Ultimo Aggiornamento:
25 maggio 2019
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Tra moda e politica: Renzi e l’orlo dei pantaloni

Donatella Campus * - 19.01.2016

Da qualche tempo l’abbigliamento di Matteo Renzi sembra attrarre molta attenzione da parte dei mezzi di informazione. Pensiamo, ad esempio, allo spazio che è stato dato all’orlo corto dei pantaloni e al calzino dal colore vivace sfoggiati dal premier in un’occasione formale. E ai calzoncini corti indossati sotto la neve di Courmayeur. Non succede solo in Italia. Sempre a proposito di calzini, sono ormai celebri quelli piuttosto eccentrici del Primo ministro canadese Justin Trudeau. E che dire delle scarpe, se perfino il Wall Street Journal ha proposto ai lettori un quiz che chiede di riconoscere i diversi candidati presidenziali (in maggior parte uomini) a partire dalle foto delle loro calzature (http://graphics.wsj.com/quiz/index.php?standalone=1&slug=candidate-boots)? Insomma, l’impressione è che stia accadendo agli uomini politici quel che un tempo era riservato alle donne: il loro modo di vestire viene analizzato, scrutinato, talvolta elogiato, ancor più spesso criticato. Parità di trattamento, infine? E come e perché è avvenuto che anche l’abbigliamento maschile ha iniziato a fare notizia?

Per quel che riguarda le donne in politica, i commenti sul modo di vestire e, più in generale, sull’aspetto fisico hanno sempre costituito una rilevante criticità della copertura mediatica. Si osserva, infatti, che, anche nel caso di giudizi sostanzialmente benevoli, il troppo parlare dell’aspetto esteriore delle donne finisce col focalizzare l’attenzione del pubblico su dettagli banali anziché su questioni più sostanziali legate alla loro attività politica. leggi tutto

Come in uno specchio. Il successo di Zalone e gli italiani

Maurizio Cau - 09.01.2016

Uno spettro si aggira nel cinema italiano. È quello di Monicelli, Risi, Sordi, Scola, Germi, Zampa. In due parole, della commedia all’italiana.

Succede ormai da anni che ogni film di successo che con leggerezza più o meno marcata prova a raccontare il Paese venga esaminato in controluce per scoprire i gradi di parentela che può rivendicare con uno dei generi e delle stagioni più alti del cinema nostrano. Poco importa che la cosiddetta commedia all’italiana non possa contare su un canone stilistico chiaro e condiviso; quello è il metro di misura con cui si esamina (e si giudica) ogni commedia prodotta nel nostro Paese. È ciò che capita ripetutamente con il cinema di Checco Zalone, il quale opera dopo opera si va emancipando dal registro comico di derivazione televisiva e si confronta con racconti più ambiziosi capaci di mettere in scena le varie facce dell’italianità. In questi giorni si assiste ai consueti giri di valzer della critica di settore: da un lato c’è chi riconosce in Zalone il nuovo maestro di un genere da (troppi) anni sepolto, dall’altro chi sottolinea la lontananza tra il registro sardonico e dissacrante di Luca Medici (il vero nome del comico pugliese) e le altezze registiche e drammaturgiche di un genere ormai consegnato alla storia.

La riconduzione del cinema di Zalone nelle strette maglie del genere non rappresenta però l’elemento centrale della questione. leggi tutto

Cooperazione, fundraising e dignità

Nino Santomartino * - 12.12.2015

Da molti anni ormai si è sviluppato il dibattito sull'utilizzo di immagini “estreme” nelle campagne di raccolta fondi: immagini strazianti di bambini scheletrici, dal respiro ansimante o con lo stomaco gonfio. C'è chi sostiene la logica del "fine giustifica i mezzi" e chi, invece, si oppone, definendo certi metodi come "pornografia del dolore".

Ad ogni campagna di questo tipo il dibattito si riapre e, come spesso accade, si trasforma in polemica senza portare ad alcun risultato.

 

Molto probabilmente, questo dibattito riflette due modi contrapposti di intendere la stessa attività, che si rispecchiano nell’utilizzo delle due diverse terminologie: raccolta fondi e fundraising.

Da un lato, una raccolta fondi come “sterile” tecnica di marketing, complesso di attività che si incentra sulla richiesta di denaro; dall’altro un fundraising inteso come attività caratteristica di una nuova forma di economia basata sulla reciprocità e sulla creazione di rapporti d’interesse (nel significato originario di “essere in mezzo, partecipare”), un nuovo modo di intendere la sostenibilità dei beni comuni.  

 

Un dibattito molto interessante, anche perché il problema non è solo rilevante sul piano del fundraising (o della comunicazione sociale in genere) ma soprattutto su quello etico.

Le organizzazioni non profit, come tutti gli attori della società leggi tutto

Lo spreco di suolo in Italia

Tiziano Tempesta * - 17.11.2015

Il suolo costituisce una componente fondamentale di ogni ecosistema, sia esso naturale sia esso antropico, e non è quindi il mero supporto fisico delle attività umane. Il suolo è in grado di produrre numerosi servizi ecosistemici tra i quali vanno ricordati: la funzione produttiva primaria, la funzione di regolazione del ciclo dell’acqua, la funzione di regolazione dei cicli degli elementi fondamentali per la vita, la funzione di conservazione della biodiversità, la funzione di regolazione climatica dovuta alla capacità del suolo di immagazzinare anidride carbonica grazie all’accumulo di sostanza organica. Il consumo di suolo in generale può essere definito come la riduzione della capacità dei suoli di produrre uno o più dei servizi ecosistemici richiamati. I fattori che possono causare il consumo di suolo sono molteplici anche se sicuramente quello che ha assunto maggiore rilevanza nei paesi sviluppati a partire dalla seconda metà del Novecento è l’urbanizzazione dei terreni coltivati.

Si noti però che il trasferimento di fattori di produzione e risorse da settori a bassa produttività a settori ad alta produttività costituisce uno dei motori dello sviluppo economico. Ciò vale sia per il capitale e il lavoro sia per la terra e le altre risorse naturali. Quindi, lo sviluppo economico comporta necessariamente un trasferimento di suolo da usi primari ad usi che potremmo definire urbani in senso lato: la città è da sempre il motore leggi tutto

La “versione di Prodi”

Michele Marchi - 01.09.2015

C’è da chiedersi se il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che dal palco del meeting riminese di CL ha parlato del fallimentare ultimo ventennio della politica italiana, abbia almeno sfogliato il recente libro intervista realizzato da Marco Damilano con l’ex premier ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi (R. Prodi, Missione incompiuta. Intervista su politica e democrazia, a cura di M. Damilano, Laterza, 2015).

Il padre fondatore dell’Ulivo ricostruisce il suo percorso intellettuale, culturale e politico, ma in realtà tratteggia una sua versione della storia d’Italia e della politica internazionale dagli anni Sessanta del Novecento ai nostri giorni. Ebbene la “versione di Prodi” è di notevole interesse proprio quando entra nel vivo di quell’ultimo ventennio citato da Matteo Renzi, epoca che lo ha visto tra gli indiscussi protagonisti.

Il primo passaggio di rilievo è quello riguardante il giudizio di Prodi su Mani pulite. L’ex premier non teme di andare controcorrente, o di avallare una lettura spesso avversata nell’area di centro-sinistra, quando parla della stagione delle inchieste milanesi di inizio anni Novanta come di un momento di grande opportunità per lottare contro il malaffare e la corruzione, ma allo stesso tempo come l’incubatore del virus di un “populismo senza freni”. Mani pulite e i metodi “giustizialisti” ad esso connessi si tramutano nei facilitatori per l’instaurarsi di un clima di sospetto e di attacco nei confronti non solo di quella parte di classe dirigente politica corrotta, ma più in generale del ruolo della politica in quanto tale. leggi tutto

Buio in sala. L’altra faccia dell’America

Maurizio Cau - 28.07.2015

Dalla provincia americana non smettono di giungere dolenti notizie di morte, figlie di tensioni sociali  sempre pronte a degenerare in violenza (come negli scontri di Baltimora e Detroit tra la polizia e la comunità afroamericana) e dell’irrisolto problema della diffusione delle armi. L’ultima notizia in ordine di tempo è quella dell’omicidio di due donne in un cinema di Lafayette, Louisiana, ad opera di un uomo bianco che senza apparente motivo ha sparato tra gli spettatori. Obama ha espresso alla BBC la propria “estenuante frustrazione” per la mancata approvazione di una legge sul controllo delle armi, che a detta dello stesso presidente rappresenterebbe il più grande insuccesso del suo mandato.

Le notizie di violenza, morte e scontri sociali che provengono da oltreoceano si avvicendano senza sosta in una ripetitività che sembra dare assuefazione. I media italiani si limitano a dare notizia delle sparatorie e degli scontri, ma il contesto sociale e culturale in cui maturano questi episodi resta insondato, lasciando sostanzialmente inalterata l’immagine da vecchio West dalla quale la provincia americana non sembra in grado di emanciparsi.

Una buona occasione per muoversi oltre lo stereotipo, o anche solo per indagarne la tenuta, l’ha offerta di recente il cinema, che è in grado di descrivere molto meglio di altri media l’ambiente in cui il disagio sociale e la violenza prendono forma e si sviluppano. leggi tutto

Internet business: esserci o non esserci

Patrizia Fariselli * - 09.05.2015

Gli sviluppi in corso nella Internet economy hanno recentemente impresso una spinta accelerata verso configurazioni che finora erano immaginate nei modelli di espansione del business attorno alle tecnologie digitali di rete, ma si manifestavano ancora per tentativi, a macchia di leopardo, in modo incoerente e con alta variabilità. Nell’universo anarchico della rete delle reti si sta progressivamente restringendo lo spazio di operatività delle sue contraddizioni, a favore del consolidamento delle posizioni forti, a scapito di quelle deboli.

La principale contraddizione emerge dal conflitto latente tra una rete progettata come bene pubblico – aperta, distribuita, neutrale, libera – e la sua gestione da parte di operatori di mercato che la usano per finalità private. Il  modello virtuale dell’architettura di Internet esclude che la rete sia appropriabile da parte di chi fornisce gli accessi a Internet (ISP), né che essi possano esercitare un controllo selettivo sui dati durante il loro percorso in rete. In questo consiste la neutralità della rete, di cui abbiamo già scritto in articoli precedenti. Su questa rete il ruolo degli ISP è cruciale, così come quello degli operatori che offrono servizi in rete (OTT), come ad esempio Google, agli utenti che vi accedono. leggi tutto

Della liberazione (o della guerra dei trent’anni).

Novello Monelli * - 28.04.2015

Nell’ottobre 1948 l’Associazione Nazionale Alpini tenne a Bassano del Grappa la sua prima adunata nazionale del dopoguerra.

Fu un evento denso di memorie e carico di simboli, non casualmente pensato in coincidenza con il settantesimo della seconda battaglia del Grappa, preludio (o inizio, a seconda dei punti di vista) dell’offensiva finale italiana che avrebbe portato a Vittorio Veneto. Furono oltre 60mila gli alpini in congedo che vi parteciparono, una galassia complessa e un buono spaccato di ciò che era l’Italia appena uscita dalla sconfitta: insieme ai vecchi veterani del 1918 marciavano i  reduci delle campagne in Russia e in Albania del 1940-43, i prigionieri dei campi di concentramento tedeschi e coloro che avevano combattuto nelle brigate partigiane. Con l’eccezione degli ex combattenti della “Monterosa”, la divisione alpina inquadrata nelle forze armate della RSI, i partecipanti all’adunata rappresentavano tutti gli itinerari possibili dell’esperienza della guerra per un italiano del Novecento.

La resurrezione del Ponte Vecchio, appena riaperto al pubblico dopo la ricostruzione (e ribattezzato Ponte degli Alpini) venne trasformata nell’occasione di una grande liturgia collettiva: il trauma della guerra perduta e della guerre civile si legava alle memorie gloriose della guerra vinta, da cui la nuova Italia repubblicana sarebbe dovuta ripartire. Fu questo il cuore delle parole che Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, rivolse a quella folla in borghese e in uniforme. leggi tutto

Internet: business globali, scambio ineguale

Patrizia Fariselli * - 09.04.2015

Non si finisce mai di parlare di Internet, almeno per due motivi.

Da una parte, le prospettive analitiche da cui osservare l’impatto delle tecnologie digitali di rete sui comportamenti e sulle attività delle persone e delle organizzazioni sono innumerevoli, e si possono riassumere in quattro grandi capitoli/domande: tecnologico-infrastrutturale (come è fatta la rete?); socio-politico-culturale (chi/cosa fa in rete?); economico-aziendale (quale valore produce e per chi?); normativo-istituzionale (quali diritti/doveri e quali autorità sono chiamati in causa?). In pratica, non rimane fuori niente dal raggio d’azione di Internet. Questi capitoli non sono indipendenti, anzi sono intrecciati tra loro. Ad esempio, il diritto alla privacy emerge come un problema aperto in relazione ai modelli di gestione dell’infrastruttura da parte degli operatori di rete (ISP), ai modelli di acquisizione dei dati degli utenti da parte degli operatori di servizi (come Google, Facebook, Amazon) e al loro scambio con gli operatori commerciali, ai modelli di diffusione e di condivisione delle informazioni personali pubblicate online da soggetti terzi entro social network, e tutto questo ancor prima che il problema venga affrontato in ambito giuridico.

Dall’altra parte, la penetrazione delle tecnologie digitali di rete nell’impianto socio-economico-istituzionale che si è consolidato nel tempo leggi tutto

Creatività e dissenso nel XXI secolo. L’arte violata della ribellione.

Carola Cerami * - 02.04.2015

Nel 1951 Albert Camus nel saggio “L’uomo in rivolta” scriveva: “La bellezza, senza dubbio, non fa le rivoluzioni. Ma viene il giorno in cui le rivoluzioni hanno bisogno di essa”.

L’11 settembre del 2014 usciva negli schermi italiani, “Everyday rebellion” dei fratelli iraniani Arman e Aras Riahi: un documentario che celebra il potere e la ricchezza delle forme creative di protesta non violenta e di disobbedienza civile. I fratelli Riahi ci conducono tra gli indignados di Madrid; le Femen di Kiev, Parigi e Stoccolma; gli attivisti di Occupy Wall Street a New York; i giovani del movimento verde a Teheran; le prime manifestazioni di dissenso dei siriani contro il regime di Bashar Al-Assad; gli egiziani di Piazza Tahrir; le proteste di Gezi Park in Turchia e altri ancora. Il filo conduttore fra movimenti di protesta così eterogenei è la creatività, l’espressione artistica del dissenso, la libera rappresentazione estetica e visiva della ribellione. Essa può esprimersi in tecniche creative non violente, dalla marea di palline colorate fatte scivolare lungo le strade di Damasco, alle pentole rumorose di Istanbul, ai corpi nudi di Kiev, o più di recente, agli ombrelli colorati di Hong Kong, ma in senso più ampio queste manifestazioni di dissenso coinvolgono l’espressione artistica e creativa dell’essere umano. leggi tutto