Ultimo Aggiornamento:
28 maggio 2016
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Una storia che serva alla politica (senza esserne serva)

Giovanni Bernardini - 13.12.2014
History Manifesto

Ha colto nel segno il romanziere britannico L.P. Hartley quando ha definito il passato come “un paese straniero”, popolato da gente che si comporta in modo strano rispetto a noi. Un paese da cui attingiamo immagini, aneddoti e manufatti con lo stesso spirito ai quali spesso riserviamo lo stesso destino estetizzante e decontestualizzante dei Buddha sui comodini, o degli improbabili tatuaggi tribali da spiaggia. A quell’oceano di eventi accaduti nel tempo accediamo spesso sull’onda di stimoli e assonanze momentanee, destate più dall’istinto che dalla ponderazione. Così la semplice menzione della Crimea nella contesa tra Russia e Ucraina riporta alla mente nozioni di conflitti ottocenteschi, o di più recenti summit che nella vulgata hanno determinato le sorti dell’Europa (“di Yalta”, appunto). Similmente il referendum per l’indipendenza scozzese è stato associato all’immagine di una nuova epopea di “Braveheart”, con buona dose di grossolano ed esilarante anacronismo.

E poi c’è la storia, che è cosa diversa dal collezionismo occasionale di accadimenti passati. La storia che è interpretazione e conferimento di senso a quegli eventi, alla distanza che ci separa da essi, alla miriade di mutamenti infinitesimali e strutturali che hanno prodotto il presente. Pur semplificando, è lecito paragonare le interpretazioni storiche a delle mappe dei possibili percorsi verso quel “paese straniero”: mai uniche né univoche, diverse nei metodi di rilevamento e di raffigurazione, eppure comparabili in base alla loro rispondenza a regole chiare e rigore intellettuale. Interpretazioni certamente diverse quanto lo sono i punti di vista, le fonti scelte, le domande rivolte al passato sulla base delle urgenze del presente: per dirla con lo storico Geoffrey Barraclough, la storia inizia laddove i problemi che sono attuali nel mondo odierno assumono per la prima volta una chiara fisionomia. Per questo il peggior torto che si possa fare alla storia è pretendere che mantenga fede a tante massime popolari, che produca codici di condotta e prescrizioni, che sia “maestra di vita” poiché “si ripete”. Ciò che lo studio storico ha da offrire è meno immediato ma non meno utile per chi voglia comprendere il presente e agire su di esso. Qualcosa come un’indagine mai conclusa sui modi in cui il passato è selettivamente ricordato o dimenticato; in cui esso è rielaborato, usato per giustificare l’esistente o la necessità del suo cambiamento; in cui esso è celebrato, rinnegato, reinventato: tutti aspetti fatalmente politici, date le ingombranti ipoteche che essi pongono sulle letture del presente e la progettazione del futuro.

Sulla scorta di quanto detto, sarebbe facile comprendere come l’impegno per una nuova nobilitazione dello studio storico nella formazione di una cittadinanza consapevole e critica sin dai banchi di scuola non rappresenti la battaglia di una corporazione (o “casta”, come usa oggi) per la propria sopravvivenza. E tuttavia, è difficile dare torto a chi oggi stigmatizza la rassegnazione con cui molti storici hanno accettato un processo di progressivo allontanamento dalle stanze del potere, ma anche da un dialogo positivamente critico con esso. Su questo punto la recente (auto)critica dei due storici Jo Guldi e David Armitage (autori di un “History Manifesto” lodevolmente libero da copyright) segna un punto facile nell’accusare gli storici di aver gareggiato nel distaccarsi dal “dogma della rilevanza”, nel dedicare la totalità del proprio tempo al dibattito specialistico e talvolta autoreferenziale piuttosto che al pubblico più vasto, e men che meno al condizionamento della politica. Il risultato, almeno nel nostro paese, è stata l’occupazione di quegli spazi da parte di interpreti sprovvisti di strumenti analitici e competenze professionali ma spesso proni alle richieste partigiane della politica: si pensi all’avvilente dibattito pseudostorico scatenato negli anni ’90 dal revisionismo peloso sui “crimini della Resistenza” e la riabilitazione dei giovani di Salò.

Eppure la critica di Armitage e Guldi si scontra con un’obiezione evidente: rispetto a un’epoca precedente in cui la conoscenza storica aveva un peso ben maggiore, sono inesorabilmente cambiati i luoghi del potere, la sua percezione, il suo linguaggio e i suoi riti in direzione di un policentrismo e di un decentramento che rende difficile persino immaginare cosa potrebbe significare una nuova prossimità. Anche questa ridefinizione deve fatalmente rientrare tra i compiti che gli storici si pongono, pena la loro definitiva irrilevanza: riflettere sull’evoluzione del potere e della politica per riflettere su loro stessi e sulla loro disciplina. Paolo Prodi ha di recente colto un aspetto tutt’altro che secondario di questa traiettoria: in passato il rapporto della storia rispetto al potere si è configurato troppo spesso come ancillare e strumentare, a detrimento del rigore metodologico, dell’onestà intellettuale e del coraggio civile che deve animarla. Il risultato paradossale è che oggi lo storico è certamente meno influente, ma anche più libero. La nuova sfida che gli si pone è capire se e come questa nuova libertà debba tornare a declinarsi oggi, in una crisi collettiva di auto-rappresentazione prima ancora che materiale, in un impegno attivo per la costruzione di identità collettive e di un’azione civile e politica.

Quanto al potere politico, la necessaria autocritica degli storici non lo esime da una scelta chiara. Avvalersi nuovamente degli storici come interlocutori legittimi e attendibili nell’elaborazione delle scelte attuali, senza porre loro domande di cui non vogliono conoscere le risposte e senza pretendere che diventino un mero strumento di legittimazione acritica; oppure abdicare definitivamente all’idea che una conoscenza approfondita, sistematica e metodologicamente consapevole della storia, maturata attraverso una formazione pagata con i soldi dei contribuenti, sia un mero orpello privo di qualunque utilità per il processo decisionale. E che tutt’al più essa sia utile a raccontare aneddoti gustosi e strampalate testimonianze da quello strambo e incomprensibile paese che è il passato.