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19 luglio 2017
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Ripartire dal collegio uninominale per ridare linfa alla nostra democrazia

Maurizio Griffo * - 28.12.2016
Italicum

Nell’agenda politica del governo Gentiloni c’è, al primo posto, l’approvazione di una nuova legge elettorale. Si riparte, cioè, da un gradino più basso, avendo sprecato l’occasione della riforma costituzionale. Occasione sprecata maggiormente se si pone mente al fatto che più che di una riforma complessiva si trattava di un doveroso aggiornamento di alcune regole del gioco. Un aggiornamento con cui avremmo reso i governi più stabili (con la fiducia concessa da una sola camera), e aumentato la coesione nazionale (con la riduzione dei poteri delle regioni). Un ulteriore motivo di rammarico, anzi di inquietudine, è poi la considerazione che il successo del no al referendum rischia di intestarselo una formazione politica non democratica come il movimento di Grillo. Ma la politica si fa con quello che c’è, non con quello che vorremmo ci fosse, per cui è meglio usare i motivi di disappunto come sollecitazione per meglio capire che obiettivi deve porsi la nuova legge elettorale.

Se la diffidenza verso le élite, l’estraneità alle culture politiche tradizionali sono, in questo momento storico, una caratteristica comune a quasi tutte le democrazie europee (e anche al di fuori del nostro continente), in Italia questa ripulsa per la classe politica è stata accentuata dalla legge elettorale approvata nell’ autunno del 2005. Il cosiddetto "porcellum", con le liste bloccate, recideva di colpo il legame tra elettori ed eletto, creando uno iato non solo procedurale, ma sostanziale. Non a caso un osservatore autorevole come Mauro Calise ha parlato di quella modifica come di "un mezzo colpo di stato". Un mezzo colpo di stato, sarà il caso di precisarlo, che non registrò nessuna barricata da parte delle opposizioni.

Da allora la situazione è peggiorata man mano e si è poi incancrenita a causa della lunghissima e devastante crisi economica. Nella polemica politica si è parlato spesso di parlamento dei nominati. Certo, con qualunque sistema elettorale i candidati sono sempre nominati dai partiti, ma il voto popolare li seleziona e li sceglie. Con il porcellum, invece, all’elettore non era lasciata nessuna possibilità se non quella di accettare in toto la lista scelta. I candidati, a loro volta, non erano incentivati a coltivare un rapporto con il proprio collegio elettorale. L’unica preoccupazione era quella di mantenere buone relazioni con il leader o con la dirigenza del partito per assicurarsi un posto "alto" nella lista. Nel complesso si aveva un duplice effetto negativo. Da un lato si appannava del tutto la relazione che sempre deve esistere tra elettore ed eletto, creando un’opacità sostanziale della rappresentanza. Dall’altro lato, si incoraggiava nei nominati il conformismo e l’obbedienza passiva, se non bovina. La legge attuale, il cosiddetto italicum, mai andata in vigore, mantiene i difetti del "porcellum", solo riducendo la lunghezza della lista. Inoltre, com’è noto, è valida solo per la camera bassa.

Per contrastare l’estraneità tra eletti ed elettori, la strada maestra non può che essere quella del ritorno al collegio uninominale. Questo tipo di scrutinio, infatti, assicura la piena visibilità del candidato in un collegio non troppo esteso. Si riattiva cioè la comunicazione diretta con l’elettorato. Inoltre, la competizione aperta tra i vari candidati nel collegio seleziona, o contribuisce a selezionare. un personale politico meno raccogliticcio di quello che abbiamo attualmente.

Certo, dare di nuovo visibilità ai candidati, riannodando il legame con il corpo elettorale è una condizione necessaria ma non sufficiente per rivitalizzare la nostra democrazia rappresentativa. Tuttavia, un sistema elettorale caratterizzato dal collegio uninominale è l’unico che può portarci elezioni in condizioni meno cattive di quelle che avevamo nel 2013.

 

 

 

 

* Insegna presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli