (mente politica n.100) sulla neutralità della rete delle reti, per ribadire che la Net Neutrality (NN) è determinata dall’architettura tecnologica originaria di Internet, che non ammette pratiche di tipo discriminatorio (di accesso alla rete e al flusso dei dati che vi circolano) da parte degli operatori dell’infrastruttura di rete, i cosiddetti ISP, coerentemente con la sua concezione di rete pubblica. Il passaggio alla privatizzazione dell’infrastruttura di rete e lo sviluppo rapido ed estensivo dell’economia digitale hanno inevitabilmente aperto una divergenza di interessi tra la natura pubblica della rete e la natura privata dei soggetti che vi operano come fornitori di servizi, un conflitto tra chi vuole introdurre la logica del mercato anche nella gestione della rete e chi non vuole invece che essa sia subordinata al gioco della domanda e dell’offerta di servizi differenziati per qualità e velocità. 
Un ulteriore argomento che viene invocato sia dai favorevoli che dai contrari alla NN è il suo impatto sull’innovazione e sulla concorrenza. I primi sostengono che l’assenza di barriere stimola la creatività e il lancio di servizi innovativi da parte di imprese nuove, piccole, informali che altrimenti sarebbero escluse dalla competizione; i secondi sostengono che un ritorno inadeguato degli investimenti in reti veloci deprime l’innovazione dei grandi operatori di rete, ne scoraggia gli investimenti e  distorce la concorrenza a causa delle esternalità positive godute da chi opera in rete senza sopportarne i costi.
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Ne mancano quarantatré. Censura e canzoni a proposito del massacro di Ayotzinapa

Claudio Ferlan - 18.12.2014

La vicenda è nota. Lo scorso 26 settembre ottanta studenti della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” di Ayotzinapa (stato di Guerrero, Messico meridionale) si trovavano a Iguala, capoluogo del municipio. Erano lì per una colletta, programmata per raccogliere i fondi necessari a recarsi a Città del Messico, dove avrebbero dovuto partecipare alla commemorazione del massacro di studenti avvenuto nella piazza di Tlatelolco. Era il 2 ottobre 1968. Solo dopo trent’anni la giustizia acclarò che si era trattato di un attacco premeditato, organizzato per reprimere il movimento studentesco. Torniamo al 2014. Accanto alla raccolta fondi, i ragazzi della “Burgos” avevano organizzato un’azione di protesta, volta a occupare l’area destinata a un evento istituzionale del Partito della Rivoluzione Democratica, quello del sindaco di Iguala, José Luis Abarca Velázquez. Polizia e uomini in borghese hanno reagito sparando. La violenza è proseguita fino al giorno successivo, otto persone sono morte, quarantatré studenti sono scomparsi. I media hanno parlato di caccia all’uomo. Le indagini hanno portato alla scoperta di diversi cadaveri sommariamente sepolti in fosse comuni. La confessione di alcuni arrestati ha rivelato quello che molti si aspettavano: i desaparecidos sono stati torturati e uccisi. Da chi? La stretta alleanza tra la polizia locale e i narcotrafficanti suggerisce un’inquietante leggi tutto

Internet aperta e neutrale, o più aperta che neutrale?

Patrizia Fariselli * - 13.12.2014

Secondo le stime di Internet World Stats a metà 2014 gli utenti di Internet hanno superato i 3 miliardi di persone (il 42,3% della popolazione mondiale), e non è irragionevole pensare che per il genere umano connettersi a Internet stia diventando l’attività più eseguita dopo quella di respirare. E’ curioso osservare come nella grande maggioranza delle lingue del mondo, e perfino in francese, si usi la stessa parola (internet) o una parola con lo stesso suono.

Internet c’è, è pervasiva, ma è invisibile.

Probabilmente un “nativo digitale” pensa che nel settimo giorno della genesi, invece di riposarsi, Deus fiat internet, per quanto sia incline a ritenere che in quel momento Dio ragionasse in inglese. Ma noi sappiamo che non è così. La storia di Internet è fatta di finanziamenti pubblici alla ricerca, di tecnologie di rete fisiche e virtuali (infrastrutture, protocolli, standard), di creazione e comunicazione di contenuti digitali e di modelli di business, che la rendono un caso esemplare di innovazione in un contesto sociale evolutivo. Non è nata né si è sviluppata nel vuoto.  

Internet viene concepita negli anni della guerra fredda come progetto (ARPAnet) della Difesa degli Stati Uniti con l’obiettivo di realizzare una rete di telecomunicazioni connection-less tra computer sicura e a prova di attacchi, anche nucleari. Il progetto, a cui contribuiscono ricercatori americani che lo sperimentano entro la comunità accademica, fa perno su un modello innovativo di rete distribuita decentralizzata e sulla tecnologia della commutazione di pacchetto con un’architettura di tipo end-to-end. leggi tutto

La guerra e la memoria: un commento al film di Ermanno Olmi

Alessandra De Coro * - 04.12.2014

« Sull'Altipiano, comprese le bombarde pesanti da trincea, non v'erano meno di mille bocche da fuoco. Un tambureggiamento immenso, fra boati che sembravano uscire dal ventre della terra, sconvolgeva il suolo. La stessa terra tremava sotto i nostri piedi. Quello non era tiro d'artiglieria. Era l'inferno che si era scatenato. Trombe di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissimi, e ricadevano lontani. Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. »  Così Emilio Lussu, dal suo esilio parigino nel 1938, raccontava – in una forma fra il memoriale e il romanzo – la sua esperienza di capitano della gloriosa Brigata Sassari nella estenuante guerra di posizione sostenuta dall’esercito italiano sull’Altipiano dei Sette Comuni, fra il 1916 e il 1917. L’inglese Rudyard Kipling, che trascorse un breve periodo su quell’altopiano come osservatore, nel 1917 scrisse un breve saggio intitolato La guerra nelle montagne: Impressioni dal fronte italiano (Mursia 2011), in cui descriveva gli alpini come «giovani energici e pieni di vitalità, che si affaccendavano intorno alle tavole, alle putrelle e alle casse di materiale vario …», mentre «al di sopra di tutto questo fermento si sporgeva la montagna imponente, la cui cima distava ancora centinaia di metri». Con uno stile epico e solare, Kipling, pur ricordando le asperrime condizioni della «routine della postazione» e le fatiche estreme di quegli uomini, ne metteva in luce le risorse, il coraggio, perfino la creatività, soffermandosi sull’esperienza umana del gruppo di alpini. leggi tutto

Gli archivi sono ancora un “bene culturale”?

Mauro Maggiorani * - 27.11.2014

A inizio 2015 prenderà corpo la riforma del ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (Mibact), fortemente voluta dal ministro Franceschini ma, da tempo, all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana: già il governo Letta aveva in effetti istituito una commissione di lavoro con il compito di produrre una prima bozza di riordino. Lo slancio riformatore che ora giunge a compimento ha motivazioni economiche più che politiche, poiché è il risultato delle norme che, dal 2012, hanno introdotto la spending review coinvolgendo tutti i dicasteri in un’azione di razionalizzazione che mira a tagliare del 20% gli uffici dirigenziali e del 10% la spesa di quelli non dirigenziali. Un’azione che avrebbe dovuto essere accompagnata dal ripensamento di ruoli, competenze e strutture, ma che invece sembra procedere attraverso tagli settoriali che colpiscono secondo una precisa logica: incentivare tutto ciò che può essere monetizzato. A reggere l’impianto è l’idea che i luoghi d’arte possano (e debbano) diventare “prodotti” commerciali nel mercato internazionale. A conferma di questa visione economicistica della gestione del patrimonio culturale (che, beninteso, non è di per sé negativa se accompagnata dalla capacità di tutelare tale ricchezza) vi è la creazione di 18 Istituti museali dotati di una speciale autonomia, già ridenominati dalla stampa “supermusei” (cfr. “Il Sole 24 Ore” del 23/11/2014): fra questi, per citarne alcuni, gli Uffizi, la Reggia di Caserta, Paestum, la Galleria Borghese. Si investe, insomma, sui musei che diventano il cardine di una nuova concezione del Ministero. Ma, poiché le risorse sono limitate, leggi tutto

La corrosione del modello italiano

Ugo Rossi * - 15.11.2014

I temi dell’inviluppo e della degenerazione del modello italiano sono da sempre sotto l’attenzione dei media e appartengono al dibattito usuale di politici, giornalisti e opinione pubblica. In fondo, la sintesi del ragionamento, spesso implicito, è che il modello sarebbe del tutto perfetto, se non vi fossero elementi distorsivi, se la patologia in alcuni momenti e circostanze non sopravanzasse sulla fisiologia, se l’elemento soggettivo fosse adeguato alle circostanze. Se così fosse, cioè se la crisi del modello fosse da attribuire solo alla sua infedele realizzazione, allora ne deriverebbero conseguenze politiche molto chiare e nette; ma se accanto a questo insieme di fattori ce ne fossero altri, più oggettivi, indipendenti dalle nostre volontà, o meglio dalle volontà delle classi dirigenti, allora la cosa si farebbe naturalmente meno ovvia e più complicata.

Vediamo quali fattori hanno portato alla crisi del modello. A partire dagli anni ’70, e sempre maggiormente nei decenni successivi, alcune grandi conquiste italiane in tema di benessere hanno cominciato a tradursi in macchine burocratiche inarrestabili, elefantiache, costose, che sono andate via via perdendo il senso del loro esistere.

La macchina pubblica, scuola compresa, da organizzazione concepita per servire i cittadini, si è trasformata nel luogo più facile e diretto per creare occupazione quale che sia, spesso senza reali necessità e senza un miglioramento visibile della qualità dei servizi erogati. L’espansione delle università in ogni parte del Paese si è trasformata in un apparato che risponde leggi tutto