Ultimo Aggiornamento:
27 agosto 2016
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La (ri)comparsa di Yehoshua? Ha il fascino discreto di un romanzo imperfetto

Omar Bellicini * - 18.02.2016
Abraham Yehoshua - La comparsa

«Durante l’ultima prova mi è sembrato che le corde della tua arpa abbiano prodotto un suono nuovo, più audace, quasi un ululato. Ma forse è stato un altro artista». È il ritratto di Noga, protagonista chiaroscurale e discreta di questo undicesimo romanzo di Abraham Yehoshua, edito da Einaudi: “La Comparsa”. Sono passati 38 anni da “L’amante”, opera prima dell’autore israeliano: testo che si impose all’attenzione della critica internazionale. “È nato uno scrittore”, si disse. Uno scrittore era effettivamente nato, e di prima grandezza. Ma di quel talento, di quell’urgenza narrativa, non restano che gli echi: i fantasmi di un artista sopraffatto dalla malinconia. Come la sua ultima eroina, del resto: anch’essa artista, anch’essa umbratile e incompiuta. Questa la trama: Noga, musicista israeliana approdata nella cosmopolita e libertaria Olanda, fa ritorno a Gerusalemme, per occupare la casa di una madre rimasta vedova. Qui scoprirà il cambiamento progressivo, e all’apparenza inesorabile, del Paese: l’avanzata silenziosa degli «uomini in nero», gli ultraortodossi; la distanza della realtà rispetto ai luoghi della memoria. Presenti, e talvolta prepotenti, tutti i temi del repertorio di Yehoshua: il rapporto fra genitori e figli, le relazioni irrisolte, la nostalgia verso una patria forse mai davvero esistita, il percorso sociale e politico dello Stato di Israele. E ancora: l’incapacità degli individui di dare una direzione alla propria vita, quando essa interseca la Storia. E soprattutto:  il paradosso dell’individualismo, che sull’altare del successo sacrifica le speranze, le singolarità autentiche; che ci rende comparse di un gran teatro del mondo, in cui vengono negate, ai più, battute veramente originali. Sì, comparse. Perché Noga è anche questo: una figurante che partecipa, per necessità e per noia, e nell’attesa del ritorno in Europa, ai film che vengono girati in città. E in questo c’è la chiave metaforica del romanzo: il racconto di una donna che teme di scomparire e patisce la dolorosa condizione di chi riceve risposte tardive al proprio senso di vuoto. Carenza che per Noga, come per molte altre donne, coincide con la maternità negata: col timore tutto femminile di rinunciare a una parte fondamentale della propria identità. Un figlio mai nato, il dubbio atroce di non lasciare nulla di sé, l’impressione di rimanere nella dimensione sospesa e volatile che è della musica. Ecco: la musica. Noga è strumentista, e come tale  si trova più a suo agio con i movimenti dell’inconscio, che si fanno spesso melodia e più di rado concetti. Anche per questo, soffre. Non è tutto. Perché Noga non è una semplice musicista: è prima di tutto un’arpista. E l’arpa appare una scelta significativa: la rivendicazione di una natura elitaria, che ribadisce la propensione della protagonista per le soluzioni eccentriche. Fuori dal coro. Dovremmo dire: “Fuori dell’orchestra”. Si intravede qui, in controluce, lo stesso Yehoshua: pensatore dalle posizioni impopolari (soprattutto in ambito politico) e intellettuale propenso a uno sguardo autonomo sul mondo. “La Comparsa” è dunque un classico caso d’identità fra autore e personaggio? Un’autobiografia mascherata, e per certi verso stridente? In parte. E da ciò dipende la debolezza complessiva dell’impianto narrativo. Ma esistono anche elementi di forza. Uno su tutti: la complessità (umanissima) della protagonista, che sa farsi amare principalmente per le sue contraddizioni: arrendevole al cospetto delle proprie inclinazioni, eppure radicale. Perfino eretica, nel suo ripudio della condizione naturale di madre. In questo, c’è una forma di grandezza. Una dimensione titanica, che pure non assume mai i toni della tragedia o i contorni fastidiosi dell’archetipo. Questa è classe. Così, nelle pieghe di una narrazione graduale, fatta di piccoli cambi di scena e allusioni cinematografiche, è possibile scorgere un che di universale. Ma anche, come si è detto, una profonda singolarità; una volontà di difendere i margini della propria individualità, che si incarna nelle varietà degli strumenti dell’orchestra e nelle attitudini che essi esprimono. Quella di Noga, l’arpista, è una scelta di solitudine. In questo modo, la protagonista si confonde con la propria arte, facendosi essa stessa arpeggio isolato, ribelle, che si perde nel fluire ampio e ininterrotto di una più estesa sinfonia.

 

 

 

 

* Praticante giornalista, ha collaborato con le testate Unimondo.org, con il mensile "Minerva" e con il canale all-news Tgcom24.