Ultimo Aggiornamento:
30 luglio 2016
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The Spotlight: il ruolo cruciale dell’inchiesta giornalistica

Francesca Del Vecchio * - 23.02.2016
Il caso Spotlight

Dal 18 febbraio 2016 è in programmazione nelle sale The Spotlight, di Tom McCarthy. Il film-  presentato fuori concorso alla 72ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia- racconta la storia dell’omonimo pool d’inchiesta del Boston Globe che, nel 2001, inizia un’indagine sugli abusi sessuali ai danni di minori. Abusi perpetrati da alcuni sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston e immediatamente insabbiati dall'autorità ecclesiastica, l’arcivescovo Bernard Francis Law. Nel corso del 2002 il quotidiano pubblica oltre 600 articoli, documentando un migliaio di casi di violenze, attestando le responsabilità di circa 70 sacerdoti, tra cui spicca il nome di Padre Geoghan. Nel 2003 al giornale viene assegnato il Premio Pulitzer nella categoria “pubblico servizio”. The Spotlight non ha nulla a che vedere con i film hollywoodiani tutti star e colpi di scena, né vuol scimmiottare il mèlo dai toni stucchevoli. Al contrario: ricostruisce in maniera capillare la genesi dell’inchiesta che ha fatto luce sul fenomeno della pedofilia, raccontando sia le pressioni da parte delle istituzioni laiche, che le intimidazioni ricevute da quelle religiose nella cittadina più cattolica d’America. I personaggi proposti sembrano essere fedeli agli originali, e- per questo- senza pretese di mitizzazione. Il risultato è un film apprezzabile. Il silenzio in cui è avvolta la sala alla fine della proiezione spinge a fare alcune considerazioni. Ovviamente il tema non è nuovo al pubblico, non dopo il racconto di alcune vicende disseppellite- in Italia -dalle Iene.  A spaventare non è l’atrocità dei fatti. Non solo, almeno. Ma l’esistenza  di storie analoghe ancora ignote. L’inchiesta giornalistica, in questo senso, diventa decisiva. L’Unesco, nel 2013,  aveva definito il giornalismo investigativo “[…] la rivelazione di questioni che sono nascoste sia deliberatamente da qualcuno in una posizione di potere, sia accidentalmente dietro una massa caotica di fatti e circostanze.. In questo senso il giornalismo investigativo contribuisce in maniera cruciale alla libertà di espressione ed allo sviluppo dei media”. Negli ultimi vent’anni, questa branca del giornalismo ha ricoperto un ruolo fondamentale, seguendo due percorsi diversi: il primo, più tradizionale, affidato a strutture qualificate e incorporato nel complessivo processo produttivo delle notizie, il secondo, ben più ardito, in settori più specifici e con la collaborazione di organizzazioni no profit finalizzate al giornalismo d’inchiesta. In entrambi i casi, il compito della stampa di indagare – benché spesso osteggiato da interessi e poteri forti – ha portato spesso alla luce storie di rilevanza sociale (e penale) non indifferente. Si pensi a Vatileaks 1 e 2, la cui ultima sessione risale solo a pochi mesi fa. Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, nei rispettivi libri Via Crucis e Avarizia, raccontano degli scandali all’interno delle mura leonine: fondazioni vaticane dedicate ai bambini malati i cui soldi erano spesi nella ristrutturazione di case appartenenti ad alti prelati, ricchezze e proprietà immobiliari per quattro miliardi di euro, offerte di beneficenza depositate in conti o investite per soddisfare le esigenze dei monsignori di curia. E ancora investimenti milionari da parte del Bambin Gesù - ospedale finanziato dallo Stato italiano - in aziende petrolifere e chimiche statunitensi come la Exxon e la Dow Chemical. Ed è un caso che uno dei più recenti esempi d’inchiesta giornalistica sia riferito, ancora, alla Chiesa. Ma per non far torto al côté laico, potremmo pensare al lavoro di Giancarlo Siani, cronista napoletano ucciso dalla camorra nel 1985. Le sue ricerche scavavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss facevano affari. In un suo articolo aveva accusato il clan Nuvoletta- alleato dei Corleonesi di Riina- e il clan Bardellino- esponenti della "Nuova Famiglia"- di voler vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Le rivelazioni di Siani, pubblicate su Il Mattino di Napoli il 10 giugno 1985, indussero la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista. Di certo la sua morte accese un faro sulla rete di rapporti che intercorrevano tra la camorra e la mafia siciliana. Ma anche sugli intrecci tra politica e criminalità organizzata, scoprendo la  connivenza creatasi all'indomani del terremoto in Irpinia.

Lontani dall’Italia, svolgere il compito del reporter d’inchiesta non è più facile: in Messico i cronisti che raccontano dei fiumi di denaro provenienti dai traffici dei narcos fanno spesso una brutta fine. Solo nel 2006 sono morti 56 giornalisti, crivellati da colpi di pistola al ciglio di una strada o rapiti e uccisi barbaramente. L’ultima, Anabel Flores, è stata trovata morta in circostanze analoghe solo pochi giorni fa.    In Messico la “narcocrazia” raccontata da questi giornalisti è il risultato di decenni in cui signori della droga sono riusciti a mettere alle proprie dipendenze autorità e istituzioni. Nonostante ciò, la stampa internazionale non concede mai sufficientemente spazio a queste storie. Non si parla dei giornalisti che ci rimettono la pelle. Non si insiste abbastanza sull’importanza imprescindibile del lavoro giornalistico. Specie nel mondo dell’informazione digitale. Di certo, la crisi dell’editoria ha ridotto progressivamente margine economico che- un tempo- consentiva ai cronisti di viaggiare per seguire una pista. Ma l’evidenza preoccupante è il disinteresse crescente della gente per questo genere di inchieste. Di un articolo si legge quasi sempre e solo il titolo, e l’attenzione media che gli si concede non varca la soglia dei 30 secondi.  L’informazione è diventata un prodotto da vendere obtorto collo, senza badare alla sua qualità proprio per ottemperare a queste ragioni supreme dettate dal business. Nulla di più deprimente considerati i risultati che potremmo ottenere da un’informazione di qualità. Questo credo che sia, al di là del suo contenuto documentaristico, il sottotesto  del film The Spotlight.

 

 

 

 

* Francesca Del Vecchio, praticante giornalista. Collabora con Prima Comunicazione e ha collaborato con il canale all news Tg Com 24.