Ultimo Aggiornamento:
19 luglio 2017
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Le relazioni transatlantiche nell'Era Trump

Daniele Pasquinucci * - 21.12.2016
Trump e NATO

L'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, con ogni probabilità, annuncia una scossa di assestamento nei rapporti transatlantici; il problema è capire quale ne sarà l'intensità.

Per il momento, Trump è il presidente eletto - si insedierà a gennaio - e quindi per riflettere sul futuro delle relazioni transatlantiche ci dobbiamo basare sulle intenzioni manifestate durante la campagna elettorale – ben sapendo (e lo stesso tycoon ne ha data dimostrazione) che un conto è la propaganda e un conto è il governo, tanto più di una superpotenza (con i vincoli, i condizionamenti e le responsabilità che esso comporta).

Prima di procedere, è necessaria una breve premessa: come ha ricordato Christopher Preble (The German Marshall Fund, Policy Brief November 2016) il governo USA esiste prima di tutto per fornire risposte ai cittadini di quel paese. Gli elettori americani scelgono la persona che ritengono maggiormente idonea a mantenere il loro paese sicuro e florido. Se di questa sicurezza e prosperità beneficiano anche cittadini di altre parti del mondo, questa è un'apprezzabile conseguenza, ma è appunto una conseguenza. Pochissimi americani sarebbero disposti a fare della sicurezza degli altri il fulcro della politica estera del loro paese.

Una buona parte della élite americana ha invece considerato la difesa e la sicurezza come una garanzia da estendere anche al di là dei confini nazionali; e questo in ragione del “primato” che gli USA si sono guadagnati nel mondo occidentale. Washington, nel tempo, ha fornito ai leader dei paesi amici o alleati ripetute prove riguardo al fatto che la loro sicurezza sarebbe stata considerata alla stregua della sicurezza americana. 

In tal modo, oltreoceano si è creato un divario netto tra cittadini ed élite riguardo alle finalità della politica estera. È vero che questo gap ha radici storiche di lungo periodo; esso è però emerso come un reale problema politico perché il “primato” degli Stati Uniti ha costi crescenti, che molti americani valutano sempre meno sopportabili e – a torto o a ragione – di scarso beneficio.

È in questa contraddizione che si è inserito Trump; essa contribuisce a spiegare il suo successo (motivato anche dalla disponibilità a rappresentare il “neoisolazionismo” che attraversa molti settori della società americana) e in essa sono rinvenibili alcuni dei pericoli che la nuova presidenza comporta per la tenuta dei rapporti transatlantici. “America first” non è un'espressione  inventata da Trump, ma egli potrebbe declinarla in forme generatrici di conflitti dirompenti con i partner europei.

Tra i potenziali effetti dell'approccio del nuovo presidente alla politica estera  vi è quello di indebolire due pilastri su cui si è fondata l'organizzazione del mondo occidentale. Il primo di questi è l'Unione Europea. La preferenza di Trump per i negoziati bilaterali con i singoli Stati (una scelta che mira deliberatamente a spostare ulteriormente i rapporti di forza a favore di Washington) pare poco compatibile con i meccanismi di tutela degli interessi collettivi – soprattutto economici e commerciali, ma non solo – su cui si basa la natura stessa dell'UE. È probabile che il nuovo presidente applichi lo schema che vede nell'Unione una somma di Stati più che un attore unitario, e il suo consenso alla Brexit è del tutto coerente con questa concezione.

L'altro pilastro è la NATO. In questo caso la presidenza Trump solleva questioni forse ancora più rilevanti; tra queste, il ruolo che la nuova amministrazione vorrà attribuire all'Alleanza atlantica; il contributo chiesto agli europei; il tema del rispetto della solidarietà militare sancito dall'art. 5 del trattato; e, last but not least, i cruciali rapporti con Mosca, che Trump intende impostare su nuove basi. Per capire l'importanza di questo dossier  è sufficiente richiamare le parole dell'ex ambasciatore americano presso la NATO, Nicholas Burns, secondo cui la “questione russa” potrebbe condurre i membri dell'Alleanza verso la spaccatura. Parole, va sottolineato, pronunciate prima dell'avvento di Trump e che lasciano immaginare la potenziale complessità della gestione dei rapporti tra NATO e Russia una volta compiutosi l'insediamento del tycoon repubblicano alla Casa Bianca.

In questo quadro, sarebbe bene che gli europei non si limitassero al wait and see. Non occorreva Trump per comprendere che l'UE ha più di una crepa; e lo stesso vale per la NATO, il cui vertice di Varsavia del luglio scorso ha messo in luce le molte divisioni tra i membri (anche quelli europei) dell'Alleanza. I terremoti politici si possono prevedere; una volta previsti possono essere meno intensi di quanto immaginato, fino all'irrilevanza. Ma prima di attendere il prossimo “sisma politico” (al di là o al di qua dell'Atlantico), gli europei dovrebbero cominciare a pensare seriamente alla riforma dell'UE e a un serio sviluppo della difesa e della sicurezza comuni. La “resilienza”, spesso, è frutto di semplice lungimiranza.      

 

 

 

 

* Daniele Pasquinucci è professore associato di Storia delle relazioni internazionali nell'Università di Siena