Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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La "quadriglia" repubblicana

Luca Tentoni - 25.02.2017
Quadriglia

La scissione del Partito democratico ha riproposto il problema della frammentazione politica. Il sistema dei partiti della Prima Repubblica aveva almeno due caratteristiche diverse rispetto a quello della seconda: l'indice di bipartitismo (cioè la percentuale dei voti ai primi due soggetti politici) più alto nel periodo 1948-'92 che nel 1994-2013 e un sistema elettorale puramente proporzionale (a fronte del Mattarellum e del Porcellum che sono stati oggettivamente premianti per i partiti maggiori). A ben guardare i dati elettorali, tuttavia, la storia di 70 anni di Repubblica si può comprendere meglio se la si divide in almeno quattro periodi: due riguardano gli anni del primo sistema dei partiti e due quelli fra il 1994 e oggi. Nella "prima Repubblica dei partiti", che va dal 1948 al 1976, l'indice di bipolarismo passa dall'eccezionale 79,49 del duello Dc-Fronte Popolare del '48 ad un più ragionevole livello del 63-66% dei voti che resta immutato fino al 1976, quando un altro duello (Dc-Pci) lo riporta al 73,08. In questo periodo, il numero dei partiti con almeno l'1% dei voti è quasi sempre pari ad otto (7 nel 1948, 9 nel 1958, otto in tutti gli altri casi). Questi primi otto partiti ottengono fra il 93,57 e il 98,48% dei voti validi espressi, con una media intorno al 96,7%. C'è molta uniformità anche sulla quota di voti ottenuta dai primi 3, primi 4 e primi 5 partiti (rispettivamente, in media, del 79,6%, 85,7% e 89,8%), così come nelle classi dimensionali dei partiti: in quella che comprende i soggetti politici con almeno il 30% dei voti troviamo 1,3 partiti (la Dc e talvolta il Pci), nella fascia dal 5% in su ne abbiamo in media 4,3, in quella fra l'1 e il 5% ce ne sono 3,9. Queste caratteristiche della fase iniziale della Prima Repubblica sono in parte confermate nel periodo 1979-1987, quando resta immutato il numero medio di partiti per percentuale di voti in tutte le classi (oltre il 30%; 20-30%; 10-20%; 5-10%; 3-5%) tranne che nell'ultima (1-3%). I partiti più piccoli aumentano da 2,1 a 3,7, portando la media dei gruppi con almeno l'1% dei voti da 8,1 del periodo 1948-'76 a 9,7. L'affermazione di Verdi e Radicali cambia il panorama, però non stravolge altre caratteristiche del sistema dei partiti della Prima Repubblica: per questo possiamo distinguere fra una fase e l'altra, pur non riscontrando una netta discontinuità. Tuttavia, nel periodo 1979-'87 si prepara, con la diminuzione dell'indice di bipolarismo, la crisi del sistema. Il voto a Dc e Pci (dopo il picco eccezionale del 1976: 73,08%) passa rapidamente dal 63-66% del 1953-'72 al 62,8% del 1983, per scendere a quota 60,89 nel 1987 e crollare al 45,77% nel 1992, anno finale della Prima Repubblica. Il numero dei partiti con almeno l'1% dei voti sale nel 1976 da otto a nove, poi - nel 1983 - a dieci e nel 1992 balza a quota dodici. A quel punto, il sistema vive una fase di profonda ristrutturazione, che però non appare limitata al solo passaggio 1992-'96. Se è vero che le coalizioni e i partiti maggiori della Seconda Repubblica (l'Ulivo-Unione, la CDL; Pds-Ds, Fi, An, Ppi-Margherita, Lega) nascono già in quella fase, è però vero che l'elettorato impiega molto più tempo per riallocarsi intorno ad alcuni gruppi. L'indice di bipolarismo, che nel 1992 era pari a 45,77, scende a 41,37 nel 1994 e resta sotto il 42% nel 1996 (41,63) per tornare solo nel 2001 (46%) sulle posizioni di nove anni prima. Ancora nel 2006, però, è attestato intorno al 55%, lontano dal 60,9% del 1987 (valore più basso del quarantennio 1948-'87). L'elezione del 2006, infatti, è bipolare ma non bipartitica: i partiti fuori dall'Unione e dalla CDL non raggiungono - messi insieme - l'1% dei voti, ma le coalizioni sono estremamente plurali ed eterogenee. Nonostante la legge elettorale per tre quarti maggioritaria uninominale, infatti, nel periodo 1994-2001 il numero dei partiti con più dell'1% dei voti resta a quota dodici come nel 1992 (eccezion fatta per i dieci del 1996); con la legge Calderoli (che è proporzionale con premio, invero) nel 2006 sono ancora undici. Con le elezioni del 2008, però, si inaugura una nuova fase del sistema dei partiti della Seconda Repubblica: l'indice di bipolarismo sale dal 55% al 70,6% (terzo miglior risultato dopo il 1948 e il 1976), i partiti con almeno l'1% dei voti scendono a otto, mentre tornano su valori "antichi" altri indicatori. I primi quattro partiti, ad esempio, totalizzano l'84,5% dei voti complessivamente espressi, contro il 63-66% del periodo 1994-2001, tornando ad un valore in linea con il periodo 1958-1972 e col 1979. Non si tratta di una casualità: sebbene il sistema elettorale del 2008 sia lo stesso del 2006 (e sia meno maggioritario - o diversamente tale - del Mattarellum degli anni 1994-2001) i partiti minori (1-3%) crollano da cinque a due unità. A determinare la svolta non sono dunque i “meccanismi di trasformazione di voti in seggi”, ma la differente offerta politica, con la nascita del Pd e del Pdl, ma anche con la costituzione di coalizioni più piccole e meno eterogenee. Il 2008, tuttavia, si rivela per il bipartitismo come una rondine che non fa primavera: già nel 2013, infatti, l'indice crolla da quota 70,6 a 51, in parallelo con la crisi dei grandi partiti e l'emergere dell'offerta politica dei Cinquestelle. Il 2008, però,  segna l'avvio della fase nella quale ci troviamo, perché - al di là dell'indice di bipartitismo - si affermano alcune tendenze che fanno "somigliare" il sistema più a quello del tardo periodo della Prima Repubblica che a quello del 1994-2006. Anche nel 2013 e nei più recenti sondaggi d'opinione, infatti, i partiti con almeno l'1% dei consensi sono solo otto. Inoltre, i primi quattro soggetti politici (oggi Pd, M5S, Lega, FI) raccolgono ora complessivamente fra l'80 e l'84% dei voti o delle intenzioni di voto, cioè una percentuale non dissimile da quella conseguita dai primi quattro classificati negli anni 1953-1963, 1972, 1979. In altre parole, fra il 6 e il 10% in più che nel 2006 e addirittura fra il 15 e il 20% in più rispetto al periodo 1994-2001. Il sistema dei partiti, insomma, tende - forse abbastanza indipendentemente dalle regole elettorali ma in forte correlazione con le dinamiche partitiche e soprattutto socio-economiche - ad aggregare gli italiani che vanno alle urne intorno a quattro soggetti che esprimono istanze e posizioni molto diverse fra loro: due sono anti-sistema e anti-euro (M5S, Lega), due pro (Pd, FI); due rappresentano le antiche "anime" del centrodestra (Lega, FI); uno degli "anti-euro" si pone al di fuori della dicotomia destra-sinistra, mentre l'altro (la Lega) è decisamente e nettamente schierato (all'estrema destra). Rispetto al sistema della Prima Repubblica, quello che si va evolvendo ha i due soggetti politici più votati intorno al 30% (un tempo, il Pci era quasi sempre sotto quella quota, tranne gli anni 1976-'83, mentre la Dc era intorno al 38%) e altri due (non solo uno, come quando c'era il Psi, che peraltro aveva difficoltà a raggiungere il 15%) che viaggiano fra il 10 e il 15%. È come se, rispetto al primo quarantennio repubblicano, la "quadriglia di testa" si fosse compattata: un tempo, fra il primo partito (la Dc) e il terzo (il Psi) o il quarto (il Msi, di solito), c'erano rispettivamente 20-25 e 25-30 punti di differenza. Oggi non sono più di 16-17, fra il primo e il quarto. Questo ci conferma che viviamo in un sistema "ibrido", frutto della combinazione di elementi tipici dell'esordio della Seconda Repubblica (1994-1996) e della fine della Prima (1983-1992). Nel 1994, infatti, la distanza fra il primo partito (FI, 21%) e il quarto (Ppi, 11,1%) era di circa dieci punti, così come nel 1996 (Pds 21,1%, Lega Nord 10,1%), mentre nel 2001 (FI 29,4%, AN 12%) si portava al 17%. La stagione 2006-2008 aveva espanso il divario fino a riportarlo alle dimensioni della Prima Repubblica (24% nel 2006, 31% nel 2008), ma nel 2013 si era tornati al 17% (Pd 25,4%, Scelta civica 8,3%). Il nostro sistema politico in piena transizione, dunque, non ha ancora ritrovato un partito stabilmente al primo posto con oltre il 35% dei voti, ma non è più nemmeno frammentato come nel periodo 1992-2006, quando c'erano almeno 10-12 partiti con almeno l'1% dei voti. Quell'89% che voterebbe oggi per i primi cinque partiti (scontati anche i riflessi della scissione del Pd) è alla base di un nuovo sistema politico che però ha bisogno di tempo per rimodellarsi. È un sistema "multipartitico polarizzato", con opposizioni estreme che non sembrano intenzionate a coalizzarsi. Fin qui, tuttavia, ci siamo occupati della "forma" del sistema, non della dinamica e delle strategie degli attori politici. Come dimostrano alcuni importanti passaggi elettorali della nostra storia (1948, 1976, 1994, 2008, 2013) il contesto socio-economico e le scelte dei partiti possono arrivare, talvolta più di una nuova legge elettorale, a mutare un consolidato "habitus" di voto e indirizzarlo in modo da provocare cambiamenti profondi. Per ora, il quadro dei rapporti di forza e "di sistema" è quello appena descritto. Manca solo un anno alla scadenza naturale della legislatura (salvo anticipi non improbabili) ma tutto può ancora accadere.