Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Una sfida cinese per Donald Trump

- 22.02.2017
Donald Trump e Tsai Ing-Wen

Nella campagna elettorale del candidato Donald Trump, la Cina ha sempre occupato un ruolo di primo piano. Additata, per le sue politiche monetarie e occupazionali, come la maggiore responsabile delle difficoltà che travagliano l’economia statunitense, essa non ha, tuttavia, mai assunto il peso di un vero interlocutore politico, come accaduto invece, ad esempio, nel caso della Russia. Nonostante i cordiali rapporti corsi fra Washington e Pechino specialmente negli anni del secondo mandato di Barack Obama, Trump ha in più occasioni annunciato la sua volontà di accrescere la presenza militare USA nel Mar Cinese Meridionale e di rafforzare in diversi modi il peso negoziale di Washington nei confronti di Pechino. Qualche settimana prima dell’insediamento, con una scelta che ha sollevato parecchie polemiche, in seguito a una telefonata con il Presidente taiwanese Tsai Ing-wen, il Presidente eletto ha ventilato la possibilità di mettere in discussione la ‘One-China policy’ su cui si basano le relazioni fra gli Stati Uniti e Pechino dall’inizio degli anni Settanta. Quella della nuova amministrazione sembrava, dunque, profilarsi come una politica ‘di rottura’ rispetto all’eredità di quella che l’aveva preceduta. Dopo l’insediamento dello scorso gennaio, invece, qualche cosa pare essere cambiato. In una telefonata con il Presidente Xi Jinping, Trump avrebbe espresso la volontà di continuare a onorare la ‘One-China policy’ e riaffermato, in accordo con il suo omologo cinese, la ‘necessità e urgenza’ di rafforzare i legami di cooperazione fra i due Paesi su una lunga serie di questioni, fra cui i temi dell’economia e degli scambi commerciali, dell’energia, della collaborazione scientifica e tecnologica, delle comunicazioni, degli investimenti e della global security.

La ragioni di questo apparente voltafaccia sono molte. Al di là della retorica incendiaria del candidato Presidente, Stati Uniti e Cina condividono, ormai, molteplici interessi. I legami economici che uniscono i due Paesi vanno oltre la ‘semplice’ problematica della delocalizzazione delle attività produttive statunitensi. Secondo i dati forniti dallo U.S. Census Bureau, nel 2016 il disavanzo commerciale fra i due Paesi è stato di poco meno di 347,04 miliardi di dollari, in calo rispetto all’anno precedente (367,17 miliardi) ma assai superiore rispetto a valori registrati nel corso del decennio. Sul piano delle partite finanziarie, è stato stimato che Pechino possieda (alla fine di ottobre 2016) circa 1,12 trilioni di dollari in titoli del debito pubblico statunitense, un valore che se non rende la Cina il maggior creditore internazionale di Washington (posizione attualmente occupata dal Giappone, con 1,13 trilioni), contribuisce comunque a intrecciare i due Paesi in un complesso vincolo di dipendenza reciproca. A livello politico, se da un lato Washington e Pechino si contrappongono sul lungo periodo come possibili egemoni nello spazio del Pacifico, sul breve/medio termine esse condividono l’interesse a stabilizzare una lunga serie di situazioni potenzialmente pericolose, legate alle ambizioni nucleari nordcoreane così come all’intreccio di rivendicazioni (in cui anche Pechino è coinvolta) intorno alle frontiere marittime, gli atolli (Spratly, Pratas e Paracelso) e i banchi (Macclesfield Bank e Scarborough Shoal) del Mar Cinese Meridionale. Tutto ciò concorre a spiegare perché anche nei momenti di crisi che hanno seguito la telefonata fra Trump e Tsai Ing-wen, la posizione di Pechino sia stata, tutto sommato, improntata al basso profilo e al tentativo di ridimensionare la scala dell’accaduto.

Fra Washington e Pechino le divergenze rimangono molte. L’amministrazione USA, nel corso delle ultime settimane, ha aumentato significativamente la sua presenza militare nelle acque del Mar Cinese Meridionale, da ultimo con l’invio della portaerei USS Carl Vinson e del cacciatorpediniere lanciamissili USS Wayne E. Mayer. Parallelamente, le autorità cinesi hanno rafforzato la loro attività in alcune delle isole e degli atolli a suo tempo occupati, nel tentativo di raffermare la validità del principio della nine-dash-line rigettato la scorsa estate dalla Corte Permanente d’Arbitrato. E’ comunque significativo che da entrambe le parti lo sforzo sembri essere quello di presentare le mosse compiute come semplice routine. Se la strategia americana nei confronti di Pechino è quella della reaganiana ‘peace through strength’, lo sfoggio di potenza appare, sinora, limitato. Fra Stati Uniti e Cina esistono – come già osservato – diversi punti di convergenza (più di quanti ne esistano, per esempio, fra Stati Uniti e Russia, Paese che pure, nella retorica del Presidente, occupa molto più spazio) e i costi della non collaborazione potrebbero, alla fine, dimostrarsi alti per entrambi. Per Pechino soprattutto, la via per realizzare le proprie ambizioni regionali passa necessariamente dalla ‘benevolenza’ di Washington. Anche se all’orizzonte non appare nulla che assomigli al ‘new model of relations’ degli ultimi anni dell’amministrazione Obama, un deterioramento delle relazioni Stati Uniti-Cina come quello che alcuni osservatori aveano prefigurato lo scorso dicembre appare, quindi, poco probabile. Sempre che l’ambizione trumpiana di ‘fare l’America di nuovo grande’ non finisca per cozzare con quella di Pechino di assumere (finalmente) un ruolo politico consono a quello che è ormai il suo peso economico.





 

* Gianluca Pastori è Professore associato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa. Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.