Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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Rocco Schiavone, un poliziotto "troppo onesto": la serie cult di Rai 2 tra false polemiche e limiti veri

Omar Bellicini * - 10.12.2016
Rocco Schiavone

«Tossicodipendente, spergiuro, fabbricatore di prove false, violento, ladro, sfruttatore della prostituzione, corrotto e corruttore. Tutto indossando la divisa: il vicequestore Rocco Schiavone è lo stereotipo della negatività. Solo per i reati delle prime tre puntate dovrebbe scontare tra i 20 e i 28 anni di carcere: una laurea ad honorem in criminalità». Questo il commento di Gianni Tonelli, segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia: sigla che riunisce circa 20mila dipendenti della Polizia di Stato. È il saggio di un’opinione piuttosto diffusa, che riguarda il protagonista della serie tv trasmessa da Rai 2, dal 9 novembre 2016. Ma c’è anche dell’altro: contro l’inquirente romano dai metodi eccentrici, nato dalla fantasia dello scrittore Antonio Manzini e trasposto sul piccolo schermo da Michele Soavi, sono piovuti niente meno che gli strali della politica. Il senatore Maurizio Gasparri, firmatario di un’interrogazione parlamentare contro la fiction, sostenuta dai colleghi Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi, si è così espresso ai microfoni di Radio Cusano Campus: «Il servizio pubblico non può erigere a modello comportamentale chi ruba droga e si fa le canne. È vero che ha fatto buoni ascolti, ma anche un porno di Cicciolina li farebbe. Però non lo si può mandare in onda sulla Rai, in prima serata. Molti hanno il mito del criminale: ci sono donne che hanno sposato delinquenti incalliti. Non bisogna confondere i numeri con la qualità delle cose. La Rai, che lavora con i soldi del cittadino, fa servizio pubblico e dovrebbe anche indicare uno stile di vita». Insomma, la pedagogia. La promozione di modelli edificanti: ecco l’apparente motore delle critiche. Ora, trascurando l’ovvia obiezione relativa alle chance di una didattica paternalistica come quella immaginata da Gasparri, nell’era di internet e del digitale terrestre, ovvero della possibilità di cambiare mezzo o canale in qualsiasi momento, il vero paradosso della questione è un altro: non c’è nulla di più fedele al tradizionale buonismo televisivo di questo Rocco Schiavone targato Rai. E non si tratta di una battuta. Al netto di qualche elemento provocatorio, che ha più a che vedere con l’iconografia del giustiziere e con la protesta tardo-adolescenziale, che con la fisionomia di un poliziotto autenticamente corrotto, il ritratto di questo investigatore in chiaroscuro (almeno secondo le intenzioni) è infatti piuttosto rassicurante. È vero: ruba l’hashish ai narcotrafficanti, per fumarlo o rivenderlo. Ma non vuole avere a che fare con la cocaina (quella è da cattivi con la “C” maiuscola!). Ha un temperamento manesco, ed è stato trasferito ad Aosta per aver picchiato un ragazzo. Ma alza le mani solo su chi ha commesso azioni deplorevoli, o nell’interesse delle indagini, e si dà il caso che il giovane picchiato fosse uno stupratore seriale. Con l’aggravante d’avere per padre un sottosegretario (cosa altrettanto disdicevole, alle nostre latitudini). In breve: il vicequestore Schiavone è un falso “cattivo”, perché, nell’ambito delle ripetute infrazioni, è quasi sempre sorretto da una giustificazione morale. Qui gli sceneggiatori dimostrano di conoscere assai bene il pubblico della tv generalista, disposto a digerire qualche trasgressione alle regole (che in Italia non conta) se si salvaguarda l’apparenza conformistica delle buone intenzioni (che in Italia conta molto). Insomma: al di là di qualche cenno superficiale, quello interpretato da Marco Giallini non è un personaggio di rottura. Non c’è traccia dell’abisso di disperazione di “Cattivo Tenente” (era il torbido 1992), né si riesce a individuare, tra le forze dell’ordine rappresentate, una credibile e inquietante subcultura criminale stile “The Shield”: capolavoro del poliziesco post-moderno. A dispetto di chi auspicava un personaggio libero dai soliti vincoli narrativi (il che è frustrante) e all’insaputa dei tanti detrattori (questo è divertente), Schiavone si rivela un maresciallo Rocca sotto mentite spoglie. Solo un po’ più disincantato, in linea coi tempi. Ciò considerato, la scelta del Servizio pubblico e le polemiche che ne sono scaturite costituiscono una straordinaria opportunità di dibattito relativa a cosa sia o meno “educativo”, in termini artistici. Di certo, non lo è il modello proposto dagli illustri parlamentari, giacché non c’è nulla di più criminogeno dello scollamento dalla realtà prodotto da un racconto maldestramente edulcorato. Soprattutto in tempi di ripulsa per la retorica tradizionale. L’arte, di cui le fiction di qualità fanno parte a pieno titolo, deve certamente “insegnare qualcosa” (altrimenti si tratta di puro e legittimo intrattenimento), ma non lo può fare in maniera scolastica. Così come non può veicolare valori preconfezionati, ormai indigeribili. Deve, piuttosto, stimolare i dubbi. Anche calcando la mano, anche riproducendo la vita attraverso la lente deformante dell’eccesso: si chiama iperrealismo, e non è certo un fenomeno nuovo. Lo Schiavone televisivo poteva essere questo, ma non lo è stato. Forse perché l’eccesso appare un po’ stereotipato, e l’impressione che i vizi del carattere siano studiati a tavolino rompe l’incanto del racconto. Un po’ per certi dialoghi, che cercano di riesumare l’apparato comico de “I Mostri”, vecchi e nuovi: è la patologia del vintage. Per questo va denunciato il compiacimento ormai datato per il melting pot regionale: il questore, ligure, il medico legale toscano, l’agente campano con la prostatite, il pistolero abruzzese formato ufficio. Tanto per citarne alcuni. È buon marketing produttivo: parla a tutti e si fa vedere da tutti. Ma è anche farsesco. Peccato: le atmosfere da noir che trasfigura nel fumetto, le ambientazioni da Jack London in salsa provinciale, in cui la natura e le luci diventano anche l’espressione di uno stato d’animo, sembravano cariche di promesse. Così come le inquadrature elaborate e poetiche di Soavi, le riprese in soggettiva e gli sguardi in filigrana. Hanno un solo difetto: danno l’impressione di citare qualcosa. Sorrentino? Certe serie made in USA? L’uno e le altre. Stilisticamente si tratta di una novità, ma di una novità in differita: altrove si fa così da un decennio. Ma l’importante è arrivare. E si può constatare, con piacere, che il “nuovo corso” valorizza la musica: finalmente protagonista della narrazione, e non più complementare. Guardando più in là di Schiavone e dei suoi vezzi da buona scuola di sceneggiatura, dalle scarpe inadeguate alle classifiche sulle «rotture di coglioni», una menzione di merito va alla costruzione di alcuni personaggi di sfondo. Su tutti, il magistrato che coordina le indagini: figura ambigua, crudele, imprevedibile. Eppure simpatica. È una comparsa che riesce là dove fallisce il protagonista: essere provocatoria, senza essere convenzionale. Altrettanto riuscita è la caratterizzazione di Marina, interpretata da un’Isabella Ragonese in grande spolvero, che dà vita a una relazione immateriale, fatta di rimpianti e sottintesi, di sostegno materno e sensualità da focolare. I suoi “incontri” con Rocco rappresentano la parte più toccante della trama, ed esaltano lo stesso Giallini. Schiavone è questo: un antieroe di maniera, con guizzi interessanti. Se preferite un approccio di contenuto, è un alfiere dell’antiburocrazia, del mito del buon giudice che agisce secondo coscienza e a scorno delle leggi. È il ritorno del poliziottesco anni ’70, in una chiave (naturalmente) diversa. Dobbiamo considerarlo un pericolo? Per certi versi. Ma ricordiamo il monito di Pertini: «Ai giovani non servono i sermoni, ma esempi virtuosi». Vale anche quando si parla di tv.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.