Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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Niente di nuovo sul fronte socialista?

Michele Marchi - 25.01.2017
Arnaud Montebourg

Il primo turno della primaria della gauche francese ha certificato la crisi profonda del socialismo francese. Che Benoît Hamon, per tutti il terzo uomo di questa consultazione, negli ultimi sondaggi fosse in rapida risalita era noto. Non si pensava però che riuscisse a piazzarsi al primo posto, sopravvanzando il Primo ministro uscente Valls e “neo-colbertista” Montebourg. Il messaggio lanciato da militanti e simpatizzanti socialisti da questo punto di vista è stato chiaro. Valls si ferma al 31% perché rappresenta la continuità rispetto agli anni Hollande. Montebourg viene eliminato dalla corsa con il suo deludente 17% poiché ritenuto non credibile nel suo riproporre un socialismo anti-globalizzazione piuttosto arcaico. Hamon fa il pieno, soprattutto tra i giovani, perché viene percepito come il volto nuovo, l’outsider (anche se su questo punto si può e si deve discutere) portatore di un mix azzardato di difesa del modello sociale e di una sua innovativa (e utopica) rivisitazione, basti pensare agli accenti ecologisti e alla proposta di reddito universale di cittadinanza.

Due parole vanno però spese sulla partecipazione. La primaria che il 29 gennaio si concluderà con il ballottaggio Hamon-Valls si è aperta con un modesto livello di partecipazione. Bisogna però fare attenzione ad esprimere su questo punto giudizi affrettati e sommari. È vero che mancano all’appello circa un milione di votanti rispetto al 2011. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che in quell’occasione ci si trovava di fronte ad una primaria tesa a garantire l’alternanza dopo il quinquennato polarizzante di Nicolas Sarkozy. La consultazione del 22-29 gennaio 2017 è nata con il “peccato originale” del ritiro dalla contesa del presidente uscente Hollande e si è caratterizzata sin da subito come “primaria di crisi”. È vero che il milione e mezzo abbondante di partecipanti non costituisce nemmeno la metà rispetto agli oltre quattro milioni di elettori del centro-destra che tre mesi fa hanno incoronato Fillon ed eliminato Sarkozy e Juppé. Ma considerate le premesse, la partecipazione può essere considerata modesta ma non irrisoria. Insomma il quadro si conferma fosco, ma la figuraccia è stata evitata.

Ci si può poi domandare chi siano i veri sconfitti del voto di domenica 22 gennaio. Se ne possono individuare senza dubbio due. Il primo è Arnaud Montebourg. In definitiva la sua campagna elettorale interna iniziò nell’agosto 2014, quando lasciò il governo Valls in polemica con la svolta “liberale” del presidente Hollande. Da quel momento ha avviato un’opposizione interna, piuttosto rumorosa, soprattutto centrata sui temi economici, proponendo ricette, per la verità piuttosto irrealizzabili, finalizzate al recupero delle posizioni perdute dall’industria francese nel mondo globalizzato, al rilancio del modello sociale e basate su una critica costante all’austerità europea simboleggiata dal primato tedesco. Obiettivo dichiarato di Montebourg era mobilitare quella porzione consistente di elettorato socialista che ha abbondato il Ps ed è in larga parte disposto a farsi attrarre o dall’estrema di Mélenchon o da quella di Marine Le Pen. 

Il secondo sconfitto è senza dubbio il candidato della “continuità” rispetto agli anni Hollande, cioè il suo ex Primo ministro Manuel Valls. Per essere corretti bisogna ammettere che il suo compito era proibitivo, come mostrato peraltro dalla complicatissima campagna elettorale. Valls si è tramutato nel bersaglio preferito di tutti gli oppositori interni al quinquennato. Egli si è mosso in maniera ondivaga, a volte tentando a sua volta la carta della discontinuità, altre giocando sull’orgoglio della sinistra seria ed affidabile, quella di governo, che non arretra di fronte alle responsabilità e non ha paura di “sporcarsi le mani”. Ne è emersa un’immagine poco coerente e soprattutto quella di un leader che si è trovato costretto a correre per la candidatura all’Eliseo, ma che avrebbe forse preferito fare un passo indietro e ricostruire un partito e una candidatura credibili non per il 2017 ma per il 2022.

E ora? Il sostegno di Montebourg ad Hamon dovrebbe garantirgli un’agevola elezione domenica prossima, anche se non è da escludere un incremento del numero dei votanti e, in questo caso, la partita per Valls, seppur complicata, rimarrebbe aperta.

Resta da riflettere su un punto: se dovesse uscire confermato il risultato del primo turno, che candidato sarà Benoît Hamon?

Bisognerà senza dubbio attendere e capire come sceglierà di impostare la campagna elettorale. Se egli si trova in testa dopo il primo turno è anche perché si è immerso completamente nello spirito della primaria e di conseguenza la sua proposta politica dovrà essere rivista in chiave nazionale e presidenziale. Proprio la statura di “presidenziabile” è uno dei punti più contraddittori. L’ex ministro dell’economia solidale e dell’educazione, che ha iniziato la sua carriera accanto a Rocard per poi passare a Jospin e all’Aubry, non sembra dotato di quel profilo di autorevolezza, ma anche di esperienza, necessari per incarnare un ruolo che le due presidenze Sarkozy e Hollande hanno senza dubbio contribuito a screditare, ma che resta comunque il fulcro delle istituzioni repubblicane. Hamon, al più, sembra poter incarnare una candidatura di testimonianza, una sorta di finto outsider (più di metà dei suoi quasi cinquant’anni sono stati spesi all’interno del partito), di buon comunicatore e di “tribuno popolare” in grado di proporre alcune ricette velatamente populiste (vedi il reddito di cittadinanza universale fino a 750 euro) quanto scarsamente realizzabili per un modello sociale già a grave rischio sostenibilità. In definitiva potrebbe forse permettere al PS di evitare l’umiliazione del 1969, con il candidato socialista Gaston Defferre fermo al 5% non solo fuori da un ballottaggio che vide il futuro presidente Pompidou sfidare il centrista Poher, ma addirittura al quarto posto staccato di oltre quindici punti da quello comunista Jacques Duclos. Ma, salvo evoluzioni al momento difficili da prevedere, difficilmente vedremo Hamon al ballottaggio del 7 maggio prossimo.

Se nel PS il morale è al minimo, la possibile vittoria di Hamon è osservata con interesse dagli “altri” candidati della gauche. Il radical-gauchiste Mélenchon continua a lanciare i suoi strali nei confronti del PS, ma in realtà preferirebbe una vittoria di Valls. In fondo Hamon è il più outsider possibile dei candidati ufficiali del PS. Il suo mix di ecologismo e di gauchisme redistributivo e contestativo del sistema potrebbero attrarre almeno una parte di quella France insoumise alla quale si rivolge la proposta politica di Mélenchon. Al contrario il successo di Hamon rappresenterebbe un altro passo in avanti nella “marche” di Emmanuel Macron. Squilibrata a sinistra la candidatura socialista, Macron potrebbe diventare il vero outsider credibile e attrarre l’ampio bacino di elettori socialisti e centristi (in assenza al momento della candidatura di F. Bayrou) delusi da Hollande, ma per nulla attratti né dalle sirene gauchiste, né dalla terapia d’urto liberale proposta dal candidato di centro-destra Fillon.

Per ora si tratta solo di ipotesi. In attesa, il PS è pronto a lacerarsi per l’ennesima volta nel suo tradizionale scontro tra due opposte gauches, questa volta impersonate da Benoît Hamon e Manuel Valls.