Ultimo Aggiornamento:
25 settembre 2021
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Argomenti

Una democrazia popolare per salvare l’ideale democratico…o no?

Carlo Marsonet * - 28.10.2020

Sergio Labate, docente di filosofia teoretica presso l’Università di Macerata, prende di petto il tema ormai onnipervasivo del populismo in un agile volumetto uscito nella collana “Astrolabio” di “Salerno Editrice”: “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (2019, pp. 104). Come esplicitato fin dal titolo, il volume tenta di elaborare una risposta “militante”, scrive Labate, e non solo formale, alla crisi della democrazia: «solo una democrazia popolare può salvare l’ideale democratico dall’oligarchia o dal populismo». Ma cosa egli intende con “ideale democratico” da rigenerare tramite un’infusione di “democrazia popolare”? La definizione più prossima la rinviene in Gramsci, e più precisamente nel dodicesimo quaderno dal carcere: «la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni “cittadino” può diventare governante e che la società lo pone, sia pure astrattamente, nelle condizioni generali per poterlo diventare: la democrazia politica – conclude Gramsci – tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati)».

Nella tesi sostenuta da Labate vi è una buona dose di pedagogia politica: in sostanza, affinché una democrazia funzioni, ogni cittadino dovrebbe cercare di migliorare le proprie qualità o, se si preferisce, leggi tutto

Dove nasce la violenza?

Francesco Provinciali * - 10.10.2020

L’avvicendarsi di fatti di cronaca nera ci lascia esterrefatti e increduli: ripetuti e quotidiani gesti di violenza che si superano per efferatezza e bestialità. “Homo homini lupus”: da sempre è così ma oggi tutto è amplificato ed enfatizzato dai media, delle ‘buone nuove’ si è persa ogni traccia.

E’ tutto un rimbalzare di episodi atroci e criminali: comunque li si voglia chiamare o definire si appalesano come evidenze drammaticamente negative sia del vivere sociale che dei comportamenti individuali.

Una lunga catena di gesti inconsulti di cui ci si attende quotidianamente l’anello successivo, come se la notizia di quelli precedenti fosse del tutto ininfluente rispetto ad ogni remora, incapace di fermare una mano assassina, come in una sfida dove il delitto vince la ritrosia, i freni inibitori, il timore di essere scoperti e puniti, per non parlare delle regole morali che vengono infrante: il rispetto della sacralità della vita, il diritto all’identità e al futuro per ogni essere umano, il pudore e il pentimento verso ogni possibile offesa della sua dignità.

A Colleferro (Roma) quattro balordi energumeni hanno ucciso a botte un ragazzo di 15 anni, a Casale Monferrato (Alessandria) un giovane poco più che ventenne ha bruciato suo padre.

La violenza come atteggiamento ripetuto leggi tutto

La lezione di Max Weber

Francesco Provinciali * - 03.10.2020

A 100 anni dalla sua scomparsa corre l’obbligo di ricordare l’importanza dell’eredità culturale ricevuta dal grande sociologo e politologo tedesco Max Weber.

Parafrasando un pensiero di Marguerite Yourcenar e usandolo come metafora calzante, addentrarsi nel ‘granaio’ della sterminata produzione del grande pensatore “è come mettere da parte riserve contro l’inverno dello spirito, che da molti indizi mio malgrado vedo arrivare.“

Ci ha pensato recentemente il filosofo Massimo Cacciari a rievocare questa figura carismatica con la sua opera “Il lavoro dello spirito”, che implicitamente risponde al timore della scrittrice francese.

Più modestamente qui basterebbe richiamare – nella mole densa e feconda delle sue riflessioni– le due conferenze tenute dal Weber tra il 1917 e il 1919 all’Università di Monaco : “La scienza come professione” e “La politica come professione”, accorpate – nell’edizione a mie mani del 1971 -  con la pregevole e insuperata traduzione di Antonio Giolitti e la prefazione di Delio Cantimori , in un libro che le riassume sotto il titolo de “Il  lavoro intellettuale come professione”. Come acutamente osservato da Cacciari il senso delle due lezioni weberiane, oltre ad offrire fermenti di pensiero importanti alla Germania uscita sconfitta dalla 1° guerra mondiale e a tracciare il profilo dello scienziato e del politico secondo categorie concettuali utili a tracciarne le leggi tutto

La libertà presa sul serio. Una difesa del liberalismo classico

Carlo Marsonet * - 23.09.2020

Col passare del tempo, le idee possono mutare – non necessariamente per il meglio – e così le parole possono assumere significati ben diversi, talvolta quasi antitetici, rispetto alle origini. Questo è il caso emblematico del liberalismo. Ce lo ricorda in un agile ma intenso volumetto un filosofo del diritto, Carlo Lottieri“Every New Right Is A Freedom Lost. A Classical Liberal Defense Against the Triumph of False Rights” (Monolateral 2016).

L’Occidente liberale ha conosciuto dei veri e propri punti di svolta circa la concezione della persona, e così del potere e del diritto. Dalla “Magna Charta Libertatum” per arrivare al “Bill of Rights” americano, una forte enfasi posta sull’individuo e il rispetto che merita in quanto tale e la sua inviolabilità sono emerse. Si afferma, in sostanza, l’idea radicale, se si vuole, che gli individui sono nati liberi, possono ricercare la propria via per addivenire alla felicità e così alla vita buona secondo inclinazioni singolari. L’individuo, insomma, non può essere aggredito dal prossimo, il quale non può dunque disporre degli altri come se fossero e dei sottoposti e degli inferiori. Certo, si potrebbe obiettare che l’individuo non è un primo venuto al mondo, né tantomeno può vivere da asociale: ma, infatti, una teoria autenticamente leggi tutto

Effetti collaterali

Francesco Provinciali * - 11.07.2020

Non so se nei nostri comportamenti sociali, nel nostro dire e nel nostro fare in rapporto al prossimo, valga di più la motivazione o l’esempio, se si agisca più consapevolmente di propria iniziativa o se contino di più i condizionamenti diretti o indiretti che riceviamo dall’agire altrui.

Penso che l’avvento della tecnologia e la sua contestualizzazione nella nostra quotidianità abbiano favorito l’omologazione e la standardizzazione dei modi di essere della gente, ormai tutto ciò che passa attraverso i canali dei mezzi di comunicazione e di informazione viene metabolizzato molto in fretta, entra nelle nostre case, incide sulle nostre abitudini, cambia i nostri stili di vita e modifica profondamente il nostro modo di essere.

Per questo, pur godendo di una serie di tutele formali un tempo impensabili semplicemente perché non necessarie, finiamo per essere meno indipendenti e meno capaci di compiere scelte autonome, trovo infatti che i condizionamenti esterni costituiscano ormai una rete, una sorta di involucro che ci avvolge e ci costringe, lasciandoci solo l’apparente illusione della libertà.

E’ evidente allora che in un mondo dove prevalgono le logiche computazionali, cioè i criteri di efficienza, di efficacia e di interesse – che a loro volta producono modelli sociali pedagogicamente devastanti come leggi tutto

La doppia identità

Francesco Provinciali * - 04.07.2020

C’è in ciascuno di noi una parte di coscienza e di volontà, di intelligenza e di sentimento che è protesa in quella onesta e trasparente ricerca della verità che si realizza nella conoscenza delle cose.

Siamo qui, nel mondo e davanti al mondo, immersi ogni giorno in una fitta rete di relazioni con tutto ciò che esiste al di fuori della nostra personalissima identità.

Ci educhiamo, impariamo, cresciamo e maturiamo entrando sistematicamente in contatto per scelta o per necessità con l’universo intorno a noi.

Questa parte è il periscopio della nostra anima che ci rende permeabili e quasi assorbenti verso la realtà.

C’è un altro aspetto della nostra identità che si esprime poi attraverso il consolidamento di  opinioni sulle cose, che ci caratterizza per la selezione che operiamo sui contenuti della conoscenza e che consiste in una progressiva metabolizzazione della realtà fino a farla coincidere con un soggettivo discernimento cui possiamo dare il nome di “giudizio”.

L’uso del pensiero critico ci consente di selezionare le acquisizioni della nostra mente e di modulare i nostri comportamenti sulla base delle esperienze che ogni giorno realizziamo nel nostro incessante rapporto con il mondo delle persone e delle cose.

Trovo nei comportamenti oggi ricorrenti una prevalenza leggi tutto

Un'Italia incivile

Francesco Provinciali * - 24.06.2020

In un recente saggio pubblicato nella Rivista il Mulino (n.2/2020), Giovanni B. Sgritta, professore emerito di Sociologia all’Università Sapienza di Roma, ragiona sul “senso civico degli italiani”: tema non nuovo e spesso dibattuto allo scopo di evidenziarne la labilità in ogni contesto, dagli stili di vita cd. “quotidiani”, ai luoghi di lavoro, nella città, alla vita sociale del Paese in generale. Un approccio, dunque, che ha radici letterarie, politiche e morali, lontane, ma che racconta una storia basata più su suggestioni che su solide indagini empiriche.

L’analisi del Prof. Sgritta, che avevamo già apprezzato in un lavoro con M. Raitano sulle “disuguaglianze intergenerazionali”, prende le mosse da un lavoro di Carlo Tullio Altan del 1986, da quella “sindrome di arretratezza socio-culturale” da cui “emergeva una costellazione di disvalori, che possono essere riassunti nella povertà di spirito pubblico, di corresponsabilità collettiva, di senso civico”.

La base empirica del saggio di Sgritta è il Rapporto pubblicato nel 2019 dall’Istat sul senso civico degli italiani; un’indagine che ha il pregio di basarsi su un’ampia dimensione campionaria, oltre ad aprire lo sguardo su un largo ventaglio «di comportamenti e atteggiamenti che attengono al rispetto degli altri e delle regole di vita in comunità». I dati raccolti dall’Istat leggi tutto

Sulla questione delle statue e della necessità dell’ingiustizia

Lucrezia Ranieri * - 20.06.2020

“Il pensiero che vuol essere sempre giusto si paralizza.

Il pensiero progredisce quando cammina tra ingiustizie simmetriche,

come tra due file di impiccati.”

N. G. Dàvila, Escolios a un texto implìcito I


Che persone più o meno legittimamente arrabbiate possano prendersela, durante una dimostrazione o una rivolta, con un simbolo ad esse ostile, scegliendo di imbrattarlo, sradicarlo o distruggerlo non è un vero problema; o meglio, si tratta di un gesto che, considerato lecito o meno, è quello che è: un’azione dimostrativa, una manifestazione di liberatoria rivalsa contro la quale ci si potrà pure indignare, purché consapevoli di quanto ciò possa apparire vano.

Assume invece tratti sinceramente inquietanti il tentativo agito a mente fredda di elevare a sistema un atto dalla natura essenzialmente identitaria, e dunque di supporre una sorta di riproducibilità ideologica di qualcosa che ha senso ed è sostenibile soltanto se preso nella sua individualità, nella specificità della circostanza, nella dialettica esclusiva tra il soggetto e l'oggetto coinvolto; considerare cioè come perfettamente equivalente divellere la statua di Edward Colston durante un riot a Bristol nel quadro di una più generale rivendicazione antirazzista con il chiedere su facebook la rimozione leggi tutto

La Democrazia e i diritti dei lavoratori. Un anniversario da ricordare

Fulvio Cammarano * - 03.06.2020

Il 20 maggio 1970, 50 anni fa, entrava in vigore la legge 300, comunemente definitiva Statuto dei Lavoratori. Fu un evento di straordinaria importanza perché, come si è spesso ripetuto, la legge introduceva finalmente  lo spirito della Costituzione anche nell’impenetrabile e autoritario mondo del lavoro. Il big bang del ’68 e soprattutto la conflittualità nelle fabbriche durante l’autunno caldo erano stati determinanti nel condurre in porto un progetto a cui gli esponenti del riformismo più radicale del Partito socialista (Giacomo Brodolini e il giovane Gino Giugni, solo per fare due nomi) e della Democrazia Cristiana (Carlo Donat Cattin su tutti) stavano lavorando da tempo. Non era più una questione di innovazione degli orizzonti del diritto del lavoro, ma di una vera e propria cesura storica nelle vicende dello Stato italiano perché con lo Statuto si ponevano le basi per l’integrazione all’interno del sistema politico e sociale italiano del ribollente universo del mondo del lavoro. Quella legge può dunque considerarsi a tutti gli effetti, con il senno di poi, un successo della classe politica dell’Italia repubblicana perché aveva dimostrato come fosse in grado di confrontarsi con il problema dei problemi di un regime democratico: il governo della conflittualità del lavoro.

Quella legge può dunque leggi tutto

Che strana scienza

Stefano Zan * - 16.05.2020

Proviamo a mettere insieme le cose che sappiamo e quelle che non sappiamo del Covid 19, così come ci sono state raccontate in questi ultimi mesi dai diversi organi di informazione, nonché dalle comunicazioni ufficiali della Protezione Civile.

Non abbiamo ancora alcuna certezza su dove, come e quando sia iniziata la diffusione del virus (probabilmente) in Cina.

Non abbiamo alcuna certezza su dove, come e quando sia iniziata la diffusione del virus in Italia. Sono sempre più numerose le ipotesi che dicono che il mitico paziente 1 di Codogno non fosse affatto il primo contagiato in Italia.

Anche sui tempi e le modalità di contagio, su quando e per quanto tempo una persona che ha contratto il virus, magari in modalità asintomatica, sia contagiosa, ci sono diverse opinioni.

Sull’efficacia dell’uso delle mascherine, e di quali mascherine, si è discusso per settimane con pareri molto difformi fino a giungere alla conclusione, più da parte dei politici che degli specialisti, che era opportuno utilizzarle, tanto che qualche governatore le ha rese obbligatorie anche per strada.

I dati sull’andamento dell’epidemia forniti quotidianamente dalla protezione civile sono palesemente scarsamente attendibili. Non sappiamo quanti sono davvero i contagiati, che spesso sono asintomatici e comunque variano al variare del leggi tutto