Ultimo Aggiornamento:
19 luglio 2017
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La politica e i capponi di Renzo/i

Paolo Pombeni - 18.01.2017
Renzo e i 4 capponi

Qualcuno si ricorderà della metafora suggerita dal Manzoni ne “I Promessi Sposi” quando descrive  Renzo che va dall’avvocato Azzeccagarbugli portandogli in dono quattro capponi che tiene in mano stringendoli per le zampe legate insieme e a testa in giù, con le povere bestie “ le quali intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”. Se Manzoni avesse in mente una riflessione generale sull’umanità o alludesse all’incapacità degli italiani di far causa comune per il loro futuro è materia di discussione. Può essere che siano vere entrambe le cose. Certo la metafora, nell’uno e nell’altro senso, è più che mai valida oggi.

La politica italiana è messa di fronte ad una situazione quanto mai complicata, ma le forze politiche che dovrebbero governarla assomigliano davvero ai famosi quattro capponi: sia perché stanno a testa in giù e sono nelle mani di una congiuntura piuttosto difficile, sia perché in queste condizioni pensano solo a beccarsi fra loro.

L’elenco delle nostre difficoltà è sempre quello e la cosa potrebbe risultare noiosa, non fosse che invece dovrebbe preoccupare proprio il fatto che non si riesce ad archiviarlo. Monte dei Paschi e le banche sono sempre lì, così la nostra debole situazione nel contesto UE, le difficoltà sulla sponda africana del Mediterraneo, la disoccupazione e la bassa crescita di cui non si riesce ad invertire la tendenza, per non parlare delle cosucce croniche, come il dissesto del sistema dell’istruzione, la pubblica amministrazione che non si riesce a riformare davvero, la giustizia sempre impantanata nelle sue lotte, e avanti di questo passo.

Un simile panorama dovrebbe consigliare la nascita di un vasto movimento aggregativo che punti a creare le condizioni per il famoso “cambio di verso” al di là delle faide fra la miriade di tribù politiche che si accalcano nel nostro panorama. Così non è, innanzitutto perché domina ancora la logica, piuttosto banale ed astratta, del “meglio soli che male accompagnati”. La condividono forze eterogenee, dalla Lega e Fratelli d’Italia, alla cosiddetta “sinistra” dentro e fuori il PD, ai Cinque Stelle. Si potrebbe dire che la cosa ha poca importanza, non fosse che la somma di queste forze sfiora e forse supera il 50% del probabile consenso elettorale alla prossima tornata delle urne.

Consolarsi col fatto che però queste forze non si possono coalizzare fra loro per andare insieme al governo è poco utile. Anche se è così, sono però in grado di bloccare, o comunque di rendere la vita molto difficile a qualsiasi governo che si formasse fuori di esse (e inevitabilmente contro di esse). Senza contare che quel governo non potrebbe nascere che da una “grande coalizione” fra sinistra moderata (PD e forse qualche partitino) e destra moderata (FI e qualche partitino), cioè da una intesa su cui grava il pregiudizio dell’ “inciucio”, cioè di essere una turpe operazione di svendita dei rispettivi valori. Anzi c’è un pericolo anche maggiore: poiché si tratta di un esito che non è difficile denunciare previamente, ciò determinerà nella futura campagna elettorale una emorragia di voti sia verso sinistra che verso destra, con il solo effetto di rendere ancor più debole e forse impossibile la formazione sia di una grande coalizione sul modello tedesco, sia di una coalizione alternativa o di destra o di sinistra.

Che fa la politica italiana per affrontare una situazione la quale indebolisce enormemente il paese, che viene ritenuto inaffidabile per investirci oggi e nel futuro e che è anche indebolito nella attuale competizione internazionale? Al meglio punta sul tirare a campare con un governo reso precario dall’inevitabile sbocco elettorale: anche se questo fosse spostato in là nel tempo (ma comunque non può andare oltre la primavera 2018), difficilmente si potrà avere un esecutivo a cui non si possa rinfacciare da parte dei nostri concorrenti e di molti avversari interni la sua natura a termine.

E che fa in questo contesto il maggior partito parlamentare, cioè il PD?  Si fa prendere dal gioco delle lotte di correnti interne in cui si arriva all’incredibile episodio di Bersani che invoca la scoperta di un “giovane Prodi”, quasi fosse un novello mago Merlino che cerca il giovane Artù capace di cavare dalla roccia la mitica spada che lo incorona re. Certo che Renzi non sembra per ora muoversi in modo molto più convincente, intento come sembra a ridisegnare non il significato del suo partito, ma la composizione della sua segreteria, come se il problema oggi, per continuare nel nostro gioco d’immagini, fosse quello di mettere in piedi una rinnovata “tavola rotonda” (in cui non si vede, fra il resto, chi farà la parte di Lancillotto).

Il rischio che viene sottovalutato è che in tutto questo bailamme alla fine le classi dirigenti della società decidano che l’unica via d’uscita da questo contesto sia affidarsi, a certe condizioni, al M5S. In fondo si è già avuto sentore di qualcosa di simile a Torino e con risultati niente affatto disprezzabili (almeno per ora). Contare che ci salvi lo spauracchio di una nuova soluzione-Roma è miope, perché anzi quell’esempio negativo spingerà le classi dirigenti della società a richieste più stringenti ai pentastellati e questi non sembrano intenzionati a mettere a rischio le opportunità che abbiamo indicato, ma che hanno ovviamente visto bene anche loro.