Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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La Repubblica bloccata

Luca Tentoni - 04.02.2017
Giunta Raggi bloccata

Dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha abolito il ballottaggio per la Camera, "ritagliando" l'Italicum, l'Italia si avvia - in mancanza di novità - a tornare alla proporzionale. La Seconda Repubblica, nata con una legge elettorale ricalcata in buona misura su quella del Senato (essendo una versione rimodellata di quanto scaturito dal referendum del 1993), arrivata al giro di boa con il "Porcellum" del 2005 (in parte dichiarato incostituzionale), ha visto "nascere" una terza legge da una sentenza della Consulta (1/2014: il Consultellum) e poi una quarta (l'Italicum) anch'essa non uscita indenne dal vaglio della Corte costituzionale. In altre parole, il Parlamento non è riuscito a concepire qualcosa di nettamente diverso rispetto ad un'indicazione "esogena" (il referendum del 1993, le sentenze della Consulta) e nemmeno ad approvare leggi che fossero in grado di superare senza problemi il vaglio di costituzionalità: si tratta di vicende diverse negli anni, ma che forse ritraggono sufficientemente bene una lunga stagione nel corso della quale la progettualità politica ha spesso lasciato il posto all'approssimazione, alla quantità e all’immagine (delle riforme e delle promesse mancate) piuttosto che alla qualità. Dunque, se non avremo sorprese, il sistema dei partiti dovrà ristrutturarsi su basi molto diverse da quelle che si prevedeva dovessero caratterizzare la "Terza Repubblica", non più maggioritarie e basate su grandi partiti o "cartelli elettorali" in concorrenza fra loro, ma proporzionali. Inoltre, le strategie delle alleanze potrebbero essere complicate dalla presenza di due meccanismi diversi: quello dell’Italicum non prevede coalizioni, il Consultellum del Senato sì (per abbassare la soglia di accesso a Palazzo Madama per i partiti minori dall’8% al 3%): un pasticcio. Se - come oggi appare probabile - il raggiungimento del quorum del 40% dei voti per ottenere il premio di maggioranza (peraltro, solo alla Camera) resterà un'utopia, il sistema dei partiti avrà più tipologie di soggetti diversi: i medio-grandi (fra il 20 e il 30% dei voti), i medi (10-15%), i piccoli (3-8%). Oltre alla differenziazione "ponderale" dei partiti, ne avremo almeno altre due: una riguardante il potere di coalizione o "di ricatto" (un classico, nella politologia) e l'altra - del tutto nuova - fondata sul cleavage "euro-anti euro" (non del tutto sovrapponibile a quella "sistema-anti sistema", perchè per esempio la Lega - sia pure oggi all'opposizione e con un leader diverso per ispirazione ideale e obiettivi personali dal precedessore Bossi - ha governato il Paese insieme ad altre forze per quasi dieci anni). Quello al quale probabilmente stiamo per assistere non è il puro e semplice ritorno alla Prima Repubblica. Quest'ultima, infatti, viveva di coalizioni politicamente sempre più larghe (Pli e Psi, da sempre in contrasto, finirono invece per incontrarsi e governare insieme per tutto il decennio del pentapartito) e sovradimensionate rispetto alla maggioranza minima necessaria. Se la tensione prevalente nella Prima Repubblica era però diretta verso una progressiva espansione dimensionale delle coalizioni, fino a rappresentare la maggioranza assoluta non solo degli elettori che si esprimevano, ma anche del corpo elettorale assoluto, il sistema dei partiti che si appresta a nascere nei prossimi mesi o anni è invece destinato ad avere minimi spazi di espansione: secondo i sondaggi, una "grande coalizione" parlamentare (tale nel nome, non nei numeri) fra Pd, Forza Italia e centristi riuscirebbe faticosamente – o non riuscirebbe - a conseguire la maggioranza dei seggi di Camera e Senato. In questo quadro, avremmo una "conventio ad excludendum" molto più ampia che nella Prima Repubblica, perchè, se il M5S di oggi ha le dimensioni percentuali del Pci anni '60, la destra lepenista è ben oltre le buone percentuali ottenute da monarchici e missini nel '53-'58. Lo stesso "compromesso" fra Pd e FI, eterni rivali della Seconda Repubblica, non sarebbe minimamente paragonabile a quello fra Dc e Pci del 1976-'79 e neppure alla "Grosse Koalition" tedesca dei giorni nostri (che è grande davvero, almeno fino alle prossime elezioni). Come nella Prima Repubblica, un'alternativa basata sull'incontro delle "estreme" (M5S e destra, nel caso nostro) non appare praticabile e dunque il sistema rischia di bloccarsi più che nei primi quarantacinque anni della Repubblica. In questo panorama avranno un ruolo sempre crescente le formazioni pivotali di medie e piccole dimensioni, che si riveleranno fondamentali per dar vita a coalizioni di governo oppure per formare listoni miranti a conseguire il 40% dei voti alla Camera. Su questo aspetto non avrebbe potuto cambiare molto neppure il testo di revisione costituzionale respinto col voto popolare il 4 dicembre scorso, perchè anche con la sola assemblea di Montecitorio sarebbe stato necessario ricercare una maggioranza di governo dopo il voto e con tutte le difficoltà legate al fatto che le forze disponibili ad un'intesa non sono molte e neppure numericamente forti (ogni piccolo partito, dunque, conta e pesa molto, persino più dei "piccoli" degli anni '50-'60 e '80). La Seconda Repubblica è stata la stagione durante la quale alcune coalizioni sufficientemente omogenee (in particolare quelle di centrodestra nel 2001-2006 e 2008-2011, ma anche le "alleanze necessitate" del periodo successivo al 2011, comprese quelle ampie che hanno sostenuto Renzi prima e Gentiloni oggi) hanno potuto godere di basi parlamentari vaste, ma in futuro i numeri saranno più ristretti. Dunque, se sembrava avere qualche fondamento (non del tutto pacifico, peraltro) la critica fatta durante l'ultimo ventennio al Parlamento lento e incapace di decidere (nel quale, però, i governi potevano contare anche su un centinaio di voti di scarto sulle opposizioni) si può facilmente immaginare quali problematiche e quali difficoltà (più politiche che tecniche, in realtà) si potranno lamentare nell'azione dei governi della prossima legislatura. La riforma elettorale - che sarebbe auspicabile, se fatta bene - non appare decisiva per sbrogliare la matassa di un sistema dei partiti che è pur sempre lo specchio di una società sempre più plurale e frammentata. In questo passaggio la classe politica è chiamata ad uno sforzo di disponibilità alle alleanze, di ascolto della società e di grande lungimiranza, perchè il disagio espresso nell'urna (e/o con l'astensione) può condurci rapidamente e irreversibilmente verso una drammatica riedizione della Quarta Repubblica francese o, peggio, della Germania di Weimar.