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19 luglio 2017
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Un oleodotto in terra sioux. Il rispetto della religione, la difesa dell’ambiente

Claudio Ferlan - 21.12.2016
Obama e Archambault II

Mni Wiconi, l’acqua è vita: è questo il motto di protesta dei Sioux, una delle tribù della nazione Lakota, in particolare di quelli che oggi vivono nella riserva di Standing Rock (Nord Dakota). Si tratta di un luogo simbolo. Proprio la diffusione in questa riserva di una nuova religione nata altrove, la cosiddetta “Danza degli Spiriti” (Ghost Dance), contribuì infatti a scatenare una dissennata reazione dell’esercito degli Stati Uniti che diede luogo all’ultimo episodio delle guerre indiane, il Massacro di Wounded Knee (29 dicembre 1890).

 

Un oleodotto in luoghi sacri

L’attuale malcontento nasce dal progetto che prevede la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, milleduecento miglia (quasi duemila km) di condutture, per opera della Dakota Access, società del gruppo di Dallas Energy Transfer Partners. Una parte della mastodontica opera dovrebbe passare sulle terre abitata dai Sioux di Standing Rock, precisamente sotto il lago Ohae, a mezzo miglio dalle falde acquifere della riserva. I rischi di inquinamento sono evidenti, meno di quanto non siano le parimenti rilevanti questioni legate alla sacralità di parte delle terre comprese nel percorso dell’oleodotto.

Da aprile un accampamento occupato stabilmente da almeno seimila persone è stato organizzato per opporsi ai lavori. Chi lo abita sono soprattutto nativi americani, membri di numerose nazioni unite nel dissenso, e ambientalisti di varia provenienza. Non basta. Frequentissime sono le visite di personalità del mondo dello spettacolo, di quello politico e religioso. A partecipare alla protesta sono stati (e sono) molti rappresentanti di reti che nulla hanno a che fare con le credenze dei nativi: l’Unità delle Chiese Metodiste, quella delle chiese di Cristo, presbiteriani ed episcopali, cattolici (presenti soprattutto le comunità monastiche femminili), la Nazione islamica. L’elenco non è affatto esaustivo, se pensiamo che lo scorso 4 novembre più di cinquecento ministri del culto e leader religiosi hanno raggiunto l’accampamento per una manifestazione comune.

Senza sottovalutare la questione ambientale (aggiornamenti costanti si trovano sul sito standingrock.org e al profilo Twitter @StandingRockST), soffermiamoci sull’importanza attribuita dai Sioux e dalla cultura nativa americana in genere alla centralità religiosa dell’acqua e della terra. Stephen Pevar, legale specializzato in casi relativi alla difesa dei diritti degli indiani, ha sintetizzato con efficacia la questione Pipeline: “È come se qualcuno pensasse di far passare un oleodotto sotto Betlemme o Gerusalemme”, invitando gli “uomini bianchi” a valutare con il dovuto rispetto la rilevanza religiosa dell’affaire. È pure un tema legale. Va ricordato infatti che l’American Religious Freedom Act del 1978 ha sancito l’obbligo del governo federale di garantire e proteggere il diritto dei nativi americani alla libertà religiosa. In questo impegno sono compresi la libertà di accesso ai luoghi sacri, il diritto al possesso di oggetti di culto e la libertà di esprimersi attraverso riti e cerimonie della tradizione. Come scritto, molti territori sacri si trovano nella zona interessata dal progetto per l’oleodotto. Non è un caso se tra le forme di protesta una delle più frequenti è stata l’organizzazione di momenti di preghiera comune tra diverse tribù della nazione indiana.

Il portavoce della Standing Rock Sioux Tribe Dave Archambault II (Tokala Ohitika – Volpe Coraggiosa) ha scritto a papa Francesco per chiedere il sostegno della sua preghiera. A oggi non vi è notizia di una risposta pubblica, ma sia Archambault, sia esponenti della vita cattolica statunitense hanno sottolineato come nell’Enciclica Laudato Si’ il passaggio dedicato alla necessità di rispettare i luoghi sacri e la spiritualità dei popoli indigeni sembri parlare anche di Standing Rock. Così come i numerosi riferimenti all’acqua bene comune. 

 

Decisioni future

Il movimento di resistenza è sembrato avere successo: il 4 dicembre scorso il genio militare dell’esercito, responsabile della realizzazione del progetto, lo ha bocciato invitando i costruttori a ideare un percorso alternativo. L’annuncio è stato salutato con entusiasmo da Archambault II, che ha ringraziato l’amministrazione Obama per la “storica decisione”. Il presidente uscente, infatti, aveva preso a cuore la questione e preteso indagini e chiarimenti. Passata una notte in festa, l’accampamento sioux è stato gelato dalla reazione del portavoce di Donald Trump. Il presidente eletto ha tenuto a far sapere che sarà lui a pronunciare l’ultima parola, dopo l’insediamento (20 gennaio). Come mai tanto interesse, per di più espresso con simile rapidità? Una risposta si potrebbe celare nel fatto che la famiglia Trump qualche anno fa aveva una partecipazione compresa tra 500.000 e un milione di dollari nella Energy Transfer Partners, cifra oggi ridotta non si sa di quanto, ma non annullata. Certo è poi che il presidente eletto detiene azioni della Philips 66, proprietaria della 25% della Dakota Access. Che sia un conflitto di interessi?

Al momento la situazione è in fase di stallo, il campo della protesta non è stato smontato, nonostante le temperature polari che contraddistinguono l’inverno del Nord Dakota. Si attendono nuove mosse, che con ogni probabilità arriveranno da parte dell’uomo bianco. O forse dall’uomo in bianco.