Ultimo Aggiornamento:
27 maggio 2017
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La nuova geografia politica olandese e la svolta conservatrice

Dario Fazzi * - 18.03.2017
Wilders e Rutte

Diversi osservatori, in Europa e altrove, hanno accolto i risultati delle elezioni olandesi dello scorso 15 marzo con un sospiro di sollievo. L’impatto dell’ondata populista e xenofoba cavalcata nei Paesi Bassi da Gert Wilders e dal suo Partito per la Libertà (PVV) è stato profondo, ma non così destabilizzante come molti ipotizzavano e alcuni persino auspicavano.

 

I liberali del premier uscente Mark Rutte hanno infatti conquistato la maggioranza relativa dei seggi, 33 su 150, affermandosi come primo partito del paese, probabile guida del nuovo governo e principale argine contro la deriva ultranazionalista prefigurata da un’eventuale vittoria di Wilders. Gli elettori olandesi hanno preferito la continuità alla rottura, ma le visioni conservatrici di cui Rutte si è fatto artefice e promotore nel corso degli ultimi quattro anni e mezzo non hanno trionfato in maniera netta e assoluta. La vittoria del VVD è infatti macchiata da una perdita di consensi rispetto al 2012 di oltre cinque punti percentuali e ben otto seggi in Parlamento, il che comporterà la necessità di ricercare un’alleanza più ampia rispetto a quella uscente per formare un governo stabile e di legislatura.

 

Al secondo posto si è piazzato Wilders, che fino a qualche settimana prima delle elezionii più autorevoli sondaggi accreditavano come principale partito del paese e che ha invece ottenuto poco più del 13% dei voti e venti seggi. Il PVV ha pagato tanto la mobilitazione messa inpiedi dagli altri partiti a difesa delle istituzioni democratiche e pluralistiche tipiche del tessuto olandese – una mobilitazione che ha portato oltrel’80% degli elettori alle urne – quanto una oggettivamente scarsa e poco convincente performance nel corso dell’ultimo dibattitotelevisivo che lo ha visto confrontarsi su vari temi con Rutte. Su Wilders si sono inoltre innestate poche settimane prima del voto una serie di critiche trasversali relative all’eccessiva personalizzazione della sua offerta politica, agli esorbitanti costi dell’apparato di sicurezza connesso alla sua campagna elettorale, e all’effettiva impraticabilità e insostenibilità sia sociale che ambientale di molte delle sue proposte. Inoltre, a posteriori è possibile rilevare come la svolta intrapresa da Rutte in senso più marcatamente conservatore e nazionalista abbia alla fine pagato e privato Wilders di una buona parte di consenso.

 

Per formare una stabile coalizione di governo,Rutte potrà verosimilmente contare sull’appoggio dei Cristiano-Democratici della CDA, la cui crescita relativa è stata una delle più ampie rispetto al 2012, e sui Liberal-Democratici del D66, una delle principali sorprese di queste elezioni. Alexander Pechtold, il leader del D66, ha fondato la propria campagna elettorale su messaggi moderati, semplici e diretti, tesi a catturare l’interesse della classe media, ma è soprattutto riuscito a consolidare il sostengo chequella fascia di popolazione maggiormente istruitaha tradizionalmente garantito al D66. I risultati migliori per il D66 sono infatti venuti da città universitarie come Groningen, Utrecht e Leiden, dalla vibrante comunità scientifica sorta attorno al polo di ricerca e sviluppo di Delft, e dal centro d’innovazione agraria di Wegeningen. A completare la coalizione governativa saranno molto probabilmente i partiti confessionali Christen Unie e SGP, che assieme garantirebbero al nuovo governo un appoggio parlamentare solido e ben superiore ai 76 seggi richiesti.

 

L‘altra principale sorpresa in positivo è stata di certo l’affermazione della Groen Link, i verdi guidati dal giovane leader Jesse Klaver. La loro campagna si è rivolta principalmente ai giovani e allanuova borghesia cittadina, finendo col diventare il primo partito in una realtà complessa come quella di Amsterdam. Dal momento che Wilders continuerà a rappresentare una scheggia impazzita nel sistema politico olandese, la cui credibilità e reputazione non cesseranno di esser messe in discussione da più parti, i verdi saranno chiamati ad agire comeprincipale forza di opposizione al nuovo governo di centro-destra. Un compito non facile ma anche ricco di opportunità per un partito giovane e le cui prospettive si collocano ben al di là della futura legislatura.

 

Al successo della GroenLink a sinistra fanno da contraltare la lieve flessione dei socialisti, che passano da 15 a 14 seggi, ma soprattutto il crollo verticale dei laburisti del PvdA, che hanno toccato il loro minimo storico con meno del 6% dei voti e appena 9 seggi. Una flessione drammatica per il partito del vicepremier uscente Lodewijk Asschere del capo dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, che sconta il prezzo di un’alleanza strategica col VVD che in questi anni ha diluito di molto un ambizioso programma di riforme sociali e ha soprattutto alienato il consenso di buona parte dell’elettorato laburista, in specie quello più marcatamente ideologico.

 

La geografia politica olandese rispetto al 2012 risulta dunque molto più frastagliata. Se cinque anni fa il paese era sostanzialmente diviso a metà tra VVD e PvdA, il vuoto lasciato dai laburisti, soprattutto al nord,è stato in parte coperto dall’avanzata dei Cristiano-Democratici e in parte dall’exploit dei verdi. Il fenomeno Wilders esce profondamente ridimensionato rispetto alle aspettative della vigilia e il PVV si attesta come partito a forte connotazione locale, conbuoni risultati nella regione di Maastricht e in alcune realtà suburbane attorno a Rotterdam. La bible belt, che taglia trasversalmente il paese da sudovest a nordest, si èinfine confermata come principale bacino di affluenza dei partiti confessionali.

 

I segnali di pluralismo e democrazia che provengono dall’Olanda sono dunque molto più che incoraggianti, ma l’antidoto che gli elettori olandesi sembrano aver trovato al populismo si basa su una ricetta marcatamente conservatrice, che rischia di mettere in discussione molte delle riforme sociali, economiche, ambientali ed energetiche che da tempo il paese aspetta.

 

 

 

 

* Dario Fazzi, ricercatore di storia degli Stati Uniti presso il Roosevelt Study Center di Middelburg, Olanda. Si occupa di politica e società statunitensi e in particolare di guerra fredda e relazioni transatlantiche.