Ultimo Aggiornamento:
26 aprile 2017
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La democrazia "migliore"

Luca Tentoni - 21.01.2017
Antonio Campati

Spesso, nel dibattito politico quotidiano, si tende a marcare la differenza e la contrapposizione con gli avversari affermando la supremazia del proprio partito e dei propri elettori: i "migliori" contro gli altri (intesi come incapaci, corrotti, diffusori di notizie false e di ideologie fuorvianti e via dicendo). Si tratta di un modo per tenere uniti i sostenitori e per segnalare alla parte dell'elettorato del partito un po' meno fedele e affezionata che un'altra scelta non solo non è possibile, ma che è suicida. Il concetto di “migliore” è stato analizzato con cura da Antonio Campati in un suo recente volume ("I migliori al potere - La qualità nella rappresentanza politica" - ed. Rubbettino). Secondo Campati, "l'idea-concetto di qualità si incontra e, in un certo qual modo, si scontra con l'ideale democratico; in altri termini, quello che possiamo definire come il principio qualitativo della classe politica - la necessità di qualificare le élite di comando - non solo è (ancora) parte centrale della teoria democratica, ma si interseca con non pochi interrogativi problematici che da essa vengono sviluppati". In altre parole, al di là dell'uso propagandistico che si può fare del concetto, c'è una delle più grandi questioni irrisolte del dibattito sulla democrazia: in un sistema che tende a rappresentare, che ruolo può avere (e come può essere scelta o solo definita) una classe di "migliori"? La nostra non può che essere una riflessione introduttiva ad un dibattito che si spera sempre più ampio, poichè è forse necessario un aggiornamento della stessa definizione di rappresentanza democratica e di corretta selezione della classe politica. Così, non possiamo che farci delle domande e procedere per esclusione. In primo luogo, com'è possibile conciliare il concetto di rappresentatività con la scelta di un'élite? Il Parlamento deve "fotografare" la società oppure essere composto da una classe dei migliori suoi esponenti? Per “migliori” si deve intendere più efficienti, oppure più competenti, o ancora provvisti di doti morali o di esperienza politica o culturale? Ogni risposta delinea una via: la competenza privilegia la "tecnica" (un Parlamento di specialisti settoriali o, com'è stato in passato, un governo composto da non politici); la cultura tende all'Accademia (un po' come i senatori a vita, scelti per "aver illustrato il Paese"); l'esperienza politica premia il cursus honorum in un partito (il "professionismo"); la moralità può far nascere un'Assemblea basata sull'onestà dei suoi componenti (ma non necessariamente sulla loro capacità di fare e approvare delle buone leggi); il censo, d’altra parte, può consegnare il potere ad una sola classe (come nell’Ottocento, quando il suffragio e la rappresentanza erano limitati, assumendo che i più adatti a governare fossero i più abbienti). In altre parole, la scelta dei "migliori" è un concetto troppo generico per risultare esaustivo. Inoltre, è pressochè impossibile selezionare col voto una totalità di rappresentanti del popolo che soddisfino tutte le qualità che abbiamo enumerato. Dunque, il meglio non è raggiungibile, se non in astratto. Così, talvolta, si percorre un'altra via: quella di attribuire - esplicitamente o meno - tutte queste virtù al principio di maggioranza: quel che è deciso dai più è necessariamente buono e giusto. Ma il principio numerico non fornisce affatto una garanzia in tal senso: si tratta solo di un espediente procedurale. Per questo motivo, infatti, si utilizzano quorum particolarmente alti quando si tratta di adottare determinate decisioni (la revisione costituzionale, per esempio). Però, anche tendendo la corda del principio numerico fino ad arrivare all'unanimità, nulla ci garantisce che la decisione presa sia quella giusta. Riassumendo, se il principio della qualità non è definibile nel dettaglio e comunque non è pienamente realizzabile, anche quello numerico può rivelarsi fallace. Il dibattito in corso sulla legge elettorale, per esempio, è condotto su troppi piani concettuali diversi per poter essere ricondotto ad una soluzione unitaria che sia soddisfacente per tutti (o per i più). Se pensiamo che sia "giusto" rappresentare l'intera società e i partiti in Parlamento, dobbiamo non solo adottare un meccanismo proporzionale, ma tenere conto di tutto quanto va rappresentato: il genere, il luogo di nascita, la religione, le opinioni politiche, il ceto, la scolarità, l'età. Estremizzando, potremmo avere un Parlamento più simile ad un "panel" di persone da intervistare per un sondaggio, però non necessariamente migliore rispetto ad una selezione di tipo diverso, per esempio quella che avviene nei collegi uninominali col plurality o il majority system (dove è eletto il più votato, che rappresenta dunque la maggioranza rispettivamente relativa o assoluta nel luogo d'elezione). La probabilità che un sistema di trasformazione dei voti in seggi porti alla selezione popolare dei migliori potrebbe non essere troppo superiore rispetto a quella di un sistema basato sulla cooptazione: si tratta, comunque, di quantità e qualità indefinibili e non prevedibili, considerando la pluralità dei fattori che possono entrare in gioco in un determinato momento storico, culturale, economico. La democrazia, dunque, deve essere per forza "imperfetta", cioè un regime nel quale non tutti gli eletti sono davvero i più efficienti, i più onesti, i più preparati e nel contempo i più rappresentativi dell'intero arcobaleno sociale e non tutte le decisioni sono le migliori possibili? Se avessimo una concezione religiosa della democrazia potremmo restare delusi dalla sua finitezza. Eppure, la forza della democrazia - di una democrazia che si possa definire vera e viva, s'intende - rispetto agli altri regimi sta proprio nella tensione ideale che deve spingere elettori ed eletti verso il raggiungimento non del meglio in assoluto ma del meglio possibile (sempre che sia definibile con certezza cosa e chi è meglio). Sapendo che il perfettibile si può raggiungere ma la perfezione no, la democrazia può mutare istituti e rappresentanza politica imparando dalla storia e dagli errori compiuti nel passato. Anche le categorie del "vecchio" e del "nuovo", però, non servono molto per andare alla ricerca del "meglio" e dei "migliori", se sono intesi in modo dogmatico. Le istituzioni e la classe politica devono adeguarsi ai tempi, sapendo scegliere cosa innovare e cosa conservare, senza cedere alla tentazione di assumere una categoria come principio ispiratore e sacro. Gli stessi sistemi istituzionali ed elettorali non possono essere sottoposti ad un procedimento di valutazione etica, ma solo al grado di funzionalità e di rispondenza allo scopo che in un dato contesto si vuole perseguire. Diversamente, avremmo in qualche paese la miglior Costituzione o il miglior meccanismo di trasformazione di voti in seggi del mondo (quindi, anche in questo caso, paesi “migliori” che sanno scegliere e paesi peggiori, che più o meno dolosamente o per chissà quale grado e motivo di inferiorità non sono in grado o non vogliono adottare la “panacea” che pure sarebbe a portata di mano, se solo volessero copiare i “migliori”). In realtà, ogni contesto richiede una soluzione su misura, che si spera sia la più adatta: per questo ci si avvale dell’”ingegneria costituzionale (ed elettorale) comparata”. Se la democrazia dei "migliori" non esiste, dunque, può però esistere una democrazia matura, che vuole crescere - sia pure fra tutte le difficoltà di ogni contingenza storica, sociale, economica - e che ha il necessario grado di flessibilità e di autocritica per sapersi correggere e rimettere in discussione. I regimi che si definiscono perfetti e pretendono di avere caratteristiche “divine” (come i totalitarismi) sono invece i più dannosi. Ogni regime (non solo quelli democratici) sclerotizzato o fondato su dogmi (la quantità, la/le qualità vere o presunte) è destinato ad adorare sé stesso, dunque a chiudersi, a considerarsi perfetto e definitivo: è quello il momento in cui tutto è perduto.