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20 luglio 2019
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Argomenti

Detto e non detto: la lingua di Salvini nei social network

Matteo Largaiolli * - 26.04.2016

L’uso dei social network è ormai parte integrante della comunicazione politica. Un caso di studio interessante per un’analisi della lingua della politica sono i post pubblicati da Matteo Salvini su Facebook nel giorno degli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016.

In quel giorno, Salvini si trovava nella capitale belga per impegni istituzionali e fin dalle prime ore del mattino ha pubblicato sulla sua pagina Facebook commenti e resoconti in presa quasi diretta. Fin dal primo post, il leader leghista (o il suo staff) adotta uno stile giornalistico, o meglio lo stile dei titoli di giornale: una o più frasi nominali che indicano luogo e fatto, seguite da brevi righe in cui predomina il commento. Con i primi post Salvini colloca l’evento nello spazio: l’aeroporto di Bruxelles, l’ingresso del Parlamento. La definizione del luogo che dà Salvini non è neutra: da un lato, i participi e gli aggettivi che qualificano la città – bloccata, evacuato, ferma, blindata, chiusa –servono per evocare l’atmosfera di sospensione in cui è immersa Bruxelles. Dall’altro, con le indicazioni precise sul suo tragitto nella capitale, Salvini dimostra di conoscere bene il luogo che al momento è al centro dell’attenzione e si autopresenta così come testimone privilegiato e legittimato a parlarne.

Accanto al luogo, Salvini imposta il tempo, che su Facebook è puntuale nelle indicazioni automatiche di data e ora, ed è sostanzialmente l’“adesso”: leggi tutto

I “paesaggi contaminati” di Martin Pollack e il salvataggio dall’oblio

Giovanni Bernardini - 19.03.2016

“Un laboratorio su un immenso cimitero”: questa era l’Europa all’indomani del primo conflitto mondiale secondo Thomas Masaryk, primo Presidente della neonata Repubblica Cecoslovacca. È difficile immaginare un ossimoro che concili più efficacemente le attese di un dopoguerra di pace e di sviluppo sociale, e il monito dell’immensa carneficina appena conclusa. “L’esperimento” fu tutt’altro che un successo e le speranze di un pacifico progresso lasciarono presto il posto a incubi reali di moderna barbarie, in primis il nazionalsocialismo, e a nuovi massacri che avrebbero insanguinato a lungo l’intera Europa.

Massacri talmente diffusi che Martin Pollack, scrittore e giornalista austriaco e soprattutto profondo conoscitore dell’Europa centro-orientale, paragona quest’ultima a un’enorme fossa comune nella quale regimi contrapposti, passaggi di eserciti o deliberate operazioni di sterminio su base razziale o ideologica hanno precipitato avversari e nemici lungo tutto il Ventesimo secolo. Spesso i posteri hanno dedicato a quelle vittime un doveroso riconoscimento sotto forma di steli, monumenti, lapidi individuali e collettive. In molti altri casi, tuttavia, questo non è avvenuto per una precisa volontà politica, per il desiderio di rimuovere un passato ancora fresco dalla memoria collettiva, o di procedere sbrigativamente alla ricostruzione materiale e morale, o semplicemente perché la negazione del ricordo era l’ultimo, estremo affronto alle vittime. leggi tutto

In ricordo di Umberto Eco

Giulia Guazzaloca - 27.02.2016

Innumerevoli sono stati in questi giorni i ricordi, le commemorazioni, le analisi della personalità e dell’eredità intellettuale di Umberto Eco. Ma gli elogi in memoria della grandi personalità scomparse lasciano sempre il tempo che trovano; si tratta di un «genere» giornalistico che probabilmente Eco avrebbe incenerito con una battuta. Mentre era in vita, la sua personalità complessa e la sua opera non hanno goduto solo di successi e riconoscimenti. Il carattere caustico e sferzante, l’amore estremo per il paradosso gli hanno provocato, infatti, frequenti attacchi e polemiche; la sua produzione non è sfuggita a critiche anche dure, specie all’uscita de Il cimitero di Praga, e prima ancora con Il pendolo di Foucault.

Ma questo in fondo capita alle grandi personalità che lasciano il segno. Un segno che nel caso di Eco non sta tanto nelle singole opere, o non solo in esse: che fossero celebri romanzi o le note della Bustina di Minerva, rubrica che per trent’anni ha tenuto sul settimanale «L’Espresso»; che fossero complessi scritti avanguardistici sulla filosofia del linguaggio, dove Aristotele spiegava Joyce e viceversa, o saggi teorici sull’estetica. Il segno, Umberto Eco lo ha lasciato ancor più nel tipo di intellettuale che è stato: un intellettuale atipico, vulcanico, fuori dal coro. leggi tutto

La sindrome di Dorian Gray. Come lo smartphone e i social stanno cambiando la nostra vita

Omar Bellicini * - 25.02.2016

Secondo la tribù nordamericana degli Hopi, le fotografie possono rubare l’anima. Non è una novità: la credenza è presente in diverse culture, il che è ben noto in Occidente. L’aspetto davvero sorprendente è che gli Hopi hanno ragione. Ovviamente, la questione non riguarda maledizioni o sortilegi, ma il ruolo che ha assunto questa forma d’arte nella società contemporanea. Un ruolo che sta modificando, assai rapidamente, il nostro modo di rapportarci alla realtà. La riflessione prende le mosse da un saggio dello storico dell’arte Jean Clair: “L’inverno della Cultura”, edito in Francia nel 2011. La tesi di Clair è che il processo di desacralizzazione dell’arte che ha caratterizzato il ‘900, dagli orinatoi di Duchamp alla “merda d’artista” di Manzoni, abbia ridotto il consumo culturale a una fenomenologia dell’evento. In altre parole: secondo Clair, la maggior parte delle persone non assiste più a una mostra, a uno spettacolo o a una proiezione, per ammirare delle opere e vivere un’ebrezza intellettuale, quanto per prendere parte a una manifestazione cui partecipano gli altri. Ovverosia per dichiarare, con modalità più o meno esplicite: “C’ero anch’io”. Cos’ha a che vedere tutto questo col vezzo di scattare delle istantanee? È presto detto: la fotografia sta subendo un processo analogo a quello descritto da Clair. Si pensi all’uso che ne viene fatto comunemente: quando ci si trova di fronte a un fatto insolito o a una situazione degna di nota, leggi tutto

Lincoln: i dilemmi di una leadership

Paolo Pombeni - 20.02.2016

Per tutti gli appassionati storia e di politica il volume che Tiziano Bonazzi ha dedicato al presidente della guerra civile americana è una lettura da non perdere (T. Bonazzi,  Abraham Lincoln. Un dramma americano, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 306, € 22). Prima di tutto perché è un libro scritto in maniera splendida, il che purtroppo sta diventando raro. L’autore crea un gioco di sfondi e di primi piani sul suo eroe che non solo è molto godibile, ma che ci porta davvero “dentro” una storia tutt’altro che semplice da dipanare.

Bonazzi è un grande specialista di storia americana, ma è uno di quegli specialisti che comprendono come i lettori non lo siano e quindi come abbiano bisogno di essere introdotti in un mondo che non è il loro: non solo perché si parla di un altro continente e di un’altra cultura, ma perché si parla di un’altra epoca, che va dagli inizi dell’Ottocento sino al 1865. Non è uno spazio di tempo breve come sembra, perché in quel lasso temporale cambia il mondo: gli Stati Uniti passano dall’universo della colonizzazione britannica con i suoi retaggi culturali, alla fase del grande stato che deve costruirsi come “nazione” inglobando la “frontiera” e il sistema economico di piantagione, l’industrializzazione e il commercio su larga scala, la religione del puritanesimo cristiano e quella del risveglio evangelico. leggi tutto

La (ri)comparsa di Yehoshua? Ha il fascino discreto di un romanzo imperfetto

Omar Bellicini * - 18.02.2016

«Durante l’ultima prova mi è sembrato che le corde della tua arpa abbiano prodotto un suono nuovo, più audace, quasi un ululato. Ma forse è stato un altro artista». È il ritratto di Noga, protagonista chiaroscurale e discreta di questo undicesimo romanzo di Abraham Yehoshua, edito da Einaudi: “La Comparsa”. Sono passati 38 anni da “L’amante”, opera prima dell’autore israeliano: testo che si impose all’attenzione della critica internazionale. “È nato uno scrittore”, si disse. Uno scrittore era effettivamente nato, e di prima grandezza. Ma di quel talento, di quell’urgenza narrativa, non restano che gli echi: i fantasmi di un artista sopraffatto dalla malinconia. Come la sua ultima eroina, del resto: anch’essa artista, anch’essa umbratile e incompiuta. Questa la trama: Noga, musicista israeliana approdata nella cosmopolita e libertaria Olanda, fa ritorno a Gerusalemme, per occupare la casa di una madre rimasta vedova. Qui scoprirà il cambiamento progressivo, e all’apparenza inesorabile, del Paese: l’avanzata silenziosa degli «uomini in nero», gli ultraortodossi; la distanza della realtà rispetto ai luoghi della memoria. Presenti, e talvolta prepotenti, tutti i temi del repertorio di Yehoshua: il rapporto fra genitori e figli, le relazioni irrisolte, la nostalgia verso una patria forse mai davvero esistita, il percorso sociale e politico dello Stato di Israele. leggi tutto

La stranezza che ho nella testa: il racconto polifonico di Orhan Pamuk

Francesca Del Vecchio * - 02.02.2016

«Ciò che voleva dire alla città, che voleva scrivere sui muri, gli era appena venuto in mente. Proveniva da dentro di lui, ed era tutto intorno a lui, era un’intenzione sia del cuore che delle labbra: ‘Ho amato Rayiha più di ogni altra cosa al mondo’». Si chiude così La stranezza che ho nella testa (traduzione di Barbara La Rosa Salim, Einaudi), ultimo lavoro del Nobel per la letteratura 2006, Orhan Pamuk. Il protagonista, Mevlut Karataş, è un povero mercante di boza -bevanda ottomana a base di cereali- nato in periferia e trasferitosi a Istanbul per sposare una donna di nome Rayiha. Il tono malinconico del narratore accompagna lo sviluppo della storia. Gli innamorati si raccontano. Al loro fianco, altri personaggi si svelano, tessendo la trama fitta del romanzo: una polifonia che dà vita a un componimento corale di insolita potenza. Il resoconto personale s’interseca con il racconto della nazione e la cronaca delle fedi politiche che cambiano. L’intento di Pamuk è chiaro già dal frontespizio: «La stranezza che ho nella testa ovvero la vita, le avventure, i sogni, gli amici e i nemici di Mevlut Karataş, venditore di boza, nonché una panoramica della vita di Istanbul tra il 1969 e il 2012, raccontata dal punto di vista dei suoi cittadini». leggi tutto

Tra moda e politica: Renzi e l’orlo dei pantaloni

Donatella Campus * - 19.01.2016

Da qualche tempo l’abbigliamento di Matteo Renzi sembra attrarre molta attenzione da parte dei mezzi di informazione. Pensiamo, ad esempio, allo spazio che è stato dato all’orlo corto dei pantaloni e al calzino dal colore vivace sfoggiati dal premier in un’occasione formale. E ai calzoncini corti indossati sotto la neve di Courmayeur. Non succede solo in Italia. Sempre a proposito di calzini, sono ormai celebri quelli piuttosto eccentrici del Primo ministro canadese Justin Trudeau. E che dire delle scarpe, se perfino il Wall Street Journal ha proposto ai lettori un quiz che chiede di riconoscere i diversi candidati presidenziali (in maggior parte uomini) a partire dalle foto delle loro calzature (http://graphics.wsj.com/quiz/index.php?standalone=1&slug=candidate-boots)? Insomma, l’impressione è che stia accadendo agli uomini politici quel che un tempo era riservato alle donne: il loro modo di vestire viene analizzato, scrutinato, talvolta elogiato, ancor più spesso criticato. Parità di trattamento, infine? E come e perché è avvenuto che anche l’abbigliamento maschile ha iniziato a fare notizia?

Per quel che riguarda le donne in politica, i commenti sul modo di vestire e, più in generale, sull’aspetto fisico hanno sempre costituito una rilevante criticità della copertura mediatica. Si osserva, infatti, che, anche nel caso di giudizi sostanzialmente benevoli, il troppo parlare dell’aspetto esteriore delle donne finisce col focalizzare l’attenzione del pubblico su dettagli banali anziché su questioni più sostanziali legate alla loro attività politica. leggi tutto

Come in uno specchio. Il successo di Zalone e gli italiani

Maurizio Cau - 09.01.2016

Uno spettro si aggira nel cinema italiano. È quello di Monicelli, Risi, Sordi, Scola, Germi, Zampa. In due parole, della commedia all’italiana.

Succede ormai da anni che ogni film di successo che con leggerezza più o meno marcata prova a raccontare il Paese venga esaminato in controluce per scoprire i gradi di parentela che può rivendicare con uno dei generi e delle stagioni più alti del cinema nostrano. Poco importa che la cosiddetta commedia all’italiana non possa contare su un canone stilistico chiaro e condiviso; quello è il metro di misura con cui si esamina (e si giudica) ogni commedia prodotta nel nostro Paese. È ciò che capita ripetutamente con il cinema di Checco Zalone, il quale opera dopo opera si va emancipando dal registro comico di derivazione televisiva e si confronta con racconti più ambiziosi capaci di mettere in scena le varie facce dell’italianità. In questi giorni si assiste ai consueti giri di valzer della critica di settore: da un lato c’è chi riconosce in Zalone il nuovo maestro di un genere da (troppi) anni sepolto, dall’altro chi sottolinea la lontananza tra il registro sardonico e dissacrante di Luca Medici (il vero nome del comico pugliese) e le altezze registiche e drammaturgiche di un genere ormai consegnato alla storia.

La riconduzione del cinema di Zalone nelle strette maglie del genere non rappresenta però l’elemento centrale della questione. leggi tutto

Cooperazione, fundraising e dignità

Nino Santomartino * - 12.12.2015

Da molti anni ormai si è sviluppato il dibattito sull'utilizzo di immagini “estreme” nelle campagne di raccolta fondi: immagini strazianti di bambini scheletrici, dal respiro ansimante o con lo stomaco gonfio. C'è chi sostiene la logica del "fine giustifica i mezzi" e chi, invece, si oppone, definendo certi metodi come "pornografia del dolore".

Ad ogni campagna di questo tipo il dibattito si riapre e, come spesso accade, si trasforma in polemica senza portare ad alcun risultato.

 

Molto probabilmente, questo dibattito riflette due modi contrapposti di intendere la stessa attività, che si rispecchiano nell’utilizzo delle due diverse terminologie: raccolta fondi e fundraising.

Da un lato, una raccolta fondi come “sterile” tecnica di marketing, complesso di attività che si incentra sulla richiesta di denaro; dall’altro un fundraising inteso come attività caratteristica di una nuova forma di economia basata sulla reciprocità e sulla creazione di rapporti d’interesse (nel significato originario di “essere in mezzo, partecipare”), un nuovo modo di intendere la sostenibilità dei beni comuni.  

 

Un dibattito molto interessante, anche perché il problema non è solo rilevante sul piano del fundraising (o della comunicazione sociale in genere) ma soprattutto su quello etico.

Le organizzazioni non profit, come tutti gli attori della società leggi tutto