Ultimo Aggiornamento:
19 luglio 2017
Iscriviti al nostro Feed RSS

La corsa all'Eliseo: un voto di rottura

Riccardo Brizzi - 22.03.2017
Hamon-Mélenchon

Il confronto televisivo di lunedì scorso tra i cinque principali candidati alle presidenziali francesi ha confermato come il tema dominante della campagna elettorale sia la rottura con il passato. Non è d’altronde una novità assoluta nella storia delle presidenziali. Sotto la V Repubblica il mito del cambiamento costituisce la norma. Non si accede all’Eliseo se non si è disposti a sollevare il vessillo della «rottura».  Il generale de Gaulle lo ha fatto in modo clamoroso, a partire dal 1958.  E da allora ogni ambizione di guidare il paese si è fondata, in qualche misura, sulla volontà di rottura con il passato: Giscard d’Estaing ha messo in soffitta il gollismo, Mitterrand ha posto fine all’associazione tra la V Repubblica e la destra, Chirac ha chiuso la lunga parentesi socialista, il volontarismo di Sarkozy garantiva di interrompere il lungo declino dell’era Chirac, mentre Hollande è arrivato all’Eliseo promettendo di restituire «normalità» a una funzione presidenziale logorata dai cinque anni al passo di carica di Sarkozy.

Nella campagna presidenziale del 2017 tuttavia la carica di «rottura» appare più potente e generalizzata che in passato. Essa non è diretta soltanto contro il presidente uscente – che per la prima volta nella storia della V Repubblica  non si è ricandidato alla propria successione, vittima di una crisi di popolarità senza precedenti – ma investe un’intera generazione politica e lo stesso sistema politico-istituzionale. Mentre Marine Le Pen rivendica con forza il passaggio al proporzionale, a sinistra – da Mélenchon a Hamon – si moltiplicano le voci in favore di una non meglio precisata VI Repubblica.

Questa volontà di rottura è evidente nei programmi dei candidati che – da destra a sinistra, pur con intensità differenti – contestano l’eredità del presidente uscente e si scagliano contro le falle del sistema politico, la direzione di rotta intrapresa dall’Europa, i guai della globalizzazione. Tutti i candidati hanno tentato di incarnare la rottura per entrare in sintonia con gli umori impolitici dei francesi.  Se questo era nel dna dei candidati della sinistra radicale (si pensi a Mélenchon e al suo opuscolo «Qu’ils s’en aillent tous») o della destra sovranista (Dupont-Aignan) e euroscettico-populista (Le Pen), la sorpresa è aver ritrovato questo atteggiamento anche nei rappresentanti dei tradizionali partiti di governo.

Emmanuel Macron ha immediatamente indossato i panni di dissidente della maggioranza governativa (di cui pure aveva fatto a lungo parte in qualità di ministro dell’Economia) e di candidato eterodosso del sistema politico, rifiutando di partecipare a qualsiasi primaria e decidendo di correre senza un partito alle spalle. Se il programma elettorale annuncia una svolta, in realtà piuttosto tranquilla rispetto all’eredità dell’hollandismo, il suo profilo è politicamente di rottura rispetto al tradizionale sistema partitico.

Anche il socialista Benoît Hamon ha preso fermamente le distanze dal quinquennato di François Hollande di cui pure è stato ministro (dell’Economia sociale prima e dell’Educazione nazionale a partire dal 2014) e nelle proposte caratterizzanti della propria campagna (32 ore lavorative, reddito universale, VI Repubblica) ha sottolineato la volontà di rompere con la linea politica del PS.

Ma il candidato più sorprendente su questo terreno è senz’altro François Fillon, conosciuto per la compostezza dei modi, l’indole tranquilla e l’etica conservatrice. Non solo ha costruito l’inattesa vittoria alle primarie della destra e del centro su un programma di rottura liberista rispetto all’eredità pluridecennale del proprio partito, ma all’indomani dell’investitura e dei problemi giudiziari che sono sorti ha adottato una strategia populista, scagliandosi con forza contro l’Eliseo, i partiti, i giudici e il sistema mediatico. Si è presentato come vittima del sistema nel tentativo di apparire come un credibile candidato antisistema e presentare Macron – suo principale avversario in vista dell’accesso al ballottaggio – come un prodotto delle élite parigine. All’indomani della grande manifestazione del Trocadero i successivi comizi a Orléans, Besançon sino a quello di ieri a Courbevoie, sono stati scanditi da un profluvio di invettive anti-casta, accompagnate da contestazioni dei militanti contro i giornalisti.

Il trionfo dell’ideologia della rottura, in un sistema democratico, non può non costituire un campanello d’allarme.  Se esso può rivelarsi funzionale all’ingresso all’Eliseo esso potrebbe rendere la permanenza del futuro inquilino piuttosto difficoltosa e turbolenta, rafforzando il disorientamento generale dell’opinione pubblica e rendendo il paese ulteriormente sensibile alle sirene del disincanto democratico.